
L’Unzione degli infermi
Teologia
« Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano ». (Mc 1,21-34)
« Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano » (Mc 6,6b-13)
« Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati ». (Gc 5,14-15).
Questi testi e moltissimi altri presenti nei Vangeli descrivono l’amore e la fortissima attenzione del Signore nei confronti dei malati, di quanti sono tormentati dai demòni e dei sofferenti in genere. Gesù ama l’uomo e desidera la sua salvezza non offrendogli semplicemente una via di perfezione intellettuale e morale, riservata ai pochi eletti che avrebbero la possibilità di conoscerla e praticarla. La salvezza che ci dona parte da ciò che con più verità ci fa sperimentare il mistero del male entrato nella creazione con il peccato d’origine: la debolezza, la malattia e la morte. È la carne provata che, più di tutto, conduce l’uomo a credere – oltre ogni “astrazione” o lettura moralistica della realtà – che solo Cristo è il buon samaritano che, vedendoci patire, ha compassione di noi, si fa vicino, fascia le nostre ferite versandovi sopra olio e vino, ci carica sulla sua cavalcatura e si prende cura di noi (cfr. Lc 10,33-34).
Dall’esperienza del male fisico, l’uomo eleva un grido pieno di angoscia: « Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Quel giorno divenga tenebra, non se ne curi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce ». (Gb 3,3-4); o, come canta il salmo: « Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai senza forze. Sono libero, ma tra i morti, come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo, recisi dalla tua mano. Mi hai gettato nella fossa più profonda, negli abissi tenebrosi. Pesa su di me il tuo furore e mi opprimi con tutti i tuoi flutti. Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo, si consumano i miei occhi nel patire. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani » (Sal 88,5-10).
Questo grido Gesù è venuto ad ascoltarlo per portare all’uomo il sollievo, la forza, la pace, la redenzione e, dopo il compimento del tempo, la partecipazione alla sua vittoria sul peccato e la morte. Le guarigioni di infermi di ogni genere indicano – o meglio: rivelano – che Dio ha visitato il suo popolo (Lc 1,68) e che il suo regno è vicino: « Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date » (Lc 10,7-8). Mentre egli opera a favore dei sofferenti, manifesta anche il potere di perdonare i peccati, sanando tutto ciò che appartiene a questa creazione: è il medico e la medicina di cui gli uomini, specie i malati nel corpo (infermi) e nell’anima (peccatori), hanno necessità. La sua vicinanza alle persone supera ogni attesa; non si tratta semplicemente di una filantropia generosa e disponibile verso coloro che patiscono, ma in Cristo, e in Cristo crocifisso, Dio si assimila al malato, afferma di “essere l’uomo sofferente”: « Ero malato e mi avete visitato » (Mt 25,36). Vale la pena ricordare un significativo episodio della vita di san Camillo de’ Lellis (1550-1614), fondatore dei Ministri degli Infermi (i Camilliani). Mentre stava assistendo un malato, un suo confratello lo avvisò di un cardinale che lo stava aspettando per un incontro, e lui rispose: « Dite a Sua Eminenza che abbia pazienza, perché sono occupato con nostro Signore Gesù Cristo ». Così, lungo i secoli, molti credenti, santi famosi come uomini e donne a noi sconosciuti, hanno continuato e continuano a prendersi cura di coloro che soffrono nel corpo.
Gesù ha anche chiesto ai malati di credere in lui, servendosi di gesti potentissimi: la sua saliva e l’imposizione delle mani, il fango e l’abluzione. Gli infermi gli si accostano e vogliono toccarlo « perché da lui usciva una forza che sanava tutti » (Lc 6,19). Talvolta Gesù si commuove per le grandi sofferenze dell’uomo e non soltanto si lascia toccare dai malati, ma si unisce realmente al loro dolore: « Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie » (Mt 8,17). Addirittura piange di fronte al mistero della malattia che conduce alla morte: « Gesù allora, quando vide piangere [Maria, sorella di Lazzaro], e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. (Gv 11,33-36). Partecipe di tanto patire, il Signore rivela che la malattia, la debolezza della creazione, serve al suo disegno di redenzione e ha in Dio un esito sicuro di salvezza: « Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato » (Gv 11,4). Da una parte, mostra chiaramente la propria potenza divina: « [Gesù] detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario » (Gv 11,43-44). Dall’altra, misteriosamente non guarisce tutti i malati: « Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”. Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” » (Mc 1,36-38).
