Ordine

Teologia

La vita terrena di Gesù Cristo e il senso della sua venuta nel mondo si sono realizzati pienamente con la Pasqua: « Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (Mt 20,25-28). Il Signore dà la propria vita fino alla morte di croce, atto supremo con il quale “celebra” la sua Pasqua attraverso la consegna di sé: « Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (Mc 10,45). Gesù afferma ancora durante l’ultima cena terrena: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13).

L’offerta di sé non è una “scelta di campo”, una sorta di debolezza o fragilità accettate perché siano un monito contro i potenti della terra. Non va ridotta a una “politica” o a uno “stile”. Il Signore consegna nelle mani dei suoi uccisori la Vita che egli è (« Io sono la via, la verità e la vita » Gv 14,6) – non semplicemente la vita che possiede –, in quanto è l’unico vero “antidoto” alla morte e al peccato entrati nel mondo con il peccato d’origine: « Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio » (Gv 10,17-18). Ecco la ragione per la quale egli “si offre” già nel cenacolo, anticipando sacramentalmente quanto farà esistenzialmente il giorno successivo sul Calvario: « [Egli] prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”» (Lc 22,19-20). Siamo di fronte a un’offerta che non si può ridurre ad atteggiamento idealistico o moralistico: è la carne affissa al legno della croce, l’Agnello immolato che porta il peccato del mondo in riscatto per tutti gli uomini. In ciò si esprime il “servizio” del Signore, il ministerium per eccellenza.

Egli stesso ha voluto che il suo essere “Cristo servo” venisse poi prolungato nel tempo della Chiesa. « Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” » (Gv 13,12-15). Il gesto della lavanda dei piedi, unito al comandamento dell’amore, chiede che il servo Gesù Cristo non sia solo imitato spiritualmente e moralmente nella vita di tutti i discepoli, ma sia “ripresentato” anche per istituzione dall’alto realizzata dalla grazia: una ræpresentatio Chisti servi. Lo si comprende, prima dell’Ascensione al cielo, quando i discepoli del Signore ricevono il mandato di estendere la sua presenza in virtù di una potenza che li rivestirà dall’alto conformandoli sacramentalmente a lui, pastore del suo gregge: « “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo ». (Lc 24,44-50). Anche Giovanni, nei racconti successivi alla Risurrezione, descrive una “prima” Pentecoste con la quale i discepoli sono costituiti per grazia operatori di un “prolungamento” della missione del Cristo: « Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” » (Gv 20,21-23). Così, rivestiti di potenza, la loro testimonianza di vita, che per gli Apostoli giungerà fino al martirio, li renderà il segno (sacramentum) di Cristo servo e pastore della Chiesa.

A partire da una simile prospettiva si comprende come il ministero dei Pastori sia nato quale servizio alla Tradizione. La Chiesa post-apostolica ha ritenuto indispensabile che il Vangelo di Cristo continuasse a essere annunciato nella propria integrità: la fede rivelata, la carità ricevuta e donata, la speranza attesa fin dal tempo presente. Per dare risposta alla necessità che il loro mandato continuasse nel tempo, gli Apostoli scelsero dei successori, i Vescovi, i quali, per mezzo della preghiera e dell’imposizione delle mani degli stessi Apostoli, furono costituiti custodi di questo tesoro e “deposito” evangelico, definito fin dalle origini come Tradizione vivente della Chiesa. Così narrano gli Atti degli Apostoli: « C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. Essi, dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro » (13,1-4).

Questi successori e collaboratori degli Apostoli non si pongono “a capo” delle Chiese per dominarle (cfr. Mt 20,25-26), ma per mettersi a servizio del deposito della fede, garantendone la continuità apostolica. Ricevono l’imposizione delle mani, gesto di “unità-comunione con gli Apostoli”, e, per la potenza dello Spirito Santo, invocato fin dalle origini della Chiesa con una Preghiera di Ordinazione, operante nel sacramento dell’Ordine, vengono “ordinati” (perciò si parla di ministero “ordinato”). Significa che vengono “posseduti, segnati, consacrati” dalla forza di quel depositum (il Vangelo), diventando servi (ministri) della Chiesa e strumenti della sua edificazione. Questa autorità – che è per natura servizio – è consegnata in modo pieno e primario ai Vescovi e in modo partecipato e subordinato ai presbiteri e ai diaconi. Viene messa in opera attraverso tre compiti-incarichi (munera) affidati ai Pastori (e in primis ai Vescovi) a servizio della Tradizione apostolica: l’ufficio di insegnare (munus docendi), volto al compito dell’annuncio e del magistero sulla Parola di Dio; l’ufficio di governare (munus regendi), cioè di guidare il gregge affidato alla loro cura pastorale; l’ufficio di santificare (munus sanctificandi) il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti.

