Matrimonio

IL MATRIMONIO CRISTIANO

 

Teologia

 

A partire dal 28 novembre 2004, per decreto della Conferenza Episcopale Italiana, è divenuto normativo celebrare le Nozze cristiane con il nuovo Rito del Matrimonio, promulgato per la Chiesa italiana il 4 ottobre 2004 (traduzione e adattamento dell’Ordo cœlebrandi Matrimonium, l’edizione typica latina del 19 marzo 1990). La vera grande novità era stata però introdotta nel 1975 dal Rituale del Sacramento del Matrimonio (il testo latino corrispondente era del 1969) e poi ribadita con maggior vigore dal nuovo Rituale latino del 1990, fondamento dell’attuale Rito del Matrimonio del 2004. L’obiettivo della teologia postconciliare era “contestualizzare” le Nozze cristiane entro la celebrazione dell’Eucaristia, sacramento della Pasqua di Gesù Cristo, della sua passione, morte e risurrezione. Nel segno del convito, essa è simbolo del sacrificio d’amore, della massima offerta che il Figlio (sacerdote, vittima, altare) fa della propria vita consegnandola al Padre per la salvezza del mondo.

Sappiamo bene che la prassi antica del Matrimonio cristiano – almeno nella tradizione romana – non prevedeva alcuna Liturgia particolare oltre al consenso degli sposi celebrato in facie Ecclesiæ (sul sagrato della chiesa), pur nella consapevolezza che l’unione nuziale avveniva nel Signore. E se anche il Rituale romano del Concilio di Trento (1614) dava la possibilità di celebrare, al termine del Matrimonio, una Missa pro sponsis – al cui interno, dopo la Preghiera del Signore, era collocata la veneranda e antichissima preghiera di benedizione degli sposi –, la relazione tra Matrimonio ed Eucaristia appariva ancora come una “giustapposizione” e restava comunque facoltativa.

Con il Rito del Matrimonio del 1975, e ancor più con l’attuale del 2004, la prospettiva si è precisata ponendo le Nozze cristiane in un rapporto intrinseco con l’Eucaristia. Non si tratta più di pensare la Messa come una sorta di “cornice”, né come una semplice possibilità offerta agli sposi di “fare la Comunione dopo il loro Matrimonio” per chiedere a Dio le grazie necessarie… Il rapporto uomo-donna “in Cristo” diventa segno sacramentale delle nozze tra l’Agnello crocifisso e risorto e la Chiesa-sposa. Si tratta di un connubio di tipo pasquale-eucaristico, dove i nessi attrattivi umani tra gli sposi sono trasfigurati-trasfigurabili dalla grazia sacramentale.

La relazione salvifica tra Dio e Israele è descritta nell’Antico Testamento con l’immagine della nuzialità, profezia del connubio sponsale tra Cristo e la Chiesa, che si manifesterà pienamente nella Pasqua consumandosi sul talamo della croce. Non è un caso che i Vangeli sinottici facciano riferimento alla felicità per la presenza dello sposo, al banchetto per le nozze del figlio, all’attesa fremente dello sposo. Giovanni ricorda la gioia che si prova all’udire la voce dello sposo, racconta il “segno” alle nozze di Cana, mostra la ricerca dello Sposo da parte di una Maddalena in lacrime e infine l’incontro e l’abbraccio. L’apostolo Paolo annuncia l’ineffabile intimità tra la Chiesa-sposa e Cristo-sposo, contemplandola come un “mistero grande”: « questo mistero (il rapporto uomo-donna) è grande: lo dico(ponendolo) in relazione a Cristo e alla Chiesa » (cfr. Ef 5,32) L’Apocalisse, infine, ritrae la Chiesa nascente quale sposa dell’Agnello, la descrive nei termini di un’assemblea di invitati alle nozze dell’Agnello, la vede discendere dal cielo mirabilmente adorna di gioielli per il suo Sposo.