Gesù è medico dei tribolati per indicare l’irruzione del regno di Dio e accompagnare l’umanità ferita verso una meta “superiore”: la vittoria sul peccato e la morte attraverso la sua Pasqua di croce, sepoltura e risurrezione. Se egli porta e distrugge il « peccato del mondo » (Gv 1,29) è perché si comprenda che le malattie dell’uomo sono una drammatica, terribile conseguenza del veleno che il peccato d’origine ha inoculato nel mondo.
Nei sacramenti della grazia da lui voluti, Cristo continua a « toccarci » in modo che questa medicina raggiunga il mistero più profondo del nostro essere.
Fin dalle origini, spinta dal comando del Signore, la Chiesa si è fatta vicina ai malati per sostenerli, aiutarli con le buone opere e le cure sanitarie, e anche per ungerli con l’olio affinché la grazia di Cristo li confortasse nella prova e rendesse la loro fede capace di vedere nelle sofferenze una partecipazione alla croce del Signore. Tipico della tradizione d’Oriente e d’Occidente è l’uso di benedire un olio che adombrasse, tramite l’unzione del corpo malato, la “vicinanza” di questo corpo umano sofferente con quello di Cristo crocifisso. L’unzione indica anche la comunione e l’unità inscindibile di tutti i sofferenti con il Corpo mistico della Chiesa, che è fatta di santi e peccatori, di sani e malati, di grandi e piccoli… Tutti sono un solo corpo con il Corpo di Cristo, sono fratelli tra loro e chiamati a vivere reciprocamente quella carità che, come profumo soave, è ciò che più di ogni altra cosa manifesta la nostra fede e anticipa sulla terra la salvezza e la beatitudine eterne: proprio per questo san Giacomo, il “fratello del Signore” e capo della Chiesa di Gerusalemme, dopo la risurrezione di Gesù scrive nella propria lettera: « A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” » (Gc 2,14-18).
La cura che la Chiesa ha dei sofferenti, dei poveri e dei malati nel corpo è come il “sacramento”, l’espressione sensibile della stessa carità di Cristo, che, nel segno dei fratelli nella fede, raggiunge ogni uomo. Aiutando gli infermi, i credenti mostrano la verità della presenza di Cristo nella loro vita e dell’adesione al Vangelo.
Lungo i secoli la Chiesa ha individuato segni visibili e parole tramite i quali manifestare l’opera con cui Dio si prende cura dei malati nel corpo e nello spirito: si sono precisate così anche le “parti del corpo” che dovevano essere unte e le preghiere adatte ad accompagnare tale gesto. Di veneranda tradizione è la formula eucologica: « Per questa santa unzione e la sua piissima misericordia, il Signore ti perdoni… ».