I ministri ordinati, dunque, sono conformati al Cristo servo, capo e pastore, sacerdote e maestro del popolo santo di Dio. Il loro ministero va compreso entro il principio di comunione che deve reggere e orientare tutta la Chiesa, articolata e servita da ministeri molteplici che sorgono dalla radice comune del Battesimo. Il sacerdozio gerarchico dei Pastori (i ministri ordinati) è servizio all’intera Chiesa vivente nella storia ed è dono ai fratelli perché, illuminati dalla Parola di salvezza e santificati dalla grazia dei sacramenti, possano vivere il loro sacerdozio battesimale (detto talvolta “comune”) per il bene della Chiesa e l’evangelizzazione del mondo.

Il Vescovo, sposo della sua Chiesa locale, è anzitutto il segno vivente di Cristo capo e pastore. Guida ed edifica la Chiesa con l’autorità degli Apostoli, essendo parte del Collegio episcopale, in comunione con il Vescovo di Roma, successore di Pietro. Discerne, inoltre, valorizza e istituisce i carismi e i ministeri nella Chiesa. Come apostolo del Vangelo, che annuncia con autorità, è “grande sacerdote del suo gregge”; offre ai fedeli la vita divina che sgorga dalla Liturgia, di cui – specialmente nella sua Cattedrale, con i presbiteri, i diaconi, i ministri e tutto il popolo santo di Dio – è il sacerdote sommo, il custode e il promotore. In ogni celebrazione liturgica, e in modo sommo nell’Eucaristia, manifesta pienamente la Chiesa quale “una, santa, cattolica e apostolica”. Il ministero del Vescovo attinge da questa fonte di carità, che è il glorioso sacrificio di Cristo, la forza e il vigore dell’annuncio missionario del Vangelo alle genti, agli uomini lontani da Dio, ai peccatori e, con grande dedizione, ai poveri e ai piccoli.

I Presbiteri sono i primi cooperatori del Vescovo, partecipando – in comunione con lui – anzitutto della sua autorità di guida del popolo di Dio. Offrono alla Chiesa il servizio dell’annuncio della Parola di Dio e santificano i fedeli con la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti. Agiscono in persona Christi e saranno autentici servitori del Vangelo se celebreranno i divini Misteri con fedeltà e obbedienza alle norme, nelle parole, nei gesti e negli atteggiamenti di verità, sobrietà e bellezza, manifestando nelle singole parrocchie la presenza viva e operante di Cristo crocifisso, sepolto e risorto. Con la preghiera e le opere di misericordia sono apostoli di carità verso i poveri e i sofferenti. Promuovono infine la comunione e la fraternità tra presbiteri, mostrando così che lo Spirito di santità che li ha consacrati è una forza divina capace di trasformare il mondo.

I Diaconi sono il volto più sublime e vero del servizio alla comunità cristiana – specie dopo il ripristino del diaconato permanente voluto dal magistero successivo al Concilio Vaticano II –, essendo stati costituiti dallo Spirito Santo “servi” del Vangelo e della Chiesa; ce lo ricorda il nome che portano, la cui etimologia greca rimanda al “sollevare la polvere” per l’impegno posto nello svolgere i propri doveri. I diaconi sono chiamati a raggiungere ogni persona: le famiglie, i piccoli, i poveri, i malati e gli anziani. Nel Rito di Ordinazione ricevono il Libro dei Vangeli, mostrando così di essere tenuti ad annunciare la Parola del Signore nella Liturgia e nella catechesi e ai cuori dei sofferenti. Loro missione è anche suscitare collaboratori nel servizio, promuovendo i ministeri e orientandoli alla comunione con il Vescovo.