Il Matrimonio cristiano è una ripresentazione delle nozze mistiche di Cristo con la Chiesa non solo per analogia, ma per partecipazione reale. Il “dare la vita” (esistenziale-pasquale-eucaristico) di Cristo per la sua “diletta sposa” viene comunicato come dono di grazia alla coppia dei nubendi, i quali – in virtù del sacramento del Matrimonio – diventano capaci di “essere sposi” secondo la qualità dell’amore di Cristo per la Chiesa. Questo amore “di Cristo-sposo” per la “Chiesa-sposa” viene effuso con soavità nella celebrazione liturgica, ed è:

  • fondamento per gli sposi cristiani della sequela del Signore;
  • fondamento della “vocazione” degli sposi a diventare nella Chiesa segno visibile, quasi “tangibile”, dell’amore di Dio per l’umanità (questo è forse il principale “ministero” del Matrimonio cristiano);
  • fondamento dell’indissolubilità-fedeltà del vincolo matrimoniale, che, prima di ogni ragione sociale, affettiva e genitoriale, trova senso nell’amore del Signore per la Chiesa: un amore assoluto, offerto “fino a dare la vita”, “tutta” la vita, anche se noi eravamo peccatori.

 

Celebrazione

 

A partire dall’elaborazione teologica e simbolica conciliare, il nuovo Rito del Matrimonio ha operato una “ri-calibrazione liturgica” optando per due modelli celebrativi fondamentali:

  • il Rito del Matrimonio nella celebrazione eucaristica (non si dice più “durante la Messa”);
  • il Rito del Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio, secondo una duplice modalità: tra battezzati cristiani, oppure tra una parte cristiana e una catecumena o non battezzata (non si usa più la formula “senza la Messa”).

Qual è l’importanza di questa scelta e dove individuarne le motivazioni? Pur nella consapevolezza che i sacramenti presuppongono la fede (si dicono infatti sacramenti della fede), dobbiamo considerare con realismo le nuove generazioni, in cui sempre più coppie conducono un’esistenza distaccata dalla pratica cristiana. Spesso i futuri sposi si trovano appena in uno stato di timida ricerca del Signore e della Chiesa e solo raramente in un cammino di riscoperta della fede. Per costoro Gesù Cristo non è il centro del vivere, ma si pone solo “all’orizzonte”…

Il nuovo Rito del Matrimonio raccoglie la sfida di questa polarità.

 

a. Elementi generali celebrativi

Se già il Rituale del Sacramento del Matrimonio del 1975 “in qualche circostanza straordinaria e per giusta causa” prospettava il “Matrimonio senza la Messa”, oggi non si tratta di offrire uno schema celebrativo “per chi ha fede” e “per chi ha poca fede”, né di dare per acquisita una situazione di fatto senza alcuna speranza di maturazione. Il Rito del Matrimonio del 2004 mira a una sorta di “flessibilità liturgica”, raccomandando che la celebrazione risulti proporzionata alla situazione reale dei nubendi. Poiché il legame tra l’uomo e la donna in Cristo trova la piena realizzazione nel legame eucaristico-pasquale tra Cristo e la Chiesa, il nuovo Rito intende aiutare i pastori, gli educatori, i catechisti a incoraggiare i fidanzati a domandarsi con autenticità se, come coppia, vivano già un’esperienza di fede(che resta sempre umana e segnata dalla fragilità e dal peccato) in una prospettiva cristologico-pasquale (nella relazione con Cristo, la vita ecclesiale, i sacramenti, la preghiera, le opere di carità…), oppure la loro sia un’esistenza parzialmente e gradualmente “orientata-orientabile” alla vita cristiana.

Il primo caso riguarda coloro che vivono già un’esperienza di fede. Con la profetica proposta del nuovo Rito del Matrimonio sarà possibile che le coppie mature nella pratica cristiana si orientino a celebrare le Nozze nella celebrazione eucaristica, esprimendo così una “scelta” di adesione piena già in atto. Il sacramento dell’Eucaristia è grazia che unisce gli sposi all’amore di Cristo e impegno rispetto alla qualità dell’amore reciproco che saranno chiamati a vivere. Pastori e nubendi possono trovare in un simile modello liturgico l’espressione – nella verità e potenza dei segni – della ricchezza e dell’intensa ministerialità degli sposi: una sinergia tra l’amore umano e quello trinitario-cristologico-eucaristico. La conseguenza pastorale e simbolico-rituale starà nel far emergere, durante la celebrazione delle Nozze, la centralità della Comunione eucaristica sotto le due specie (Corpo e Sangue di Cristo), ricevuta dagli sposi quale dono e “segno visibile” dell’amore sponsale di Cristo per la Chiesa: il Signore Gesù Cristo immolato sulla croce, sepolto e risorto è infatti realmente e totalmente presente nel sacrificio eucaristico. La Comunione eucaristica, in cui le Nozze cristiane sono innestate, diviene così un “vertice” teologico-simbolico-rituale e, dopo il libero consenso della volontà degli sposi di unire le loro vite con la grazia di Cristo, esprime quasi uno “sfociare” dell’amore sponsale in quello cristologico-pasquale.