La teologia e il magistero hanno messo, poi, in evidenza gli elementi essenziali del “quinto” sacramento, detto Estrema Unzione (Concilio di Firenze, 1531-45). Come materia, l’olio d’oliva benedetto dal vescovo, che doveva essere amministrato solo a un infermo di cui si fosse temuta la morte, ungendolo sugli occhi, per la vista, sulle orecchie, per l’udito, sulle narici, per l’odorato, sulla bocca, per il gusto e la parola, sulle mani, per il tatto, sui piedi, per il movimento, sui reni, per il piacere (che lì si riteneva risiedesse), cosicché – questa era l’intenzione –, oltre che predisporre spiritualmente il malato alla morte imminente, gli valesse da perdono di tutti i peccati commessi con il corpo. Ministro del sacramento era il presbitero. L’effetto era la salute della mente, e, con il giovamento dato all’anima, anche un miglioramento dello stato fisico. Il Concilio di Trento (1545-1563) ha osservato come Cristo avesse voluto questo sacramento per la Chiesa precisandone gli effetti spirituali: « Questa realtà è, infatti, la grazia dello Spirito Santo, la cui unzione lava i delitti, che siano ancora da espiare, toglie i residui del peccato e reca sollievo e conforto all’anima del malato, suscitando in lui una grande fiducia nella misericordia del Signore, per cui l’infermo, così risollevato, sopporta meglio i fastidi e i travagli della malattia e più facilmente resiste alle tentazioni del demonio che gli insidia il calcagno (Gn 3,15) e riacquista talvolta la stessa salute del corpo, quando ciò convenga alla salute dell’anima » (Concilium Tridentinum Sess. XIV, De extr. unct., cap. II: ct .VII, 1, 356: Denz.-Schön. 1696).
Il Concilio Vaticano II ha allargato la “vocazione” del sacramento osservando che il termine più adeguato per definirlo è Unzione degli infermi, in quanto esso non solo aiuta il credente a “morire in grazia di Dio”, ma lo accompagna e lo sostiene anche nel corso della malattia, nel suo manifestarsi, durante la sua evoluzione e nell’esito di guarigione o morte: « Il tempo opportuno per riceverlo ha certamente già inizio quando il fedele, per indebolimento fisico o per vecchiaia, incomincia a essere in pericolo di morte » (Sacrosanctum Concilium, n.73). È sacramento dell’Unzione degli infermi nel senso che assume l’intero e faticoso processo di accettazione, nella fede, della croce del Signore, alla quale si è assimilati per grazia come membra sofferenti del Corpo mistico che è la Chiesa. I malati vengono “unti”, cioè “cristificati” (“Cristo” significa proprio l’“Unto”, il “Consacrato”), resi simili al Cristo sofferente e vincitore sul male, sul peccato e sulla morte. Rispondendo all’appello del Signore Gesù a essere pieni di amore per i fratelli che sperimentano il dolore e la malattia del corpo, la Chiesa desidera che l’uso di tale sacramento rientri nelle sollecitudini del Popolo di Dio: « Con la sacra Unzione degli infermi e con la preghiera dei presbiteri tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché rechi loro sollievo e li salvi (cfr. Gc 5,15), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo (cfr. Rm 8,17; Col 7,24; 2 Tm 2,11-12; 1 Pt 4,13), per contribuire così al bene del Popolo di Dio » (cfr. Lumen Gentium, n.11).
Celebrazione
A seguito del Concilio Vaticano II, è stato promulgato (1974) il Rituale per la celebrazione del Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi. Per valorizzarne gli aspetti liturgici ed ecclesiali, la formula sacramentale ha subito una modifica che teneva maggiormente presenti le parole di san Giacomo e rendeva più comprensibili gli effetti del sacramento. È stata confermata come propria la materia dell’olio d’oliva, ma, poiché in alcune regioni del mondo esso manca del tutto o può risultare difficile procurarselo, la Chiesa ha stabilito, su richiesta di numerosi vescovi, che possa essere usato anche un olio di altro tipo, che tuttavia sia stato ricavato da piante, in quanto più simile all’olio d’oliva. Data la riduzione del numero delle unzioni e delle membra da ungere, Papa Paolo VI ha ritenuto opportuna una “semplificazione” del rito, rivedendo alcune parti del suo svolgimento. Il Rituale annota pertanto: « Il sacramento dell’Unzione degli infermi si conferisce a quelli che sono ammalati con serio pericolo, ungendoli sulla fronte e sulle mani con olio d’oliva, o, secondo l’opportunità, con altro olio vegetale, debitamente benedetto, e pronunciando, per una volta soltanto, queste parole, dopo aver imposto le mani sul capo dell’infermo, senza dire nulla:
(mentre unge la fronte): « Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Sanτο. Amen »
(mentre unge le mani): « E, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi. Amen ».
