
Celebrare la Penitenza
Teologia
« Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui » (Gv 3,16-17). Nel dialogo del Signore Gesù con Nicodemo viene rivelato, mentre è notte, che « la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio » (Gv 3,19-21).
Questo straordinario incontro notturno con il fariseo, autorevole maestro della Legge e membro del Sinedrio, indica come alla tenebra (metafora del rifiuto di Dio, del peccato e della morte) Dio contrapponga una misericordia che non è mai stanca di cercare l’uomo lontano e perso nei meandri del proprio peccato, quella tenebra insidiosa che sempre si mostra alle creature seducendole con l’inganno di una luce falsa e ingannevole (cfr. uno dei nomi del Maligno: Lucifero). Il Signore è vera Luce e l’uomo è invitato a seguirlo proprio per poter compiere le opere della luce ed essere liberato dal male che lo attanaglia. L’inizio della vita pubblica di Gesù mira a scuotere l’uomo, a mostragli la Verità e a chiamarlo alla conversione dal peccato: « Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” » (Mt 4,12-17). È un invito alla penitenza e a cambiare vita che già i profeti avevano annunciato e che culmina con l’ultimo di essi e il più grande tra i nati da donna, il Battista: « Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati » (Mc 1,2-4). Lo stesso Signore Gesù, in ragione dell’amore misericordioso di Dio, pone al centro della propria missione i peccatori, malati di tenebra e bisognosi del medico celeste per essere sanati con la medicina della sua stessa vita, la Carità: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,12-13).
L’irruzione della misericordia di Dio verso l’umanità ferita splenderà della massima luce quando Gesù Cristo, nell’Ultima Cena della sua vita terrena, spezzando il pane e alzando il calice, anticiperà sacramentalmente nell’Eucaristia l’offerta del suo corpo dato in sacrificio e del suo sangue dell’alleanza versato per molti per la remissione dei peccati (cfr. Mt 26,26-29). Questo sacrificio glorioso e divino si realizzerà nel tempo quando Cristo, innalzato sulla Croce come Agnello di Dio che porta il peccato del mondo (cfr. Gv 1,29), implorerà dal Padre la misericordia perché il peccato dell’uomo sia perdonato dall’Amore: « Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34).
Il primo Soffio del Risorto nella sera di Pasqua comunica agli Apostoli il dono della pace: « Pace a voi! » (Gv 20,19): non si tratta di una “banale” assenza di conflitti e tensioni, bensì della riconciliazione dell’uomo e dell’universo con Dio – ottenuta attraverso la morte, sepoltura e risurrezione del Signore Gesù Cristo – che sgorga dalle labbra del Vivente: « Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” » (Gv 20,22-23). Lo Spirito del Risorto trasforma la redenzione universale della Croce in un dono da effondere sull’umanità tutta, come già i profeti avevano intravvisto: « Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo » (Gl 3,1). Ora esso deve raggiungere tutti coloro che vorranno accogliere tale grazia: per questo gli Apostoli sono rivestiti della prima pentecoste. Lo Spirito Santo Paraclito viene dato loro perché, come ministri del Risorto, lo distribuiscano a ogni uomo per la remissione dei peccati. Gli Apostoli e i loro successori (i Vescovi con la collaborazione dei presbiteri, resi partecipi di questa “grazia sacramentale” comunicata loro dal sacerdozio sommo dei Vescovi) hanno la potestà, consegnata da Cristo stesso, di legare e sciogliere. Tale potere è dato a Pietro « A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19), e a tutti gli Apostoli con lui: « In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo » (Mt 18,18).