Nel caso, invece, di fidanzati che si trovino nella condizione di un’esistenza solo parzialmente e gradualmente “orientata-orientabile” alla vita cristiana, il nuovo Rito del Matrimonio prevede che il sacramento sia posto all’interno di una celebrazione della Parola di Dio. Questa “seconda forma” non è da interpretare come una sorta di “penalizzazione” degli sposi, né come una “diminuzione” rispetto alla prima forma eucaristica. Al contrario, essa suggerisce una ritualità coerente con una coppia che “in occasione del Matrimonio si pone in via di rinnovata iniziazione cristiana”. Non è un’opzione “per i lontani” – magari con la presunzione che restino tali –, ma una forma da “scegliere” in positivo, concordandola insieme tra pastori, educatori e fidanzati, e mai da “imporre” quasi fosse una punizione. La speranza è che per alcuni cristiani “critici o intiepiditi” rispetto al Vangelo, alla Chiesa e ai suoi sacramenti, la celebrazione delle Nozze sia un punto di partenza per riappropriarsi della fede, evitando così le tristemente note celebrazioni “di facciata”. Un Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio esprime cosa sia davvero possibile “oggi”, orientando gli sposi – è un investimento impegnativo dal punto di vista pastorale, sia per i presbiteri che per gli educatori che curano i percorsi per i fidanzati – verso quell’adesione a Cristo e alla Chiesa che ancora non sanno dare pienamente. Pensiamo a molte giovani coppie disabituate al linguaggio liturgico (non possono non venire alla mente certe assemblee eucaristiche nuziali nelle quali è quasi palpabile l’estraneità al linguaggio liturgico e si constata la “non partecipazione” alla mensa eucaristica di moltissimi presenti!). Un modello rituale che offra loro una celebrazione più snella li alleggerisce del “peso” teologico dell’Eucaristia, così impegnativo per la fede.

Pastoralmente e in senso simbolico, sarà fondamentale allora far emergere la centralità della Parola di Dio, esperienza viva dell’ascolto e di una disponibilità a entrare in relazione con Cristo e la Chiesa. Il simbolo vertice – anziché la Comunione eucaristica – sarà così la consegna della Sacra Scrittura in forma ritualizzata. Ciò non va inteso come un “regalo della Bibbia agli sposi” da parte del Parroco, bensì come un autentico viatico nel cammino di ripartenza della loro fede e simbolo della ricerca e dell’ascolto di Dio.

b. Dalla “ridenominazione” dei riti all’ampliamento simbolico-rituale (e adattamento).

 