 

Celebrazione

A seguito del Concilio Vaticano II, è stato promulgato (19922) il Pontificale (libro liturgico a uso del Vescovo) detto Ordinazione del Vescovo, dei Presbiteri e dei Diaconi, ripensato, pur nel solco della Tradizione, dal punto di vista dottrinale, celebrativo ed ecclesiale. La formula sacramentale è stata modificata tenendo presente quanto Papa Paolo VI aveva ribadito sulla base di ciò che affermava la Costituzione Apostolica Sacramentum Ordinis di Papa Pio XII (30 novembre 1947), dove si dichiarava che « la materia unica dei sacri Ordini del diaconato, del presbiterato e dell’episcopato è l’imposizione delle mani; e la formula unica sono le parole che determinano l’applicazione di questa materia, perché esprimono chiaramente gli effetti sacramentali – cioè il potere di ordine e la grazia dello Spirito Santo – e, in questo senso, sono accolte e usate dalla Chiesa ». Pertanto Paolo VI, nella Costituzione Apostolica Pontificalis Romani recognitio (18 giugno 1968), ha disposto che nell’Ordinazione del Vescovo la materia sia l’imposizione delle mani, fatta in silenzio dal Vescovo consacrante e dagli altri Vescovi associati. A questo gesto apostolico segue, come forma del sacramento, la Preghiera di Ordinazione, della quale sono essenziali e perciò necessarie per la validità le parole: « Effondi ora sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida: tu lo hai dato al tuo diletto Figlio Gesù Cristo ed egli lo ha trasmesso ai santi apostoli che nelle diverse parti della terra hanno fondato la Chiesa come tuo santuario a gloria e lode perenne del tuo nome ».

Nell’Ordinazione dei presbiteri la materia è, parimenti, l’imposizione delle mani, fatta in silenzio dal Vescovo consacrante su ogni singolo ordinando. A questo gesto apostolico segue, come forma del sacramento, la Preghiera di Ordinazione, della quale sono essenziali e perciò necessarie per la validità le parole: « Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo Spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del grado sacerdotale da te ricevuto e con il loro esempio guidino tutti a un’integra condotta di vita ».

Nell’Ordinazione dei diaconi la materia è, ancora, l’imposizione delle mani, fatta in silenzio dal Vescovo consacrante su ogni singolo ordinando. A questo gesto apostolico segue, come forma del sacramento, la Preghiera di ordinazione, della quale sono essenziali e perciò necessarie per la validità le parole: « Ti supplichiamo, o Signore, effondi in loro lo Spirito Santo, che li fortifichi con i sette doni della tua grazia, perché compiano fedelmente l’opera del ministero ».

Il sacramento dell’Ordine fu riformato nel 1968 e, con una seconda edizione del Pontificale Romanum, nel 1989. Ai testi latini seguirono, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, il Pontificale per l’Ordinazione del Vescovo, dei presbiteri e dei diaconi del 1968 e del 1992. Il linguaggio dei riti è stato “ripensato” secondo la tradizione della Chiesa, arricchita dalla rinnovata consapevolezza ecclesiologica, perché le forme del sacramento aiutassero a manifestare la ricchezza della grazia donata. Sono pertanto diverse le modalità celebrative proposte dall’attuale libro liturgico.

 

a. Elementi generali celebrativi:

    • Il Rito dell’Ordinazione del Vescovo, dei presbiteri e dei diaconi manifesta il riferimento a Cristo, fonte e modello di ogni ministero ordinato.
    • Emerge maggiormente nei testi la natura ecclesiologica del servizio che il Vescovo, i presbiteri e i diaconi sono chiamati a esercitare.

b. Rito dell’Ordinazione del Vescovo (OVPD 1992, nn. 12-112, pp. 33-33):