Gesù risorto affiderà agli Apostoli, anche prima di ascendere alla destra del Padre, l’autorità di rimettere i peccati, comandando loro di battezzare tutte le genti: « Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato » (Mc 16,15). Nel sacramento del Battesimo è comunicata la redenzione operata dalla Pasqua di Cristo, per la partecipazione alla sua morte, sepoltura e risurrezione: « O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,3-4). La Chiesa, fin dall’epoca apostolica, ha battezzato tutti nella certezza di rimettere i peccati grazie alla Pasqua del Signore e di donare all’umanità una vita nuova. La salvezza dal peccato e dalla morte viene elargita per mezzo del sacramento del Battesimo quasi esso fosse una zattera, un legno cui aggrapparsi, una tavola di salvezza (la Croce di Cristo) che, galleggiando sul diluvio del peccato e della morte, salva l’uomo naufrago per il male commesso e lo conduce alla salvezza: « Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo » (1 Pt 3,20b-21). Ma la Chiesa ha dovuto riconoscere che dopo il Battesimo l’umanità è ancora capace del peccato che conduce alla morte; così ha individuato nel potere di legare e sciogliere i peccati dato agli Apostoli la possibilità di garantire una seconda tavola di salvezza.
L’autorità sacramentale non è stata voluta da Cristo per porre gli Apostoli e i loro successori “sopra” i fratelli: anch’essi, come il Signore fa comprendere, sono e restano dei peccatori: « Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore » (Lc 5,11); « Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei » (Gv 8,7); « Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” » (Gv 13,8) e « Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte » (Gv 13,38). La ragione per la quale l’autorità di rimettere i peccati è concessa ad alcuni individui prescelti e consacrati dallo Spirito è che la redenzione voluta da Dio per ogni uomo lo possa raggiungere per mezzo di un altro uomo. Certo, questo dono è dato solo nella Chiesa e come Chiesa, cioè come Corpo di Cristo; non si tratta mai di un “potere” da usare in senso personalistico, individualistico e men che meno privatistico. La grazia della salvezza è affidata teologicamente alla Chiesa, che ne è serva, custode e dispensatrice. Quel “potere” dato a Pietro, agli Apostoli e ai loro successori, sarà sempre “mediato” da un incontro sacramentale (la celebrazione del sacramento della Penitenza) che, pur essendo un evento della Chiesa, raggiunge ciascun fedele in maniera singolare. Esso è la seconda tavola di salvezza con cui i peccatori possono essere ricondotti alla riconciliazione con Dio e con i fratelli, quella comunione e familiarità armoniosa che il peccato è capace di infrangere.
Celebrazione
La grazia del perdono dei peccati quale partecipazione alla redenzione della Pasqua del Signore, ottenuta con il Battesimo e rinnovata – dopo i peccati commessi successivamente – con la grazia del sacramento della Penitenza, è stata celebrata in modi diversi lungo i secoli. Anticamente, dal II al VI secolo, la Penitenza patristica prevedeva lunghe e severe penitenze al termine delle quali i peccatori erano pubblicamente riconciliati con Dio e con la Chiesa e venivano riammessi alla Comunione eucaristica. Il monachesimo dell’Irlanda e della Britannia, nell’alto medioevo (sec. VI-XI), ha portato nel Continente una via più pastorale per “mitigare” la severità percepita come insostenibile, introducendo la Penitenza auricolare, ovvero l’uso di ascoltare “una a una” le confessioni dei peccatori, munendo i confessori dei libri penitenziali, una sorta di guida per dare penitenze diversificate e meno aspre. Tra il XII e il XIV secolo, la teologia scolastica ha definito una chiara struttura del sacramento: dolore del penitente (contrizione), accusa (confessione) ed espiazione (soddisfazione). È stato il Concilio Lateranense IV (1215) a introdurre l’obbligo di confessare tutti (e solo) i peccati mortali almeno una volta all’anno al proprio parroco. Infine, il Concilio di Trento (1545-1563) ha fissato la forma del sacramento in maniera definitiva: esso constava di un’assoluzione sacramentale (quasi una “sentenza”), preceduta dalla confessione auricolare dei peccati fatta a un presbitero.
