Archivi della categoria: Speciale Liturgia

La dignità del celebrare

Tra gli obiettivi dei laboratori della rassegna “Gennaio alla Liturgia” proposti alle Collaborazioni pastorali della nostra Diocesi c’è la riscoperta dell’Ordinamento Generale del Messale Romano. L’introduzione al grande libro per l’Eucaristia è un praticissimo manuale pronto all’uso, che parte dal riconoscimento della straordinaria importanza della Messa fino ad arrivare a prenderne in considerazione le declinazioni più minute, relative ai movimenti, al canto, alle varie ministerialità coinvolte, allo spazio, alle suppellettili. In appendice sono riportate alcune importanti precisazioni (a firma della Conferenza Episcopale Italiana), pensate per rispondere ai dubbi che possono sorgere rispetto ai gesti e agli atteggiamenti da tenere durante le celebrazioni.

La lettura di questa introduzione va suggerita a chiunque dia il suo contributo alla cura dell’Eucaristia, dai sacristi ai lettori, dai cantori agli artisti e artigiani che offrono i propri manufatti per arredare la chiesa, ai fedeli che desiderano diventare più consapevoli del significato e dei linguaggi del “Sacramento dei sacramenti”. Fondamentale strumento di studio, l’OGMR merita di essere la principale guida dei gruppi liturgici, che in esso troveranno una fonte sicura di ispirazione.

Il proemio esordisce con la spiegazione di come si è arrivati, dopo la riflessione del Concilio Vaticano II, alla composizione di un nuovo Messale. La forma del celebrare è mutata sulla base di esigenze che erano non semplicemente partecipative, ma ecclesiologiche, senza creare fratture nella tradizione, che viene definita “continua e ininterrotta, nonostante siano state introdotte alcune novità” [n. 1]. Il nuovo Messale viene presentato come il “compimento” dei desideri dei Padri conciliari riuniti a Trento, che non avevano mancato di raccomandare ai Pastori di rivolgere ai fedeli un’attenzione che li facilitasse nella “piena intelligenza del mistero celebrato” [n.12], lasciando intendere che poteva essere opportuno introdurre le lingue nazionali dove il latino risultava incomprensibile. La riforma concepita dal Concilio Vaticano II, aperto alle “cose nuove” evocate da Matteo (13,52), cerca di usare in ogni passaggio una soave prudenza, custodendo l’“armonia” tra il passato e il presente e mantenendosi pienamente rispettosa del “venerabile tesoro della tradizione” [n.15].

I capitoli dell’OGMR sono disposti in modo gerarchico, secondo una precisa struttura teologica, che sottolinea l’“importanza” dell’Eucaristia e la necessità che venga rivestita di una somma “dignità”. Non ci è chiesto di confezionare un abito sontuoso come quelli degli scribi, “che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze” (Lc 20,46). Non è tale la logica del celebrare cristiano. Non ricerchiamo il fasto, ma la “nobile semplicità”, l’autorevolezza, la limpida essenzialità di quella tunica di Gesù cucita da cima a fondo, che nemmeno dei rozzi soldati romani stracciano.

Il Messale ci mette in guardia su quanto sia pericolosa la tendenza a ricercare la semplicità senza la nobiltà, la povertà senza la santità. Il primo fondamentale atto pastorale è allora lavorare per la dignità di una celebrazione, cominciando dall’aula liturgica, che va liberata dai troppi oggetti e decori che la colonizzano, memori di quel “Non fate della casa del Padre mio un mercato!” che Giovanni riporta nel suo Vangelo (2,16). Tutto è da pensare perché dia luce all’atto glorioso che è l’Eucaristia.

Presupposto fondamentale è evitare l’intromissione dei gusti personali. L’introduzione al Messale insiste a lungo su come la Liturgia abbia un proprio “senso autentico”, che andrebbe accolto senza cedere all’insofferenza per l’eventuale fatica che la sua corretta interpretazione richiede, dato che non si tratta di altro che di quel “giogo soave” di cui ci si deve sempre caricare per seguire il Signore e camminare sulla beata via della verità e della carità.