I. Rito del Matrimonio nella celebrazione eucaristica (prima forma). Si articola in cinque parti:

  1. Riti di introduzione (RM, pp. 31-35):
  • Anzitutto abbiamo l’accoglienza e l’ingresso degli sposi, dove il ritrovarsi antropologico delle rispettive famiglie e degli amici si accompagna all’accoglienza da parte di Dio degli sposi e di tutta la Chiesa riunita. La prima forma (la più innovativa) presenta una dimensione umana e divina al tempo stesso: i nubendi attendono insieme alle rispettive famiglie e agli amici presso le porte della chiesa, cioè “fuori” dal luogo sacro, ma anche “nel mondo”; simbolizzano il loro incontro attraverso un ampliamento e una condivisione con i propri cari; “uniscono” non solo le loro vite, ma anche le vite, le storie, gli affetti delle famiglie e degli amici, permettendo che avvenga uno scambio pieno di umanità. Questa accoglienza dal sapore affettivo, “orizzontale”, va a intersecarsi con quella che Dio riserva agli sposi, ritualizzata dalla presenza e dal saluto cordiale del ministro ordinato (« il sacerdote […] li saluta cordialmente, manifestando la partecipazione della Chiesa alla loro gioia » RM 2004, n. 45) alle porte della chiesa. Gli sposi sono accolti da Dio perché possa fare dei due una cosa sola e la loro esistenza venga trasfigurata dalla grazia: è una “seconda” accoglienza più interiore, spirituale, “verticale”, che impegna la Chiesa nella comunione invisibile con tutti i suoi figli. Varrebbe la pena che il gesto efficace coinvolgesse gli sposi stessi, i quali, a loro volta, potrebbero salutare cordialmente tutti i presenti, condividendo con sobrietà la storia del loro amore e il perché della scelta di sposarsi nel Signore Gesù Cristo.
    Segue l’ingresso degli sposi. Nella processione verso l’altare, accompagnati dai genitori e dai testimoni, essi mostrano la tensione-orientamento della loro esistenza a Cristo, l’amore-venerazione a lui (l’altare è venerato) e la disposizione ad ascoltarlo (si collocano “ai piedi” dello stesso altare).
    La seconda forma dei riti di accoglienza ricalca il cliché dell’ingresso solenne della sposa, rischiando di scivolare verso modelli più convenzionali.
  • La Liturgia nuziale – omettendo l’atto penitenziale – esordisce con una memoria del Battesimo(RM, pp. 32-35), celebrata possibilmente presso il fonte battesimale, che viene raggiunto con una processione. È l’ennesimo tentativo (speriamo non vano!) di ricuperare la teologia dello spazio in rapporto alle assemblee liturgiche, spesso “ingessate” nell’unica forma dello stare e del guardare “dai banchi” e poco abituate all’andare-muoversi-ascoltare; in questo caso recandosi alla ianua Ecclesiæ, il luogo del Battesimo, situato all’ingresso delle chiese perché è la “porta” attraverso la quale si entra nel mistero della Chiesa. Così il Battesimo apparirà come l’origine di ogni altra relazione del fedele con Dio.
    Partecipi in forza del loro Battesimo del mistero pasquale di Cristo crocifisso e risorto, gli sposi cristiani si dispongono a celebrare le Nozze, prima che come un impegno, come una risposta libera (e liberante) nei confronti di un amore che li precede poiché proviene da Dio. Basti considerare come le tre monizioni iniziali presenti nel Rituale – a scelta del presbitero – introducano opportunamente la memoria del Battesimo: « Facciamo ora memoria del Battesimo, nel quale siamo rinati a vita nuova: divenuti figli nel Figlio, riconosciamo con gratitudine il dono ricevuto, per rimanere fedeli all’amore a cui siamo stati chiamati » (RM, nr. 52, p. 32); « Facciamo ora memoria del Battesimo, dal quale, come da seme fecondo, nasce e prende vigore l’impegno di vivere fedeli nell’amore » (RM, nr. 53, p. 33); « Facciamo ora memoria del Battesimo, inizio della vita nuova nella fede, sorgente e fondamento di ogni vocazione. Dio nostro Padre, con la forza del suo Santo Spirito, ravvivi in tutti noi il dono di quella benedizione originaria » (RM, nr. 54, p. 33).
    Il rito di aspersione sostituisce l’atto penitenziale.
  • Seguono il canto (finalmente non si legge più l’espressione “si dice il Gloria”!) del Gloria e l’Orazione colletta (il nuovo Rituale ne prevede sei – pp. 243-244 –; le prime quattro rielaborano le quattro del Messale Romano e ne sono state aggiunte due tratte dall’antica tradizione romana Ve 1109 e Gel 1450, RM, p. 244).

 