A seguito del Concilio Vaticano II è stato promulgato (1973) il Rito della Penitenza, valorizzando maggiormente la dinamica liturgica, per cui il sacramento è tornato a essere una vera e propria celebrazione e non semplicemente una “dichiarazione” di assoluzione. Assume qui grande rilievo anche l’aspetto ecclesiale della riconciliazione che ogni credente riceve per grazia: con Dio e con la Chiesa. Nell’opera di riconciliazione affidatale da Cristo, tutta la Chiesa agisce – in quanto popolo sacerdotale, seppure secondo i diversi ministeri – nell’annuncio della Parola di Dio e nell’opera di penitenza, aiutando e sostenendo come madre coloro che riconoscono i propri peccati.
Dopo la riforma del 1973 il sacramento è stato “ripensato” a partire da una prospettiva ecclesiale, perché le rinnovate forme rituali della Penitenza aiutassero a manifestare la ricchezza della grazia offerta ai penitenti. Sono tre le modalità celebrative (più una non sacramentale) fissate nell’attuale libro liturgico.
Elementi generali della celebrazione:
- Il rito della Penitenza va celebrato abitualmente in chiesa, o in un oratorio, o – dove fosse presente – nell’aula della penitenzieria; ma, in caso di necessità, qualunque luogo riservato può essere utilizzato per ascoltare le confessioni. L’uso del confessionale è raccomandato. Il “mobile tradizionale” di impianto tridentino può ancora essere lodevolmente impiegato, magari con adattamenti (concordati con l’Ufficio per i Beni culturali, qualora si trattasse di manufatti antichi e di pregio) che facilitino il dialogo personale. La creazione di una vera e propria penitenzieria è più concretamente pensabile nelle basiliche e nei santuari; le chiese parrocchiali si adoperino per dotarsi di “luoghi” adatti alla celebrazione concordati con gli Uffici competenti della Curia vescovile (Ufficio Beni culturali e Ufficio Liturgia). Poco opportuno è l’uso di proporre “stanzette” cui si accede da una porta: ciò genera l’idea che si entri a parlare con una sorta di “terapeuta” anziché con un ministro ordinato pronto a celebrare la misericordia di Dio. Inoltre il penitente “sparisce” dalla vista degli altri fedeli, e così è smarrito il senso ecclesiale del sacramento. È buona cosa adattare i confessionali perché l’azione liturgica risulti “visibile” da parte dei presenti, fatta salva la riservatezza cui provvede per esempio la presenza della “grata”, della quale il penitente – a norma del Codice di Diritto Canonico – ha il diritto di avvalersi.
- Una preziosa attenzione pastorale sarebbe che i presbiteri (specialmente i Parroci) facessero conoscere ai fedeli i giorni e gli orari in cui il confessore è solitamente disponibile: “stare” al confessionale è una forma concreta di attenzione e ascolto.
- Presbitero e penitenti sono chiamati a prepararsi alla celebrazione con la preghiera. Il penitente, in modo particolare, faccia l’esame di coscienza.
- Dopo un’accoglienza piena di affabilità e carità fraterna e l’inizio del rito con il segno della croce, il confessore aiuti il penitente a confidare in Dio. Se serve, lo inviti a fargli presente il tempo trascorso dall’ultima confessione e la sua condizione personale.
- È lodevole – anche se non si usa mai farlo nel caso della confessione individuale, nonostante le indicazioni del Concilio Vaticano II – ascoltare un brano della Parola di Dio che illumini la coscienza e insegni a riconoscere l’opera di Dio misericordioso e pietoso.
- Dopo l’accusa dei peccati da parte del penitente e le esortazioni del confessore, questi “impone” una soddisfazione (appunto la “penitenza”): essa è il segno del primo atto evangelico e d’amore che la persona convertita “restituisce” a Dio che lo ha perdonato.
- Il penitente manifesta il dolore per il peccato e il proposito, con la grazia di Dio, di non commetterlo più recitando l’“Atto di dolore” tradizionale o le altre otto preghiere che il rituale prevede (RP 1973, n. 45), quasi sconosciute ormai e meritevoli invece di essere usate più spesso, magari anche nella stessa catechesi dei ragazzi.