Conoscere l’architettura del rituale dell’Eucaristia è anche capirne la vocazione. Le sue singole “parti” vanno cucite insieme nel rispetto del loro senso proprio, in modo che possano infine realizzare quel prodigio che è l’evento celebrativo, dove l’insieme di una miriade di dettagli genera il simbolo del Salvatore presente in mezzo a noi.

Gianandrea Di Donna

condividi su

L’arte di “tenere in ordine” la chiesa

Per Crispino Valenziano tre sono gli elementi fondamentali nell’architettura di una chiesa: l’altare, l’ambone, il fonte battesimale. Tutto il resto ha la semplice funzione di coprirli e illuminarli.

L’arte sacra – sia architettonica, pittorica, scultorea, tessile o legata all’arredo – è fatta di rinuncia alla creatività arbitraria e perfino, talvolta, alla soddisfazione di vedersi compiuta entro l’arco di un’esistenza umana. I capolavori che ammiriamo sono spesso opere anonime, nate da sacrifici (Girolamo che si trasferisce nella grotta di Betlemme e traduce di notte, in segreto, i rotoli ebraici della Bibbia), straordinari atti di coraggio (Bernardo che fonda un’abbazia in mezzo alle paludi), scelte di vita estreme (il monaco Hartker che si chiude in una cella con il soffitto più basso della sua statura, per poter copiare l’Antifonario di San Gallo in un continuo inchino, e ne esce dopo un anno e mezzo con la schiena ormai definitivamente piegata), ascesi implacabili (i maestri vetrai di Chartres, che sulle finestre più alte della Cattedrale non fanno mancare l’ombreggiatura sulle unghie delle figure ritratte, pur sapendo che nessun fedele avrà modo di accorgersi di quell’invisibile particolare).

Quando progettiamo le nostre chiese e ci prendiamo cura di esse perché vi si possa celebrare in modo adeguato la santa Liturgia, non possiamo dimenticarci di questi meravigliosi servi di Dio e non cercare almeno un po’ di imitarli nell’appassionata radicalità con cui hanno svolto il loro ministero. Facciamo sì che la forma entri anche nell’ultimo armadio, dove le stoffe non vanno riposte alla rinfusa, con purificatoi e manutergi irriconoscibili. Il Parroco non manchi di istruire i propri collaboratori. C’è un’arte perfino nel modo in cui si tiene in ordine i cassetti della sacrestia.

condividi su

Le celebrazioni declinano un atto divino con azioni umane

Agli inizi del secolo scorso il Movimento liturgico ha avviato la riscoperta, il rinnovamento e la promozione del rito cristiano, ma il culmine della coscienza teologica di che cos’è la Liturgia si è avuto quando si è arrivati a interpretarla non tanto come un servizio cultuale reso a Dio dai fedeli, quanto come un’azione di Cristo stesso eternamente congiunto al suo “mistico corpo”, la sua “sposa”: la Chiesa. Traendo ispirazione dall’enciclica di Pio XII Mediator Dei, il paragrafo 7 della Sacrosanctum Conciliumdescrive il rito cristiano come l’opera mirabile del Signore in cui egli, Sommo Sacerdote della nuova alleanza, offre se stesso all’eterno Padre associando a sé la Chiesa, amata sposa, perché per mezzo dei segni sensibili essa impari, nell’obbedienza della fede, a unirsi al sacrificio di lode per la gloria di Dio e la santificazione dell’uomo.

Questo decisivo passaggio della prima costituzione del Concilio Ecumenico Vaticano II è l’“ermeneuta”, l’interprete necessario, di tutta la teologia liturgica. Solo una volta acquisita una simile consapevolezza si potrà considerare in modo opportuno la complessa storia del celebrare cristiano, esaminando correttamente le sue dinamiche legate al tempo e allo spazio, con le vicende che hanno portato allo sviluppo di nuove forme rituali e il differenziarsi dei riti a livello geografico e la nascita di diverse famiglie liturgiche, orientali e occidentali.