  1. Liturgia della Parola (RM, pp. 36-38. 107-240):
  • Viene offerta un’amplissima scelta di brani biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, abbandonando il criterio di proporre solo pericopi che si riferiscano esplicitamente al Matrimonio. La selezione è squisitamente tipologico-sacramentale e rende davvero apprezzabile il Lezionario (volume autonomo rispetto al Rituale), che è stato costruito [cfr. R. Cecolin, Il Lezionario del nuovo Rito del matrimonio, Rivista Liturgica 6 (2004) 1010-1011] attorno ad alcune chiare direttrici logiche, a cominciare dall’ampiezza della scelta (82 pericopi), adatta a una Chiesa che celebra e ascolta la Parola di Dio per riceverne l’automanifestazione e non con uno scopo “didattico-moraleggiante” o volto a indicare semplicemente i doveri derivanti dal Matrimonio. Altro criterio è stato quello di scegliere passi che parlino esplicitamente del contesto nuziale nell’Antico (nonostante la difficoltà del linguaggio) e nel Nuovo Testamento e, in modo del tutto particolare, nei Salmi. Si sono adottate poi pericopi che trattano di aspetti secondari della vita familiare e matrimoniale. In sintesi, i testi biblici scelti vogliono illuminare il “mistero grande dell’amore” quasi parlando della vita cristiana “in sé” come luogo in cui il Matrimonio si realizza: la missione che il Risorto affida agli Apostoli dice il senso della ministerialità sponsale, e così il rotolo delle Scritture posto sugli stipiti di casa, o il sacrificio spirituale della propria vita menzionato nella Lettera ai Romani.
    Per orientare la scelta e curare la “relazione” tra le letture bibliche vengono proposti alcuni schemi-modello (RM, pp. 36-37).
  • La Liturgia della Parola prevede l’uso dell’Evangeliario – segno sacramentale della presenza del Risorto che parla alla sua sposa, la Chiesa –, con l’indicazione di unire alla venerazione con il bacio del Libro dei Vangeli da parte del diacono (o del presbitero) anche il bacio dato a esso dagli sposi (RM, p. 38, nr. 63): atto di fede nella presenza del Signore e segno di un ascolto obbediente della Parola di Dio e dell’impegno a vivere-testimoniare la ministerialità sponsale alla presenza e alla luce del Vangelo.
  • Il Lezionario per il Rito del Matrimonio non va visto solo come un prontuario per la preparazione della celebrazione. Potrebbe essere uno strumento importante da impiegare negli itinerari di formazione spirituale e nella catechesi per i fidanzati, e andrebbe consegnato loro per tempo (il PDF è facilmente reperibile online) in modo che, nel periodo che precede le Nozze, abbiano modo di leggere ogni giorno un brano della Scrittura.

 

  1. Liturgia del Matrimonio (RM, pp. 39-50):
  • Le interrogazioni prima del consenso possono essere formulate sia secondo il modello classico delle “domande” (leggermente rinnovate nel testo, RM, 66 (o 67) e 68, pp. 39-41) che secondo la nuova forma della dichiarazione delle intenzioni, declamate a una sola voce dallo sposo e dalla sposa (RM, nr. 69, p. 41). Si noti come nella terza domanda (o alla fine della dichiarazione delle intenzioni), riguardante il bonum prolis (il modo giusto di rapportarsi con i figli), sia stato sostituito l’avverbio “responsabilmente” con l’espressione “con amore”, che traduce il latino amanter, per indicare come alla responsabilità genitoriale vada unito un profondo spirito d’amore quale atteggiamento di accoglienza dei figli.
  • Segue la manifestazione del consenso, accompagnata dall’antichissimo gesto della dexterarum junctio (il congiungimento delle destre). Al “darsi la mano destra” si è aggiunto il rivolgersi degli sposi l’uno verso l’altro (passando dalla posizione, comune a tutta l’assemblea, verso l’altare-Cristo, a una di “frontalità” antropologicamente e relazionalmente significativa oltre che ecclesialmente “pubblica”.

Il consenso prevede tre forme:

a) La forma tradizionale, oltre alla “fin troppo nota” sostituzione del verbo “prendere” (il latino dell’editio typica ha in realtà mantenuto accipio) con il più antropologicamente ricco “accogliere”, raccorda ora meglio le espressioni del libero e maturo impegno umano (“prometto di esserti fedele sempre…”) con l’azione gratuita di Dio, tramite la felice espressione “con la grazia di Cristo” (RM, nr. 71 pp. 42-43), chiara allusione al primato della grazia sul consenso sacramentale.

b) Una seconda forma (RM, nr. 72 pp. 43-44) prevede la reciproca interrogazione tra sposo e sposa, di vago sapore biblico, che si chiude con un consenso “a una voce”, lirica espressione dell’approdo nuziale nell’una caro (una carne sola). L’espressione “con la grazia di Dio”, anche nella seconda forma, sottolinea l’interazione della grazia con il libero impegno umano.

c) In caso di opportunità (di fronte ad analfabetismo, timidezza invincibile, ipovisione, balbuzie grave), è prevista una terza forma tutta interrogativa (RM, nr. 73, p. 44), dove gli sposi rispondono con un breve assenso.