    • Per la celebrazione della Messa con il Rito di Ordinazione del Vescovo, che si compie nella chiesa Cattedrale, si fa riferimento, quando le norme lo permettono ( OVPD, n.23, p. 35), alla Messa rituale Per l’Ordinazione del Vescovo (MR, pp. 785-794) con il suo Lezionario (Per le Messe rituali). Si indossa la casula o la pianeta bianca.
    • I Riti iniziali prevedono il saluto liturgico e la monizione, seguiti dall’atto penitenziale e dal canto del Gloria e dell’Orazione colletta. Se l’Ordinazione avviene nella Cattedrale dell’eletto, il nuovo Vescovo – tramite un diacono o un presbitero – esibisce al Collegio dei Consultori la Lettera Apostolica del Papa, che poi viene letta dall’ambone; quindi si fanno le acclamazioni previste. Nel caso di un’Ordinazione in altra Cattedrale o chiesa, i Riti per la Lettera Apostolica si posticipano prima dell’omelia.
    • Segue la Liturgia della Parola, che avviene come di consueto.
    • Il Rito dell’Ordinazione si articola in: invocazione allo Spirito Santo (n. 36-37), presentazione dell’eletto (n. 38-41), omelia, cui seguono il dialogo con il Vescovo ordinante principale sugli impegni dell’eletto (n. 43) e le Litanie dei santi (n.78) con l’invocazione di tutti i Dodici apostoli, mentre l’eletto è prostrato in atteggiamento di umiltà e conformazione a Cristo servo. Al cuore del Rito risplende, successivamente, il gesto apofatico e apostolico dell’imposizione della mani (n.49-50) sull’eletto – inginocchiato – da parte del Vescovo ordinante e di tutti i Vescovi concelebranti, segno del Collegio episcopale cui appartengono: dopo aver imposto le mani, essi restano fino al termine della Preghiera di Ordinazione vicino al Vescovo ordinante principale, per rendere visibile il Collegio episcopale. Mentre l’ordinando sta in ginocchio, il Vescovo impone – aperto – il Libro dei Vangeli (Evangeliario) sul suo capo (n.51), mostrando che il Vangelo di Cristo (Cristo stesso) lo inabita, lo consacra, lo guida, è sempre e comunque “sopra di lui” che, come Vescovo (il verbo greco episkopeo indica: osservare, esaminare, considerare, contemplare, investigare, dirigere, soprintendere a, mirare benignamente, proteggere, passare in rassegna, visitare), vigilerà con uno sguardo che scruta dall’alto, “da sopra”, sui fratelli (s’intende che egli sarà la guida, il capo della Chiesa, usando dell’autorità conferitagli da Cristo solo in senso evangelico). Il gesto riprende un’antica consuetudine siriaca attestata dal IV secolo. Due diaconi tengono l’Evangeliario aperto sul capo del Vescovo ordinato per tutto il tempo durante il quale il Vescovo ordinante principale canta (o recita) la Preghiera di Ordinazione (nn.51-52), che proviene dall’antico testo liturgico della Traditio Apostolica dell’inizio del III secolo. Il Rito si conclude con l’Unzione crismale del capo del nuovo Vescovo (n.54), figura della pienezza del sacerdozio di Cristo a lui partecipato. Segue la consegna del Libro dei Vangeli, dei quali il Vescovo è l’araldo e il defensor, il primo custode (n.55). Come uno sposo, il neo-consacrato riceve l’anello (n.56), segno della totale dedizione e del dovere di custodia della sua Chiesa, sposa di Cristo. Quindi il capo del Vescovo viene coronato dalla mitra (n.58), auspicio del fulgore di santità cui dovrà tendere. Chiude la serie dei Riti esplicativi la consegna del pastorale (n.59), figura del dovere evangelico di prendersi cura di tutto il popolo di Dio come pastore che regge la sua Chiesa. Il Vescovo siede per la prima volta alla cattedra (n. 60), il sedile riservato a ogni Vescovo nella propria Basilica Cattedrale (che appunto dalla sede episcopale trae il nome). L’insediamento (n.60), se l’ordinato non svolgerà il ministero episcopale in una Diocesi, si farà in un sedile opportunamente preparato. Tutto si conclude con l’abbraccio di pace (n.61) con tutti i Vescovi presenti, a indicare l’ingresso del nuovo Vescovo nel Collegio episcopale.
    • La Liturgia Eucaristica avviene nel modo consueto. L’ordinante principale prenderà il posto di primo concelebrante, mentre il neo-consacrato inizierà da questo momento a presiedere l’Eucaristia nella “sua” Cattedrale.
    • I Riti di conclusione fanno precedere all’Orazione e alla benedizione con il congedo il canto del Te Deum, mentre il nuovo Vescovo, accompagnato da altri due Vescovi, attraversa la navata della chiesa impartendo la benedizione.

c. Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri (OVPD 1992, nn. 113-159, pp. 83-107):

    • I Riti iniziali prevedono il saluto liturgico e la monizione, seguiti dall’atto penitenziale e dal canto del Gloria e dell’Orazione colletta.
    • Quindi è il momento della Liturgia della Parola, che avviene nel modo consueto.
    • Il Rito dell’Ordinazione comincia con la presentazione ed elezione (n. 134-135) e l’omelia. Seguono il dialogo con il Vescovo ordinante sugli impegni degli eletti (n.137-138) e le Litanie dei santi (n.139-143), mentre gli eletti sono prostrati in segno di umiltà e conformazione a Cristo servo. Cuore del rito è sempre il gesto apofatico e apostolico dell’imposizione delle mani (n.144-145) sugli eletti – inginocchiati – da parte del Vescovo ordinante. Anche i presbiteri presenti impongono le mani e poi restano fino al termine della Preghiera di Ordinazione vicino al Vescovo ordinante principale. Terminata l’imposizione delle mani, il Vescovo ordinante principale canta (o recita) la Preghiera di Ordinazione (n.146), proveniente anch’essa dall’antico testo liturgico della Traditio Apostolica dell’inizio del III secolo. Il Rito si conclude con la vestizione degli abiti sacerdotali (n.147) e l’Unzione crismale sulle palme delle mani dei nuovi presbiteri, come figura della potenza del sacerdozio di Cristo a loro partecipata per l’offerta del sacrificio eucaristico. Segue la consegna del pane e del vino, offerti per l’Eucaristia, e tutto si conclude con l’abbraccio di pace(n.151-152) con tutti i presbiteri presenti, a indicare l’ingresso dei nuovi presbiteri nel cœtus presbiterale.
    • La Liturgia Eucaristica si svolge come di consueto.
    • I Riti di conclusione si svolgono come di consueto.