La Liturgia è dunque il luogo in cui si esprime l’“ufficio” sacerdotale di Cristo nell’atto eterno (cioè metastorico e capace di raggiungere ogni angolo dell’universo) di offrirsi al Padre. Questo fondamento cristologico enunciato dalla Sacrosanctum Concilium trova visibilità nelle celebrazioni della Chiesa, che altro non fanno che declinare un atto divino che si manifesta con azioni umane. Esse “funzionano” appunto quando aiutano il popolo di Dio, “per ritus et preces”, per mezzo delle azioni rituali e dei testi poetici delle preghiere, a cogliere nella Liturgia i segni dell’agire di Cristo (cfr. SC 48).

Anna Valerio

condividi su

Condurli all’esperienza del mistero

Nell’ambito della pastorale dei giovani ci si chiede come convincere ragazzi e ragazze a frequentare i riti religiosi, tanto che nei campiscuola la messa sembra una sorta di “post-it” appiccicato al termine delle attività compiute insieme. Eppure la liturgia che permette la percezione della presenza di Dio, in una società dominata dall’efficienza restituisce la dimensione del dono gratuito, dell’incontro che trasforma. Romano Guardini, in Lo spirito della liturgia, riteneva che il rito cristiano fosse un “gioco serio”, ossia spazio in cui l’uomo sperimenta la libertà di stare davanti a Dio con gratuità e in relazione, non semplicemente per dottrina o dovere. I giovani hanno un’acuta sensibilità su questo tema, il rito può essere occasione di relazione, non soltanto di acquisizioni dottrinali o per assolvere doveri morali.

Il tempo postmoderno non ha perso la sua esigenza di spiritualità e in assenza di una buona pratica liturgica i giovani ricorrono a yoga o pratiche di benessere psicofisico che rappresentano nuove vie di ricerca interiore. La liturgia potrebbe quindi cogliere questo desiderio, mostrandosi come il vero afflato spirituale della Chiesa.

I giovani sono fortemente sensibili all’ambiente, secondo il linguaggio visivo e uditivo. Per tale motivo è essenziale una particolare cura per il rito. L’ars celebrandi non è un semplice vezzo; è la risorsa spirituale per scoprire la profondità del rito, che intreccia la vita di Cristo con il cammino dell’uomo. A chi celebra è richiesta la saggezza di poter adeguare i linguaggi del rito alle condizioni dell’assemblea che celebra, conducendo anche i giovani all’esperienza del mistero. “Liturgia e giovani” non è tanto, allora, un problema da risolvere, quanto un invito a rinnovare la fiducia nel tesoro più caro alla Chiesa.

Don Sebastiano Bertin

condividi su

Le sfumature di un’aurora

“O Astro che sorgi/ splendore della luce eterna,/ sole di giustizia:/ vieni, illumina chi giace nelle tenebre/ e nell’ombra di morte.” Nel giorno più corto dell’anno, il 21 dicembre, nel grande buio del cosmo, la Chiesa canta durante la celebrazione dei Vespri, al Magnificat, l’antifona “O Oriens”, ribadendo il nesso di meravigliosa potenza simbolica tra il sole cosmico e il Sole Cristo. E come sapevano fare gli antichi rinvia anche implicitamente alla natività del Battista, che si celebra il 24 giugno, nel momento del Solstizio d’estate, proprio quando le ore di luce cominciano a calare. “Io devo diminuire, mentre lui deve crescere” (Gv 3,30), dichiara Giovanni riferendosi al Signore. La Liturgia colloca in corrispondenza del Solstizio d’estate la nascita di colui che decresce, che annuncia sparendo il Sole che sorge.

Innumerevoli sono le esperienze per cui la nostra esistenza si trova avvolta nella tenebra: dolori che riguardano sia noi che le persone che ci sono care. E dentro al mysterium iniquitatis, la notte delle notti: la morte, falce che ci angoscia e ci getta nella confusione. Nell’antica Roma agli agonizzanti veniva addirittura posta sulla faccia una maschera di rame con un grande sorriso, una bocca larga e volgare, per nascondere gli spasmi della morte e l’angoscia insita in quel venir meno della vita. Eppure, ancor prima del passo della fede, l’assunzione della serietà dell’essere uomini passa dal guardare in faccia tale realtà.

