Chiesa, amore dato e ricevuto

La rassegna di formazione “Gennaio alla Liturgia 2025” parte con una presenza importante: il Cardinal Roberto Repole, Arcivescovo di Torino, cui è stata chiesta un’introduzione sul ruolo dei ministeri istituiti nella vita della Chiesa, la sera di venerdì 10 gennaio, a Casa Madonnina, e la mattina di sabato 11, al centro “Ave” di Casalserugo. Il secondo appuntamento, venerdì 17 gennaio, sempre alle ore 21 a Casa Madonnina, sarà con la teologa Emanuela Buccioni, docente di Nuovo Testamento presso l’ISSR della Toscana “Santa Caterina”. La sua conferenza avrà come titolo: “«Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (Es 24,7). La Parola di Dio ispira ogni ministero nella Chiesa”.

È un’ispirazione impegnativa; ce lo mostra la stessa citazione biblica: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». La traduzione italiana fa percepire la forzatura anche a livello grammaticale. L’ispirazione della Parola di Dio è impossibile da sintetizzare in modo piano. Prende la nostra logica e la rovescia, al punto che sembra venire prima l’operare dell’obbedire, il servire del capire. Così i ministeri nascono da un amore dirompente, che solo in un secondo momento si placa tanto da poter essere razionalizzato. Il fare precede l’essere: addirittura lo produce. E chi sia un po’ in confidenza con l’esperienza umana dell’amore sa che è così. Non si fa in tempo a riconoscere i (buoni) motivi per amare che già si ama e già l’amare è un fare, un dare, un trasformarsi, un vivere. La questione più grande che il ‘tema’ della ministerialità nella Chiesa propone è forse proprio questa: l’amore della Chiesa. L’amore che si dà alla Chiesa e l’amore che da essa si riceve.

Come possiamo amare la Chiesa? Ecco la risposta dei Vescovi nel documento finale del recente Sinodo sulla Sinodalità: “Ogni Battezzato risponde alle esigenze della missione nei contesti in cui vive e opera a partire dalle proprie inclinazioni e capacità, manifestando così la libertà dello Spirito nell’elargire i propri doni. È grazie a questo dinamismo nello Spirito che il Popolo di Dio, mettendosi in ascolto della realtà in cui vive, può scoprire nuovi ambiti di impegno e nuove forme per adempiere la propria missione.” (n. 58) Amare la Chiesa è cogliere ogni occasione, a partire dalle più vicine, per lasciar agire in noi l’amore di Dio, che la danza incontenibile dello Spirito porta nel mondo. È essere addirittura impazienti di curare il prossimo, incontrare chi è angosciato, accogliere chi è solo, soccorrere e consolare chi è povero, chi è malato, perdonare le offese. Quasi smaniosi di destinare il nostro tempo all’annuncio del Vangelo in tutte le sue forme: non tanto, e non solo, con le parole, ma con le opere, aiutando a costruire una Chiesa bella e buona, raggiungendo i fratelli che si sono persi sulle strade del mondo perché vi rientrino.

E come possiamo invece ricevere l’amore della Chiesa? Sempre i Vescovi, nello stesso documento, scrivono con paterna sapienza, a proposito della sensibilità dei laici che si mettono a disposizione con il loro servizio: “Alla Chiesa essi chiedono di non essere lasciati soli, ma di sentirsi inviati e sostenuti. […] Chiedono che il loro impegno sia riconosciuto per quello che è: azione di Chiesa in forza del Vangelo, non opzione privata. […] In una Chiesa sinodale missionaria, sotto la guida dei loro Pastori, le comunità saranno capaci di sostenere coloro che hanno inviato” (n. 59). L’amore che è stato dato deve ritornare: non per una forma estemporanea di gratitudine, ma quasi per necessità divina, di quel Dio che è Trinità: dove il Padre eternamente dona il proprio Amore (lo Spirito) al Figlio e il Figlio eternamente lo restituisce al Padre. Come Agostino intuisce nell’abisso luminosissimo del capitolo VIII del De Trinitate, l’unica vera necessità dell’universo è il libero dono del Padre e del Figlio, e l’unico modo che noi creature abbiamo per porci davanti al mistero della santissima Trinità è vivere con radicalità l’amore. Un amore pieno di fuoco e delicatezza, che “non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità” (1Cor 13,4b-6). Un amore generoso, operoso, che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (13,7).

Anna Valerio

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