  • Chiude la formula di accoglienza del consenso pronunciata dal presbitero (si faccia caso al ricco linguaggio biblico della seconda dicitura), con il “nuovo” segno da parte sua (o di altro ministro) di stendere la mano sulle mani unite degli sposi: gestualità tipica degli antichi sponsalia, che, nell’area germanica, giungerà alla consuetudine di avvolgere le mani degli sposi con la stola del presbitero mentre è proclamata la nota formula « Ego coniungo vos in matrimonium »… (RM, nr. 74-75, p. 45).
  • La benedizione e consegna degli anelli. Viene aggiunta una quarta formula e la possibilità che siano aspersi (prima non prevista). È il presbitero (o un altro ministro) che li consegna agli sposi (RM, nr. 76-77 p. 45-46).
  • La possibilità (legata alle disposizioni dell’Ordinario, permessa e incoraggiata dalla Diocesi di Padova e che ci si augura trovi il sostegno di molti altri vescovi) di arricchire i riti esplicativi del Matrimonio di maggiore forza simbolica vede reintrodotto, in questo libro liturgico del 2004, il bellissimo rito dell’incoronazione degli sposi (RM, nr. 78 p. 47). Si tratta di una prassi di origine ebraica, ma anche greca e romana, conservata nelle Liturgie orientali dai bizantini, dai copti, dai siriaci – i quali mantengono addirittura una festa della “Chiesa sposa” –, dagli assiri e dai caldei. Le corone sono segno di dignità, potere, regalità, santità, dono dall’alto, perfezione (metafora del cerchio o della sfera: figure ottenute da un’infinità di punti equidistanti dal centro), eternità. L’Antico Testamento vede coronati i re e i profeti come segno della benedizione di Dio e della sapienza infusa dall’alto. Anche il Nuovo Testamento usa l’immagine dell’atleta di Cristo che corre per conquistare come premio la corona. Nell’Apocalisse, infine, Maria è la donna coronata di stelle (Ap 12,1).
    La coronazione degli sposi si richiama alla loro partecipazione alla regalità di Cristo, già donata nel Battesimo, che li rende il nuovo Adamo e la nuova Eva. Esprime come l’uomo e la donna realizzino con il Matrimonio un “completamento” l’uno dell’altro: « N., (servo/serva di Dio), ricevi N. (serva/servo di Dio) come corona », recita la formula che sottolinea il gesto. Non solo in senso antropologico-esistenziale, ma anche in ordine alla propria santificazione e redenzione, l’uno diviene la “causa di salvezza” (la corona æternitatis) dell’altro, in una dedicazione totale dell’uno all’altro. Cristo stesso li corona, perfezionando la loro esistenza sponsale: « O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore », prega il ministro, dopo aver coronato gli sposi.
    Si possono usare per il rito corone metalliche dorate o argentate (tipiche delle Chiese orientali e reperibili senza difficoltà online), o eventualmente predisporne di fiorite (nel rispetto della sobrietà).
  • È possibile collocare a questo punto (anticipandola rispetto alla tradizionale posizione dopo la Preghiera del Signore, come embolismo al Padre nostro) la solenne benedizione nuziale (RM nr. 79, p. 47). Ciò è senz’altro da preferirsi rispetto alla pur veneranda collocazione dopo il Pater. Con questa opzione rituale si rafforza l’unità celebrativa e si accentua la teandricità (l’incrocio tra divino e umano) del sacramento nuziale. La dimensione naturale, libera, umana, potremmo dire “orizzontale”, dell’alleanza tra i due sposi è manifestata dal loro mutuo consenso, che per il diritto romano e la Chiesa Cattolica è sempre stato la norma fondamentale per la “valutazione” dei Matrimoni, secondo l’antico adagio « Consensus facit Nuptias » (“il consenso realizza le Nozze”). Con questa dinamica terrena del Matrimonio si interseca la dimensione celeste, divina, “spirituale”, gratuita, diremmo per metafora “verticale”, del dono di Dio, espresso appunto dalla solenne benedizione nuziale. L’attrazione e l’anticipo della benedizione, collocata accanto allo scambio del consenso, mostra l’incontro delle due dimensioni: orizzontale e verticale. Il rito (solo indicato come possibile in questa posizione a p. 47, ma tipograficamente “rinviato” alle pp. 51-55, nella sede tradizionale dopo il Padre nostro) prevede quattro formule a scelta, cui si aggiungono alcuni importanti segni: il mettersi in ginocchio degli sposi, la gestualità epicletica dello stendere le mani sugli sposi da parte del presbitero, la possibilità di un ritornello cantato di acclamazione dell’assemblea durante il canto della solenne benedizione nuziale da parte del presbitero (RM, pp. 261-264). La “vicinanza” di consenso e benedizione crea una “sinfonia ministeriale” tra il ministero degli sposi (libero-consensuale) e quello del presbitero (deprecativo-ecclesiale).
  • È possibile arricchire la dinamica celebrativa con l’antichissimo rito della velazione degli sposi (RM, rubrica a p. 52). Sopra la coppia viene steso, durante tutta la preghiera della benedizione, un ampio velo (di tulle o altra stoffa leggerissima bianca, con la possibilità di apporvi un ornamento appropriato), sorretto dai genitori e/o dai testimoni. Questo bellissimo e suggestivo gesto (anch’esso approvabile dall’Ordinario nelle regioni in cui non è in uso) è, ancora, una dilatazione della potenza semantica del rito.
    L’origine della velatio risiede nella tradizione ebraica della huppah, un baldacchino eretto presso la sinagoga (o la casa dello sposo), sotto il quale si celebravano le nozze. Esso richiamava la tenda, la dimora di Dio sulla terra, la nube luminosa della Shekhinah, il cielo, la nube scesa su Mosè, il velo nel Tempio a protezione del Sancta sanctorum; ma anche la nube dello Spirito Santo che copre Maria, la colomba dello Spirito su Gesù al Giordano, la nube oscura che avvolge gli apostoli sul monte alla Trasfigurazione. Questa copertura, questa “nuvola”, rimanda alla protezione di Dio e all’epiclesi dello Spirito Santo-Amore sugli “amanti”. Dal velare-coprire gli sposi derivano, appunto, i termini latini (poi passati nell’italiano “nozze”) nubere, nuptiæ, connubium
    Gli sposi sono “velati” – cioè coperti – dalla nube-mistero dell’amore di Dio, che li consacra, li trasforma, li avvolge con la sua ombra perché siano, con il suo intervento, ciò che con le loro sole forze non potrebbero essere.
  • La consueta Preghiera dei fedeli – già redatta nel Rituale come modello composto di poche e brevi invocazioni – si prolunga armonicamente, magari rispettando il genere letterario del ritornello cantato, con una significativa invocazione (una breve litania) dei santi, memoria e intercessione di coloro che vissero santamente-fedelmente nel Matrimonio (RM nr. 81, pp. 48-50), paradigma di comunione ecclesiale e anticipazione/proiezione in una comunione di tipo superiore, escatologica, che è la tensione propria a tutta la Liturgia cristiana.