- L’assoluzione data dal presbitero è stata riformulata con la bellissima orazione trinitaria:
Dio, Padre di misericordia,
che ha riconciliato a sé il mondo
nella morte e risurrezione del suo Figlio,
e ha effuso lo Spirito Santo
per la remissione dei peccati,
ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,
il perdono e la pace.
E io ti assolvo dai tuoi peccati
nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La si deve accompagnare con l’antichissimo gesto dell’imposizione delle mani sul capo del penitente, di chiara ispirazione biblica, usato da Gesù e dagli Apostoli. La sua forza antropologica dice: potenza di Dio, vicinanza, protezione, dolcezza, umiltà, epiclesi, verità, unicità dell’atto…
- Il rito suggerirebbe che il presbitero anche per la celebrazione della Penitenza individuale indossasse la stola viola sulla veste talare e la cotta o sul camice.
Rito della Penitenza per la riconciliazione dei singoli penitenti (RP 1973, nn. 41-47, pp. 40-52):
- La Chiesa riceve la prima forma rituale dalla tradizione classica dell’epoca della scolastica e dalle acquisizioni della riforma del Concilio di Trento. È il “modo tradizionale” che tutti hanno di chiamare questo sacramento, cioè “confessione”, che si concentra attorno al “dialogo” tra presbitero confessore e penitente. Questo modello celebrativo salvaguarda la dimensione della cura spirituale della vita cristiana, dona molte volte ai credenti la “pace” che il sacramento infonde, viene in aiuto alle situazioni di “emergenza”, permette ai fedeli di accostarsi “al più presto” all’Eucaristia ove fossero in stato di peccato mortale.
- La dimensione personale e “distesa nel tempo” di questa forma consente al presbitero di incarnare il volto misericordioso di Dio, come le parole del rituale suggeriscono: “Quando il penitente si presenta per fare la sua confessione, il sacerdote lo accoglie con bontà e lo saluta con parole affabili e cordiali” (RP 1973, n. 41).
- Il penitente ha la necessità di prepararsi alla confessione sacramentale con l’esame di coscienza, la preghiera personale, la contrizione (dolore per l’amore non corrisposto a Dio) e il silenzio. Non va sottovalutata la premura di assicurare a questo momento la debita riservatezza.
- Si sente la mancanza, in questa forma del rito della Penitenza, di un vero ascolto della Parola di Dio (nonostante il Rituale preveda la proclamazione da parte del presbitero – anche mnemonica – di alcuni versetti tratti dalla Sacra Scrittura).
- La dimensione ecclesiale risulta poco rappresentata – posto che nella persona del ministro ordinato è sacramentalmente e invisibilmente presente l’opera di tutta la Chiesa – e il sacramento si realizza solo nel rapporto “a due”.
- Questa forma può prevedere adattamenti e “abbreviazioni” che in taluni casi si rendono necessari per ragioni pastorali.
Rito della Penitenza per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale (RP 1973, nn. 48-59, pp. 53-94):
- Pur possedendo i caratteri teologici, rituali e pastorali sopra descritti, questa forma arricchisce il rito della dimensione ecclesiale e fraterna della Penitenza, con la quale la Chiesa riconosce di essere in ascolto di Dio e sempre sulla strada della conversione. In tale modo pone “dinanzi a sé” la grande misericordia di Dio e impara la legge del perdono (“rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”). Celebrando la misericordia celeste, opera il primo e più potente degli esorcismi contro le insidie di Satana, che vuole portare la Chiesa lontano da Dio e dal suo amore gettando l’uomo nello sconforto, nella sfiducia e nella convinzione che l’amore non sia possibile.