In caso di necessità è sufficiente compiere un’unica unzione sulla fronte, oppure, a motivo di particolari condizioni dell’infermo, in un’altra parte adatta del corpo, pronunciando integralmente la formula soprascritta. L’Unzione degli infermi può essere ripetuta, qualora il fedele si ristabilisca e poi ricada nella malattia, oppure se, perdurando la medesima infermità, il pericolo divenisse più grave. Inoltre, può essere data prima di un’operazione chirurgica, quando il motivo dell’intervento chirurgico è un male che comporta pericolo per la vita. L’Unzione è un sacramento da celebrare per i vecchi, in ragione dell’indebolimento senile, anche se non affetti da grave malattia. Può essere data infine ai bambini gravemente malati che siano capaci di un sufficiente uso della ragione per comprenderne il conforto. Ogni malato che abbia perso l’uso della ragione o sia in stato di incoscienza può ricevere la grazia del sacramento in quanto si presume che, come credente e nel possesso delle sue facoltà, lo avrebbe richiesto. Non è possibile invece ungere un malato già morto, ma solo raccomandarlo alla misericordia di Dio; nel caso di dubbio se esso sia veramente morto, si può conferire il sacramento “sotto condizione”, premettendo, durante l’Unzione e mentre si pronuncia la formula, l’incipit « Se vivi, per questa santa Unzione… ».
Ministri del sacramento dell’Unzione degli infermi sono solo il vescovo e il presbitero. Essi usano l’olio benedetto dal vescovo durante la Messa del Crisma. Il presbitero, in caso di urgenza, se non avesse modo di raggiungere l’olio benedetto, potrà benedirlo lui stesso con la formula indicata dal Rituale.
“Ripensato” in una prospettiva ecclesiale dopo la riforma del 1974, il sacramento è stato arricchito di rinnovate forme rituali, che manifestano più chiaramente la ricchezza della grazia che dona. Sono pertanto varie le modalità celebrative proposte dall’attuale libro liturgico.
Elementi generali celebrativi:
-
- Il rito dell’Unzione degli infermi va celebrato abitualmente in chiesa e negli oratori, specie nel caso delle celebrazioni durante la Messa con grande partecipazione del popolo.
- Ovviamente, in caso di necessità, lo si può celebrare in qualunque luogo: nella casa del malato, negli ospedali, nelle case di cura o nelle residenze per gli anziani. È opportuno che si radunino, in particolare se l’infermo è in pericolo di vita, i suoi parenti e amici.
- È buona attenzione pastorale che i presbiteri (soprattutto i Parroci) facciano conoscere ai fedeli i giorni e gli orari in cui celebrare il rito dell’Unzione – anche durante la celebrazione dell’Eucaristia – con gli ammalati presenti in parrocchia e condotti in chiesa (se possibile) da familiari, amici, volontari.
- Il tempo liturgico più idoneo è il Tempo di Pasqua, dove maggiormente risalta la vittoria di Cristo sul peccato, la malattia e la morte. Si prediliga questo momento dell’anno rispetto ad altre scelte più devozionali. È molto opportuno cogliere l’occasione dei pellegrinaggi – sentiti i responsabili dei siti – per celebrare il sacramento, ad esempio presso quei santuari dove si ricordano apparizioni o miracoli, approvati dalla Chiesa, legati ai sofferenti.
- Se i malati dovessero confessarsi, i presbiteri vi provvedano prima della celebrazione dell’Unzione. Nel caso non fosse possibile fare diversamente, il presbitero, salvaguardando l’assoluta riservatezza ove fossero presenti altre persone, potrà ascoltare la confessione e impartire l’assoluzione all’inizio del rito dell’Unzione degli infermi, al posto dell’atto penitenziale previsto.
