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L’arte serve l’evento sacro

Il Sacro. Tarlo instancabile che tormenta il torpore delle omissioni quotidiane in cui amiamo rifugiarci. Indifferente alla nostra indifferenza lavora nell’ombra, erodendo mano a mano la fragilità delle false sicurezze. L’arte, per contro, è la breccia aperta nella diga del reale da cui filtra il soffio leggero che ci attrae alla portentosa inutilità della poesia. Entrambi baluardi di speranza, portali formidabili che consentono un accesso alla trasfigurazione possibile dell’esistenza.

Arte sacra è il sintagma nominale del fraintendimento che separa il corpo unico di tensioni originarie per ridistribuirlo in dosi calcolate nel recinto socio-culturale di una nicchia anacronistica e autoreferenziale dove l’arte è sacra e il sacro si traduce in fatto artistico unicamente grazie alla riproposizione amministrativa di stilemi cui applicare l’etichetta rassicurante di conformità allo status quo. Svuotato di significato da un uso improprio, che va dalla produzione seriale di gadget religiosi imbarazzanti alla progettazione di statue artisticamente insignificanti che elevano le dimensioni a parametro di spiritualità, dal ripiego sulle finzioni della copia all’esercizio eclettico e dispersivo del contemporaneo come giostra di forme più o meno stravaganti.

Preferisco pensare a un’arte al servizio dell’evento sacro, a sua volta luogo dinamico, tratto di quel volto unico che è ogni cammino di fede. Simbolo che abita e amplifica la vocazione contemplativa delle liturgie e i loro luoghi, rinnovando la ricchezza espressiva senza cadere in semplificazioni modulari vendute per esempi di unità e armonia, più consone ad arredamento e design industriale.

L’evento artistico agisce come il fatto di fede: azzardo rischioso resistente alle tentazioni di maniera cui il luogo sacro, che intreccia spiritualità e forma, regala una cornice unica, in grado di distillarne la mistica o rivelarne l’inconsistenza routinaria di pratica da comodato contrattuale.

Il nucleo sorgente del sacro cristiano è la centralità seminale del Cristo da cui origina e a cui ritorna la cascata delle feconde architetture del mondo. Cristo che è corpo, rivoluzionario, trasmutato, esteso, inquieto e rinnovato, corpo risolto che non si lascia imbrigliare nelle cristallizzazioni artificiose e ideologizzate di figurazione e astrazione che si contendono il primato indisponibile dell’elezione mistica come in un confronto tra tifoserie da stadio. Quel corpo è nostro corpo, corpo del mondo innestato nel dono dell’identità che permette a ciascuno di noi di sentirsi persona e scegliere quale persona essere, compatibilmente con i limiti provvidenziali che l’esistenza, come possiamo conoscerla, impone. Corpo che è la promessa consegnata di un prodigio proteiforme immerso nella corporeità complessa e complessiva del creato. Parola è corpo, pensiero è corpo, intenzione è corpo, morte è corpo, negazione è corpo, ogni corpo dei corpi è corpo dell’insieme e corpo di se stesso. Corpo è processo.

Restituire corpo al simbolo, tangenza persistente nella memoria di forme che incarnano gli atti delle liturgie, anche nel silenzio dei gesti e delle storie, significa e merita niente di meno che tutto questo.

Il simbolo non è la cartolina di una emozione o il santino delle devozioni popolari. Non è il sigillo di un demansionamento del luogo sacro ad archivio museale o a generico hub comunitario. È materia viva di un tramite che respira di respiri diversi e per fortuna, a volte, scuote i nostri piani, traccia del mistero che si può sperimentare. Opportunità di incontro autentico, pretende una traduzione vibrante, discreta e potente, non la paralisi asfittica di didascalie e citazioni, semplificazioni geometrico-ornamentali e interpretazioni fin troppo letterali di carne e sangue che distraggono dall’oltre decisivo dell’incarnazione senza cui lo strazio del corpo rimane ciò che è: tragica e dolorosa dispersione senza speranza.

Semplice e complesso, diretto e decantato nei tempi di una meditazione aperta e senza tempo, il simbolo al servizio del sacro concretizza l’intersezione che testimonia vita e vitalità senza cedere alle lusinghe mortali del feticcio. Non è amputazione della tradizione ma il suo vitale inoltrarsi nella storia, ascesi di prossimità che regala occhi nuovi capaci di scorgere la meraviglia in ogni dove, resurrezione anticipata di quell’istante che credevamo perso.

Raul Gabriel
artista ed editorialista del quotidiano Avvenire

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Un patrimonio di cui aver cura

Tra gli anni ’20 e ’30, il genio di Romano Guardini iniziò una “battaglia culturale” contro la suppellettile seriale e devozionale. Nel castello di Rothenfels, dove formava i giovani alla Liturgia, aprì con il noto architetto Rudolf Schwarz un laboratorio per “riattivare i sensi dell’uomo” anestetizzati dalla produzione industriale e creare, con nobiltà e verità, “oggetti” liturgici capaci di additare l’invisibile con il visibile. Il suo pensiero ha contribuito così, dopo il Concilio, al ripensamento della sacra suppellettile, per quanto poi ad alcuni esiti validi dell’artigianato si siano contrapposte soluzioni sbrigative, ingenue se non kitsch.