Nell’ombra della morte, l’uomo è posto davanti alla più grande tentazione, quella di dire a Dio: Tu non sei Padre. Dopo che Giuda lascia il Cenacolo, Giovanni chiude il racconto con una chiosa: “Ed era notte” (13,30), e chi canta la Passione del Signore al Venerdì Santo conosce bene la potenza di quell’apparente dettaglio.

L’amore trinitario ha voluto che il Verbo assumesse su di sé lo stato umbratile della vita dell’uomo; non a caso la Passione si consuma nella notte e mentre Gesù è inchiodato alla croce si fa buio su tutta la terra. C’è uno splendore della luce eterna che è venuto a illuminare la nostra tenebra, ma questa potenza ha in Cristo un modo particolare di soccorrerci. Esistenzialmente, noi non riusciamo a percepirne la vittoria in tutto il suo fulgore. Il 26 dicembre, giorno che segue al Santo Natale, il mondo continuerà a languire nei dolori, nelle sofferenze, nella fame, nelle guerre, nei cataclismi, negli ospedali. Perché un sole che sorge non è un faro che immediatamente si accende: c’è una gradualità, una progressione, per cui solo un po’ alla volta le tenebre cedono il posto al chiarore.

Questa dimensione crepuscolare richiama la notissima parabola del grano e della zizzania. All’irruenza di coloro che propongono di strappare la zizzania, il Maestro oppone il suo no. Ma così vale anche per le altre parabole del Regno. Il Regno di Dio è come un minuscolo seme; il contadino lo pianta e poi aspetta, non ha la pretesa che la mattina dopo abbia già il fusto con i rami e i frutti. Lo innaffia, lo pota, gli zappa la terra intorno, e un po’ alla volta la pianta cresce fino a diventare un grande albero dove si posano gli uccelli del cielo per proteggersi alla sua ombra (cfr. Mt 13,31-32). Gesù ha costituito la Chiesa attorno a dodici uomini, rimasti addirittura in undici dopo il tradimento di Giuda. Nascosto nella Scrittura, c’è il mistero della pazienza di Dio, della gradualità della sua economia di salvezza, di un Regno, una vittoria sul male e sulla morte, sulla tenebra, che entrano nella storia degli uomini trasformandola dall’interno così come il lievito trasforma la pasta. Lo stile di Dio non è quello di un grande faro che si accende, ma è simile alle sfumature di un’aurora. La luce entra nella vita degli uomini con una modalità esprimibile nella metafora di una tenebra che viene rischiarata piano piano. Il Signore non ci impone, accecandoci, la redenzione, ma la lascia germogliare come un sole al mattino, con quella misura. Che mistero!…

La gradualità è il modo concreto con cui noi facciamo esperienza della salvezza, perché ci sperimentiamo salvati eppure fragili, redenti e peccatori, sani e malati, in una perpetua condizione di pellegrini. Certi però, nella fede, della “beata speranza”, come afferma l’eucologia dell’Eucaristia: nell’attesa del “nostro Salvatore Gesù Cristo”.

 

 don Gianandrea Di Donna 

 

condividi su

Al via un corso per i nuovi candidati ministri straordinari della comunione

(1561)

Ricomincerà sabato 10 gennaio, a Casa Madre Teresa di Calcutta (via Mazzini 93, Sarmeola di Rubano), il corso per i nuovi candidati al Ministero straordinario della Comunione. Quattro pomeriggi, dalle ore 15 alle 17, a cura di Don Gianandrea Di Donna, Elide Siviero e del camilliano Padre Adriano Moro, dedicati ad approfondire le caratteristiche di questo ruolo prezioso che la Chiesa mette nelle mani dei cristiani di buona volontà. Il primo appuntamento avrà per tema “I ministeri nella Chiesa”, argomento molto attuale anche nell’ottica della “sensibilizzazione” ai ministeri battesimali. Il secondo sarà dedicato al centro della vita cristiana: il sacramento dell’Eucaristia, contemplato in tutte le sue implicazioni teologiche ed etiche. Il terzo sabato si immergerà in un altro mistero: quello del dolore, della carne degli uomini provata dalle malattie. Elide Siviero e Padre Adriano Moro sottolineeranno la particolare attenzione che si deve avere nell’accostarsi a persone che sono nella prova. Gli infermi necessitano infatti di una “cura pastorale” adeguata alla complessa ed estrema sensibilità che li abita.