- Prima dell’Unzione si impongono le mani sul capo dell’infermo, senza dire nulla, e quindi si rende grazie sull’olio benedetto dal vescovo (o, in caso di necessità, lo si benedice). Se ci fossero più presbiteri, ognuno può imporre le mani sul capo dell’infermo.
- Quando i malati sono molti, si fa l’imposizione delle mani sul capo di ognuno senza dire nulla (se ci fossero più presbiteri, ciascuno di essi può imporre le mani sul capo di un gruppo di infermi stabilito).
- È lodevole, anche nel caso di una celebrazione per un solo infermo, ascoltare un brano della Parola di Dio che illumini la coscienza e insegni a riconoscere l’opera di Dio misericordioso e pietoso.
- Il presbitero, anche per la celebrazione dell’Unzione degli infermi individuale, indossa la stola bianca sulla veste talare e la cotta o sul camice. Se si celebra la Messa, quando le norme lo permettono, va scelta la Messa rituale Per l’Unzione degli infermi (MR, pp. 779-781), con il suo Lezionario (Per le Messe rituali). Si indossa la casula o la pianeta bianca.
Rito ordinario dell’Unzione degli infermi (SU 1974, nn. 66-82, pp. 51-63):
-
- I riti iniziali prevedono il saluto liturgico, l’aspersione con l’acqua benedetta (memoria del Battesimo), una monizione seguita dall’atto penitenziale (o dalla celebrazione del sacramento della Penitenza, qualora non sia stato possibile fare diversamente, garantendo la riservatezza).
- Segue la Lettura della Parola di Dio: può essere proposto un brano in forma di ascolto rituale, fino a pensare una vera e propria Liturgia della Parola, come durante l’Eucaristia. Il Rituale ha in appendice un Lezionario, ma si può usare più correttamente il Lezionario per le Messe rituali.
- Il Rito dell’Unzione prevede una preghiera litanica (n.75) e l’imposizione delle mani in silenzio (n.76), gesto di grandissima forza antropologica (la vicinanza ai singoli infermi) e, al contempo, manifestativo dell’azione taumaturgica di Gesù e degli Apostoli: il Salvatore impone le mani come mezzo di guarigione quando risana l’uomo cieco (Mc 8,23-25), la donna curva (Lc 13,11-13) o i malati a Nazareth (Mc 6,5); impone le mani anche per la liberazione dall’afflizione diabolica (Lc 4,40-41) e per risuscitare i morti (Mt 9,18, 25). Risorto, promette che chi crede in lui avrà il potere di guarire i malati: « Questi segni accompagneranno quelli che credono… imporranno le mani sui malati e questi guariranno» (Mc 16,18). Segue un rendimento di grazie sull’olio degli infermi già benedetto dal vescovo (n.77) (nel caso di urgenza o di impedimento a reperirlo, a questo punto il presbitero benedice lui stesso l’olio con la formula prevista, n. 77bis). Poi è il momento della sacra Unzione (n.78), accompagnata dalla formula prestabilita: è bene pronunziarne la prima parte mentre si unge la fronte (spalmando l’olio) e la seconda parte mentre si ungono le mani (palme o dorso). In caso di difficoltà (malati gravi, presenza di macchinari medici e infusioni sul corpo), si fa un’unica unzione sulla fronte dicendo l’intera formula. Segue un’orazione (nn.79-80) a scelta, in base alle caratteristiche della malattia.
- I riti di conclusione si celebrano con la preghiera del Signore e la
- Se non si è celebrata la Messa, ma l’infermo desidera la Comunione, la si inserisce qui, dopo la Preghiera del Signore, come indicato nel rituale ai nn. 57-60.
- Questa forma prevede anche adattamenti e “abbreviazioni”, che in taluni casi possono essere necessari per ragioni pastorali.
Rito dell’Unzione degli infermi durante la Messa (SU 1974, nn. 83-96, pp. 64-68):
-
- La dimensione ecclesiale di questa forma rituale risulta più visibile – posto che nella persona del ministro ordinato è sacramentalmente e invisibilmente presente l’opera di tutta la Chiesa – durante la celebrazione dell’Eucaristia.