- Questo modello celebrativo diventa una “convocazione” del popolo di Dio, chiamato dal suo Signore a celebrare le grandi opere del suo amore: perciò il parroco, con il Consiglio pastorale parrocchiale, (talvolta anche il Vescovo, con la Chiesa diocesana in Cattedrale) stabilisca tempi liturgici, giorni, luoghi e orari che dovrebbero diventare “abituali” per celebrare la Penitenza come Chiesa. Oltre al contesto molto appropriato della Quaresima, le parrocchie potrebbero pensare anche a una “settimana” dell’anno liturgico in cui dedicare del tempo – ad esempio al termine dell’orario di lavoro – fino a sera avanzata per ascoltare le confessioni. Sarebbe bene”, con il gruppo liturgico parrocchiale, organizzare nelle sere di questa “settimana penitenziale” testi per la preghiera, per l’esame di coscienza, canti, letture bibliche…
- Il Rito della Penitenza, secondo questa forma, prevede una celebrazione in senso pieno ed ecclesiale: riti di introduzione con il canto di ingresso e la processione (si può usare la croce processionale con i ceri, l’Evangeliario, l’incenso per venerare l’altare); la Liturgia della Parola, con l’uso del canto liturgico, la presenza dei ministeri (diacono, lettori, accoliti, cantori, salmista, guida del canto dell’assemblea…), l’omelia; l’esame di coscienza, che aiuta i fedeli (un ottimo schema è presente nel Rituale alle pagine 153-156); il rito della Riconciliazione con varie forme di invocazione, la confessione generale dei peccati (segno della dimensione ecclesiale della Penitenza), la Preghiera del Signore (che mai deve mancare), la confessione e assoluzione individuale; la preghiera di ringraziamento di tutta l’assemblea; i riti di conclusione.
Rito della Penitenza per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale (secondo i casi previsti dalle norme ecclesiali – RP 1973, nn. 60-66, pp. 97-100):
- In circostanze particolari (si ricordi ad esempio il tempo della pandemia da Covid-19), il Vescovo diocesano (e solo lui), in accordo con la Conferenza Episcopale Regionale, potrà giudicare se esistano le condizioni che rendono ammissibile che, nel contesto di una celebrazione, i fedeli – debitamente istruiti e avendo manifestato a Dio nel loro cuore il pentimento – ricevano l’assoluzione in forma collettiva, senza l’accusa dei peccati al confessore e con il proposito di accusare i peccati già perdonati appena possibile (non perché non siano stati veramente rimessi, ma per non far mancare la consegna alla Chiesa delle proprie colpe).
- Nel caso di grave necessità o in pericolo di morte, il presbitero può sempre assolvere validamente i fedeli in forma generale e collettiva, anche solo dopo una breve esortazione al pentimento.
- Non è lecito ricorrere a questa forma di assoluzione per la sola ragione di una grande affluenza di penitenti.
Le celebrazioni penitenziali (RP 1973, nn. 1-73, pp. 117-152):
- Si tratta di celebrazioni il cui scopo pastorale non è il sacramento della Penitenza ma l’intento di educare i fedeli all’ascolto della Parola di Dio e all’annuncio della misericordia, al senso cristiano del peccato (diverso dal senso psicologico di colpa), alla disposizione spirituale alle opere concrete della conversione: preghiera, carità, amore ai piccoli e ai poveri, giustizia, umiltà…
- Sono presenti schemi di celebrazioni per i vari tempi liturgici (Quaresima, Avvento), alcuni comuni e altri legati alla particolare condizione dei fedeli (fanciulli, giovani e malati).
- Potrebbe essere pastoralmente molto utile usare queste celebrazioni con i bambini che, negli itinerari di Iniziazione cristiana, si stanno disponendo a celebrare per la prima volta la Penitenza (la cosiddetta “prima confessione”), abituandoli all’ascolto della Parola di Dio, a distinguere il senso di colpa (psicologico-affettivo) dal senso del peccato (amore di Dio e dei fratelli), all’esame di coscienza, alla confidenza (che supera il timore) con i propri presbiteri.
Bibliografia
RP (PDF)
Giovanni Paolo II, Motu proprio Misericordia Dei, su alcuni aspetti della celebrazione del sacramento della Penitenza, 2002.
A. Grün, La confessione. Celebrare la riconciliazione, 2002.
E. Miragoli, Il sacramento della penitenza. Il ministero del confessore: indicazioni canoniche e pastorali, 2016.