Infine, il ciclo di appuntamenti si concluderà con una lezione sui riti propri del ministero straordinario della Comunione. L’azione di portare ai fratelli e alle sorelle più fragili il conforto del Pane celeste dev’essere svolta nel rispetto del linguaggio della Liturgia, caratterizzato da un alfabeto simbolico che va compreso e interpretato in modo maturo.

Per iscrizioni e informazioni, scrivere a iscrizioniliturgia@diocesipadova.it.

Suor Maria Ferro

condividi su

Sorgente inesauribile di luce nel nostro essere: il battesimo

Una pagina importante del programma della rassegna culturale “Gennaio alla Liturgia 2026” è quella dedicata al Battesimo come “fonte” di una Chiesa ministeriale e tesoro da cui attingere risorse per il rinnovamento della vita delle Parrocchie prospettato dal recente Sinodo diocesano. Il 17 gennaio, dalle ore 9.30 alle 12.30, si potrà ragionare di questo a Villa Immacolata con Monsignor Riccardo Battocchio. La sua esperienza di Pastore della Chiesa di Vittorio Veneto e il ruolo di Segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità gli permetteranno certamente di suggerirci intelligenti spunti pratici.

Di fronte alle obiezioni del mondo di oggi capita spesso di chiedersi dove trovare l’energia per camminare con il Signore. Eppure nella sostanza del nostro essere c’è una sorgente inesauribile di luce: il Battesimo, la grazia di essere stati uniti a Cristo nella sua morte e risurrezione. È su di essa che si fonda la speranza che si ridesti nei laici la vocazione a contribuire alle necessità pratiche e spirituali delle loro Parrocchie, mettendo a disposizione il tempo e le energie migliori. Nel mistero del sacramento che ci rende cristiani le verità eterne fanno udire la propria voce, immensamente più significativa del brusio a volte amaro delle contingenze; una voce che rincuora, dà pace, e insieme accende il desiderio della santità, della perfetta adesione al Vangelo, spingendoci a operare in modo appassionato per stabilire relazioni armoniose con i fratelli e riportare gli uomini a Dio. Non sarà allora impossibile sentire quasi come un esercizio spirituale il molto lavoro concreto che ci ritroveremo a fare, sapendo fin d’ora che dovremo essere tenaci, pazienti, disponibili a tener conto delle diverse sensibilità, comprensivi con le debolezze, senza coltivare polemiche o farci tentare dal gusto di imporre a tutti i costi il nostro punto di vista, oppure, al contrario, di ritrarci in un isolamento poco generoso. Il Battesimo ci ha uniti inscindibilmente al Signore, dal cui cuore trafitto è straripato un fiume traboccante di carità, modello e misura di tutti i nostri “sì”.

Anna Valerio

condividi su

Le dimensioni del celebrare cristiano

Come passare dalla condizione di “muti spettatori” delle celebrazioni liturgiche all’acquisire una vera familiarità con esse? Gli strumenti sono molti, ma a volte richiedono un’impegnativa formazione storico-teologica. Don Giuliano Zanchi – che venerdì 23 gennaio, alle 20.45, terrà una conferenza a Casa Madonnina sul rapporto tra Liturgia e Carità – ha dato invece alle stampe un libro, dal titolo Preghiera e Liturgia (edizioni San Paolo, pp. 143), agile nel formato e nello stile, di eccezionale utilità per chi voglia cominciare a capire le dimensioni del celebrare cristiano. La sua scrittura ha il dono di una stupenda chiarezza, pur se non abbandona mai un rigore autorevole e pieno di eleganza. Zanchi riannoda la recente riforma della Liturgia con gli albori della storia della nostra fede e risale a prima ancora, mostrando il legame tra la poesia della Chiesa e le preghiere rituali ebraiche. Esempi tratti dalla quotidianità rendono vivo l’argomentare e immediato il nesso con il presente, mentre, pagina dopo pagina, scorrono i riferimenti che ci introducono al mistero. Innanzitutto i passi biblici: quell’imperioso paragrafo della Lettera agli Ebrei sul sacerdozio eterno di Gesù Cristo, che ha aperto gli occhi a Pio XII e ispirato la prima enciclica della storia tutta dedicata alla Liturgia: la Mediator Dei del 1947. È con il pronunciamento di Papa Pacelli, pieno di genio e di coraggio pastorale, che la Chiesa prende consapevolezza della natura dei sacramenti, dove ad agire da protagonista è il Signore, che ci associa al proprio eterno offrirsi al Padre. Da qui verrà ai Padri conciliari la forza per affermare, nella costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium, che le azioni liturgiche hanno il potere di innestarci nella Pasqua del nostro Salvatore immolato e vincitore sul peccato e la morte.