- Questo modello celebrativo diventa una “convocazione” del popolo di Dio, chiamato dal suo Signore per celebrare le grandi opere del suo amore: per questo il parroco, con il Consiglio pastorale parrocchiale (talvolta anche il vescovo con la sua Chiesa diocesana in Cattedrale), stabilisce tempi liturgici, giorni, luoghi e orari che dovrebbero diventare “abituali” per celebrare l’Unzione degli infermi come Chiesa.
- Il Rituale presenta in modo molto chiaro tutte le norme che indicano quando è permesso celebrare la Messa rituale Per l’Unzione degli infermi, con le orazioni e le letture bibliche proprie.
Rito dell’Unzione degli infermi in una grande assemblea di fedeli [SU 1974, nn. 72-82 (senza la Messa), pp. 63-87 (durante la Messa)]:
-
-
- Il Rituale offre molte indicazioni pastorali, specie ai nn. 97-99 e 115.
- Se vi sono numerosi presbiteri e infermi, ogni presbitero impone le mani e unge con la relativa formula un gruppo di infermi assegnatogli precedentemente.
-
Il Viatico [SU 1974, nn. 128-147 (durante la Messa), pp. 148-164 (senza la Messa)]:
-
- Si può conferire durante la Messa o senza. La Messa può essere celebrata (sentito l’Ordinario) anche nella casa dell’infermo morente.
- Se l’infermo non può ricevere la Comunione sotto la specie del pane, può riceverla sotto quella del vino. Si leggano nel Rituale tutte le indicazioni per evitare ogni pericolo di versamento del Sangue del Signore (n. 130).
- Al n.132 è indicato quando si può celebrare la Messa Per il Viatico (MR. pp. 782-784). Il colore delle vesti liturgiche è il bianco.
- Si noti la particolarità della Professione di fede al n. 138 e la specifica formula per dare la Comunione sotto forma di Viatico al n. 142.
Rito per conferire i sacramenti a un infermo in pericolo di morte: [SU 1974, pp. 111-130 nn. 165-187 (Rito continuo della Penitenza, dell’Unzione e del Viatico); nn. 188-203 (Rito dell’Unzione senza il Viatico); 204 (L’Unzione sotto condizione)].
La Confermazione in pericolo di morte (SU 1974, p. 133, nn. 205-206)
La raccomandazione dei moribondi (SU 1974, pp. 137-152, nn. 207-241):
-
- Questo bellissimo capitolo, così poco frequentato, indica come l’amore verso il prossimo spinga i cristiani a stare vicino ai fratelli morenti confortandoli con la preghiera e la luce della Parola di Dio, perché ricevano la misericordia del Padre e crescano nella fiducia in Cristo Salvatore.
- Sono proposte orazioni, litanie, giaculatorie, salmi, letture bibliche che aiutano il moribondo, ancora in possesso delle sue facoltà, ad accettare, come Cristo morente in Croce, la fatica del morire e a superarla con la luce che viene dal Signore risorto e dalla carità dei fratelli che gli stanno accanto nell’ultima agonia.
- Appena il morente è spirato, tutti si inginocchiano e il presbitero (o il diacono, o anche un laico presente) recita l’orazione al n. 241.
- Nella celebrazione dell’Unzione e nella raccomandazione dell’anima dei moribondi è potentissima la possibilità di leggere, al capezzale del morente, la Passione del Signore secondo Matteo (pp. 272-278, n. 358), secondo Marco (pp. 279-284, n. 359), secondo Luca (pp. 285-291, n. 360) o secondo Giovanni (pp. 292-297, n. 361).
Bibliografia:
PDF del Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi:
Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, sul senso cristiano della sofferenza umana, 1084.
A. Grün, L’unzione degli infermi. Consolazione e tenerezza, 20052.
Centro Azione Liturgica, La malattia e l’unzione degli infermi. I prænotanda dei libri liturgici 2003.