 

  1. Liturgia eucaristica (RM, pp. 51-59):
  • Si svolge come di consueto. Gli sposi sono invitati a portare all’altare i santi doni del pane e del vino per ribadire la strettissima relazione che lega Matrimonio ed Eucaristia, gesto non sostituibile da altri pseudo-simbolismi.
  • Si aggiunge la proposta di raccogliere le offerte per particolari situazioni di povertà: è l’ennesimo richiamo alla più autentica vocazione dell’offertorio romano, sintesi mirabile tra la carità divina, il sacrificio di Cristo – sacramentalmente presente nei santi doni offerti e consacrati –, e la carità e il sacrificio dei fedeli – esistenzialmente percepibile nell’offerta di sé e nei doni del creato o in denaro per i fratelli più poveri. Le due “offerte” si completano e si fondono.
  • È possibile collocare la solenne benedizione nuziale dopo il Pater, come da antica tradizione.
  • Si fa menzione degli sposi alla Preghiera eucaristica.
  • Il Rito del Matrimonio ha il proprio vertice simbolico-teologico nella Comunione sotto le duespecie del pane e del vino da parte degli sposi. Va notato che la Comunione eucaristica non esprime semplicemente la relazione sacramentale personale; gli sposi, con questo gesto, assumono-assimilano il Corpo e il Sangue di Cristo nell’atto supremo di consegnarsi al mondo per amore con la sua Pasqua. Ricevendo come nutrimento questo amore divino di Cristo, ottengono la grazia di diventare essi pure capaci di un amore che giunge fino al dono supremo di sé dell’uno all’altro. La loro Comunione eucaristica sarà pertanto il segno più eloquente (assieme al consenso e alla solenne benedizione) di tutta la celebrazione, ponendosi in relazione con tutta la dinamica pasquale dell’amore di Cristo per la sua diletta sposa, la Chiesa.