 

d. Rito dell’Ordinazione dei Diaconi (OVPD 1992, nn. 191-243, pp. 127-152):

    • I Riti iniziali prevedono il saluto liturgico e la monizione, seguiti dall’atto penitenziale e dal canto del Gloria e dell’Orazione colletta.
    • Quindi è il momento della Liturgia della Parola, che avviene nel modo consueto.
    • Il Rito dell’Ordinazione comincia con la presentazione ed elezione (n. 217-219) e l’omelia. Seguono il dialogo con il Vescovo ordinante sugli impegni degli eletti (n.221-222) e le Litanie dei santi (n.223-225), mentre gli eletti sono prostrati in segno di umiltà e conformazione a Cristo servo. Ecco, quindi, il gesto apofatico e apostolico dell’imposizione delle mani (n.228-229) sugli eletti – inginocchiati – da parte del Vescovo ordinante. In Lumen Gentium 29 si precisa – citando un testo delle Constitutiones Ecclesiæ,Aegyptiacæ III, 2: F. X. Funk (ed.) – che l’imposizione delle mani al diacono non è compiuta « ad sacerdotium sed ad ministerium »: ciò indica che egli è ordinato non per la celebrazione eucaristica, ma per il servizio. Questa nota delinea l’identità teologica specifica del diacono: partecipando dell’unico ministero ecclesiastico, egli è nella Chiesa segno sacramentale specifico di Cristo servo. Suo compito è essere « interprete delle necessità e dei desideri delle comunità cristiane » e « animatore del servizio, ossia della diakonia», che è parte essenziale della missione della Chiesa. Come ricorda la Lumen Gentium « È ufficio del diacono, secondo le disposizioni della competente autorità, amministrare solennemente il Battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il Matrimonio in nome della Chiesa, portare il Viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di San Policarpo: “Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti (Ad Phil. 5, 2)” » (n. 29). Il concilio di Arles (314) ricorda loro che non possono offrire l’Eucaristia (can. 15) e sono tenuti a riconoscere ai presbiteri l’onore a essi spettante (can. 18). Il Concilio di Nicea (325) vieta ai diaconi di dare la Comunione ai presbiteri: hanno l’obbligo di riceverla dal Vescovo o da un presbitero e sempre dopo di loro. Non devono sedere tra i preti. « I diaconi restino nei limiti delle loro attribuzioni, sapendo che sono i servi del Vescovo e che si trovano in un grado inferiore ai presbiteri » (can. 19). Terminata l’imposizione delle mani, il Vescovo ordinante principale canta (o recita) la Preghiera di Ordinazione, (n.230), proveniente anch’essa dall’antico testo liturgico della Traditio Apostolica dell’inizio del III secolo e dal Sacramentario Veronese (secoli V-VI). Il Rito si conclude con la vestizione degli abiti diaconali (n.231-232). Segue la consegna del Libro dei Vangeli, del quale i diaconi sono divenuti annunciatori. Tutto si conclude con l’abbraccio di pace (n.234-235) con tutti i diaconi presenti, a indicare l’ingresso dei nuovi diaconi nel loro cœtus.
    • La Liturgia Eucaristica si svolge come di consueto.
    • I Riti di conclusione si svolgono come di consueto.

 

 

Bibliografia

Ordinazione dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi: https://liturgico.chiesacattolica.it/pontificale-romano-ordinazione-dei-vescovi-dei-presbiteri-e-dei-diaconi/

Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 2013.

Congregazione per l’Educazione Cattolica e Congregazione per il Clero, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, 1998.

A. Grün, Il sacramento dell’Ordine. Vivere da sacerdote, 20113.

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