A.V.

condividi su

Il ministero di lettore

Nella celebrazione della Parola di Dio ogni gesto, suono, movimento si fa segno vivo di Gesù Cristo che, attraverso la voce umana, continua a parlare al suo popolo. Il lettore è il Signore risorto, che trasfigura i più disparati brani tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento e li rende pagine di risurrezione. Certo, è faticoso crederlo, vederlo, capirlo, eppure la più grande norma rituale è proprio la consapevolezza che Mario, Eleonora, Francesco che svolgono il proprio servizio all’ambone sono Cristo stesso che parla alla sua Chiesa. Da ciò dipendono tutte le rigorose prescrizioni liturgiche, ed è a partire dall’immensità di un simile mistero che dovremmo sentirci chiamati a rispettarle con arte, impegno ed entusiasmo. Risulta molto meno fruttuoso, nella preparazione remota dei lettori, sbilanciarsi sulla semplice erudizione, permettendo che si dimentichi la folgorante realtà teologica e spirituale che sta alla base del loro “ufficio”.

In chi svolge nella Liturgia il ministero di lettore è in opera una dinamica divina e proprio per questo è bene che il suo stile sia composto, impersonale, privo di vanità, dignitoso; non impettito o rigido, ma con movenze sobrie, calme, pacate. Bisogna prendere possesso dell’ambone con eleganza, senza gesti nervosi o teatrali, ed evitare al contempo di cercare di passare inosservati aggirando forzosamente la struttura di lato per mostrare una sorta di atteggiamento umile. Salire a leggere la Parola di Dio è un’azione che necessita di visibilità.

In alcune parrocchie, i lettori della prima e seconda lettura e del salmo sono abituati a salire sul presbiterio e a ritornare al posto tutti e tre insieme. Non c’è una regola precisa, tuttavia, dal punto di vista rituale, risultano più eleganti le alternanze. Molte chiese, in base alla disposizione degli spazi, impongono che per raggiungere l’ambone si salga dal centro; in questo caso, il banco va lasciato solo dopo l’“Amen” che chiude l’orazione colletta. Nel momento in cui si giunge in corrispondenza dell’altare – che nella celebrazione è Cristo –, è bene rivolgersi a esso e piegare leggermente il capo (non la schiena) sia all’andata che al ritorno. Lo schema è dunque: centro, salita, inchino di fronte all’altare, ambone, ritorno al centro, ancora inchino per venerare l’altare, discesa. Chi sale lateralmente può invece muoversi già prima che sia conclusa la Colletta e non occorre che faccia inchini rivolti all’altare o alla croce.

I moderni microfoni non richiedono grandi manovre. Se serve regolarli, ci si limiti a un movimento morbido e contenuto, non secco e scattoso. Le mani non vanno tenute giunte, come nel caso dei ministri ordinati, ma posate con naturalezza sull’ambone o sul libro, mai con rigidità o una presa da “Formula 1”. Non si creano pseudorituali personali, non si indugia a sbirciare la pagina prima o quella dopo, non si segue il testo con il dito. Occorre ascoltare il ritorno di ciò che si legge, in modo da calibrare il tono: la Cattedrale è un ambiente ben diverso dalla cappellina delle suore o da una chiesa parrocchiale. Avere l’elasticità di adattare la lettura al contesto è una dote enorme che il lettore dovrebbe maturare.