 

  1. Riti di conclusione (RM, pp. 60-62):
  • Oltre alla benedizione, abbiamo qui la corretta collocazione delle disposizioni concordatarie e della sottoscrizione dell’atto di Matrimonio, da potersi fare pubblicamente oppure in sacrestia (mai sull’altare!).
  • Un congedo, un po’ verboso in verità, conclude la celebrazione con l’invio “missionario” alla ministerialità sponsale.
  • Si suggerisce la possibilità di donare agli sposi il libro della Sacra Scrittura (RM 2004, n. 65, p. 62).

II. Rito del Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio (seconda forma). Si articola in quattro parti:

Il Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio può essere usato anche nel caso in cui manchi un presbitero. Sarà il diacono – solo in una simile eventualità e se è opportuno – a distribuire la santa Comunione (RM, p. 87).

  1. Riti di introduzione (RM, pp. 65-69):
  • Analoghi al primo schema, prevedono una ricca memoria del Battesimo.
  1. Liturgia della Parola (RM, pp. 70-72):
  • Con gli stessi principi del primo schema.
  • Si chiude anch’essa con il bacio di venerazione dell’Evangeliario da parte degli sposi.

 

  1. Liturgia del Matrimonio (RM, pp. 73-88): è un modulo celebrativo simile al primo, anche se più semplice, che prevede:
  • Interrogazioni.
  • Consenso.
  • Benedizione degli anelli.
  • Benedizione nuziale.
  • Preghiera dei fedeli e Preghiera del Signore.
  • Interessante l’introduzione della consegna ritualizzata della Bibbia, “viatico” nel cammino di ripresa e rinnovamento della fede degli sposi.

 

  1. Riti di conclusione (RM, pp. 89-91):
  • Benedizione.
  • Disposizioni concordatarie e sottoscrizione dell’atto di Matrimonio.

III. Rito del Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio per il Matrimonio tra una parte cattolica e l’altra catecumena o non cristiana (terza forma) (RM, pp. 93-106).

 

  1. Riti di introduzione:
  • Accoglienza degli sposi alla porta della chiesa.
  • Monizione di apertura. Bisogna definire bene la “situazione” dei nubendi rispetto alla fede di una parte e dell’altra (se si tratta di un catecumeno/a), o alla sua dimensione religiosa (se appartenente ad altre religioni o a nessuna). Sarà opportuno sottolineare i valori che accomunano i due sposi e il “ruolo fondativo” del loro amore, “terreno” comune della “comunione di tutta la vita” che desiderano realizzare.

 

  1. Liturgia della Parola:
  • I testi privilegiati sono quelli del n. 113 (dal Lezionario per il Rito del Matrimonio nella celebrazione della Parola). Le circostanze possono suggerire di ridurre le letture fino al numero di una.

 

  1. Celebrazione del Matrimonio:
  • Interrogazioni: di grande importanza come manifestazione dei doni “naturali” che il Matrimonio offre in sé, condivisibili anche con chi è di un’altra religione o non crede.
  • Segue la manifestazione del consenso, accompagnato dal gesto della dexterarum junctio e dall’accoglienza del consenso.
  • A seconda delle circostanze, può avere luogo la benedizione e consegna degli anelli, ma è anche lecito omettere questo rito. Se lo si fa, la menzione della Trinità Santa nello scambio degli anelli si può aggiungere solo se chi la nomina è cristiano.
  • La benedizione nuziale è “di consueto” prevista, ma quando le circostanze lo consigliano (ad esempio se la diversa fede religiosa rende inopportuna una tale espressività) è sostituibile da una preghiera Si conclude con un’acclamazione.
  • L’opportunamente sintetica Preghiera dei fedeli va a chiudersi con la Preghiera del Signore, da pronunziarsi – come recita la rubrica – solo da parte dei cristiani presenti.

 

  1. Riti di conclusione:
  • Si fa una benedizione super populum.
  • Seguono le disposizioni concordatarie e la sottoscrizione dell’atto di Matrimonio..

 

 

Bibliografia

PDF del Rito del Matrimonio: https://liturgico.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/8/2017/09/21/Rito-del-MATRIMONIO-2008.pdf

Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Familiaris consortio, circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, 1981.

A. Grün, Il Matrimonio. Benedizione per una vita insieme, 20269.

 

 

 

 

Celebrare il “mistero grande” dell’amore

condividi su