Rispetto ai foglietti, ai messalini e alle app, si scelga di usare sempre il Lezionario, che offre alcuni aiuti preziosi: sono segnati gli accenti dei termini difficili, ampi spazi bianchi indicano le pause, i capoversi suggeriscono il respiro da dare al brano. Prima di iniziare, è opportuno fare una breve pausa dopo l’annuncio (“Dal libro del profeta Isaia…”), che renda percepibile il passaggio alla proclamazione della Scrittura. Le premesse del Lezionario precisano che la relazione del lettore con l’assemblea avviene attraverso la sua voce e non lo sguardo. Gli occhi si alzano solo per proclamare “Parola di Dio”, e qui si deve avere cura di non allontanarsi subito: il lettore attenderà la risposta dell’assemblea, ascolterà il suo “Rendiamo grazie a Dio”.

L’ambone, elemento eminente nel celebrare, merita un particolare rispetto. Non è un porta-lezionario o un comodo mobiletto, ma il sepolcro spalancato da cui esce l’annuncio della risurrezione. Evitiamo di decorarlo con “presepi pasquali”, allegorie del deserto (con tanto di sabbia e sassi), drappi colorati, immagini della “Madonna di Medjugorie”. Meglio un segno sobrio che ricordi il giardino pasquale, come un piccolo vaso di fiori freschi, con la sua bellezza discreta.

Gianandrea Di Donna

condividi su

Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di liturgia

È appena stato stampato l’opuscolo che raccoglie il programma delle iniziative culturali promosse dall’Ufficio per la Liturgia, che si concentreranno in modo particolare tra il 7 gennaio e l’8 febbraio 2026. Il mese che di consueto è dedicato alla formazione quest’anno avrà per titolo “Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di Liturgia” e offrirà varie esperienze tese a far comprendere l’unità necessaria tra le anime fondamentali dell’agire pastorale della Chiesa: Liturgia, Annuncio e Carità. Riuscire a far sì che esse dialoghino e operino in accordo è uno degli obiettivi prospettati dal recente Sinodo diocesano.

La rassegna “Gennaio alla Liturgia 2026” darà modo di contemplare la “sinfonia ecclesiale” tra Catechesi, Carità e Liturgia attraverso un ciclo di appuntamenti teologici, a Casa Madonnina, con Suor Elena Bosetti, biblista (il 9 gennaio, alle ore 20.45), Don Giuliano Zanchi, direttore della “Rivista del Clero italiano” (il 23 gennaio), e il Vescovo di Novara Monsignor Franco Giulio Brambilla (il 6 febbraio).

L’attenzione non può non essere puntata anche sui ministeri battesimali, chiedendoci di sentire il Battesimo come la fonte del nostro servire il Signore: lì ci è dato l’amore con cui dobbiamo trattare i fratelli. Su questo tema insisteranno, nelle mattine del 10 e del 24 gennaio, Don Gianandrea Di Donna, ad Asiago e a Cittadella, e Don Sebastiano Bertin, a Este e alla chiesa del Sacro Cuore in Padova. Ospite graditissimo sarà Monsignor Riccardo Battocchio, Vescovo di Vittorio Veneto e già segretario speciale del Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità, che sabato 17 gennaio, a Villa Immacolata, dalle 9.30 alle 12.30, analizzerà come dal Battesimo nasca una Chiesa ministeriale.

Non mancheranno poi, giovedì 8, 15, 22 e 29 gennaio, alle 20.45, una serie di lezioni pratiche presso le nuove Collaborazioni pastorali, a cura di un’équipe dei collaboratori dell’Ufficio per la Liturgia, e, nelle sere dei mercoledì, quattro conferenze online sulla vocazione dell’Eucaristia all’Annuncio e alla Carità.

Il programma completo di “Gennaio alla Liturgia 2026” lo si può trovare sul sito dell’Ufficio per la Liturgia: https://liturgia.diocesipadova.it/gennaio-alla-liturgia/.

Anna Valerio

condividi su