Le nostre parrocchie si ritrovano ora un grande patrimonio di libri liturgici, calici, vasi sacri, reliquie, vesti storiche, di cui dovrebbero aver cura anche se sono in cattivo stato di conservazione: le suppellettili, in quanto dedicate o benedette, non vanno gettate nei rifiuti, rispettando il culto divino da esse svolto (cfr. CJC can. 1171). Gli oggetti metallici (vasi sacri, croci, turiboli, navicelle, candelieri, reliquiari) usurati possono essere restaurati o – se non più utilizzabili per foggia o interruzione dell’impiego (carteglorie, busti dei santi…) – custoditi con rispetto in armadi e magazzini. È bene porre nell’archivio parrocchiale i libri liturgici tridentini o le edizioni del Vaticano II non più in uso. Le vesti liturgiche antiche (pianete, piviali, dalmatiche, tunicelle, manipoli, borse da calice, camici in pizzo, cingoli) vanno conservate in armadi idonei; quelle invece gravemente deteriorate o di scarso valore non si devono assolutamente gettare nei rifiuti, ma – sentito l’Ufficio diocesano per la Liturgia – potrebbero essere bruciate.

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Orientata a incrementare la lode a Dio: è l’arte sacra

Il capitolo VII della Sacrosanctum Concilium ci ricorda che l’arte sacra è, per propria natura, orientata a Dio e all’incremento della sua lode e della sua gloria, con lo scopo di contribuire il più efficacemente possibile a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio (cfr. n. 122). Nelle nostre Chiese – oltre all’altare, alla croce liturgica, all’ambone, alla sede e al fonte battesimale – sono presenti elementi artistici di ispirazione religiosa che servono, quale suppellettile, al decoro e alla realizzazione del rito: vesti liturgiche, vasi sacri, lini e tovaglie d’altare, turiboli, ostensori, libri liturgici, reliquiari. Altri completano l’arredo sacro delle chiese: icone, dipinti, statue, quadri, acquasantiere, sedili, drappi… Questi elementi possono talvolta avere una foggia inadeguata e ostacolare lo spirito più autentico del rito cristiano. Il loro aspetto deve invece essere ispirato dalla fede cristiana ed essere nobile, carico di dignità, decoro e bellezza, trattandosi di segni visibili di realtà soprannaturali. La bellezza architettonica della chiesa, dell’altare, dell’ambone e degli altri elementi fondamentali sia affiancata dagli arredi minori con sobrietà, senza farli eccedere nel numero, senza “accatastamenti”, senza mescolare il devozionale con ciò che è riservato al culto divino. Non si moltiplichi il numero delle statue; si eviti l’uso delle tovaglie da messa agli altari laterali (lasciando solo il vesperale); si usino candele votive di cera vera; si rinunci ad affiggere locandine e manifesti con immagini sacre della pietà privata; si liberino le navate da un numero eccessivo di banchi e sedie; si lasci il fonte battesimale scevro di ogni aggiunta estranea al sacramento (foto, coccarde, piante…); si eviti di usare gli altari laterali come deposito dei fiori “da matrimoni” o “da esequie”; non si affiggano alle pareti cartelloni, locandine, avvisi religiosi; si raccolgano, dopo l’uso, i sussidi per il canto dell’assemblea. L’ordine e la sobrietà hanno il solo scopo di porre al centro del nostro sguardo il Signore e la sua gloria.

Gianandrea Di Donna

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Avvicinarsi al genio figurativo dell’icona

La Scuola diocesana di Iconografia “San Luca”, operativa a Padova dai primi anni ’80, intenderispondere all’invito espresso dalla Sacrosanctum Concilium a formare artisti preparati nella rappresentazione del soggetto sacro. Il genio figurativo dell’icona insegna a chi ne diviene esperto a rappresentare, con dignità, decoro e bellezza, le realtà soprannaturali attraverso il linguaggio simbolico, maturato in un contesto di servizio e attinto dalla tradizione comune della Chiesa cristiana indivisa. Un simile codice espressivo offre una sintesi visuale delle dimensioni della nostra fede. Nell’icona si rende presente il volto di Colui che ha assunto su di sé la nostra natura umana, di sua Madre e dei suoi santi, ricordandoci che solo Lui può dare pienezza di senso alla nostra esistenza.

Maestro di riferimento della Scuola è l’architetto vicentino Giovanni Mezzalira, le cui opere hanno raggiunto una qualità riconosciuta in tutta Italia. Vi collaborano Annarosa Ambrosi ed Enrico Bertaboni, responsabile dell’avviata Scuola di Iconografia presso l’Abbazia di Maguzzano. Tra le ultime attività, ricordiamo il ciclo dei Santi padovani con la Madre di Dio presso la cappella della Casa di spiritualità Villa Immacolata. Si organizzano anche viaggi studio (tra cui in Serbia, Kosovo e Macedonia – prime terre evangelizzate dai santi Cirillo e Metodio –, a Cipro, a Istanbul, in Italia, Grecia e Romania), alla ricerca delle migliori espressioni dell’arte sacra cristiana della Chiesa indivisa. In un’epoca come la nostra, in cui prevalgono drammaticamente ragioni di conflitto, vogliamo operare secondo le parole del santo monaco Sergio di Radonež (che ha ispirato ad Andrej Rublëv la famosa Icona della Santissima Trinità): “affinché nella contemplazione della Santissima Trinità siano vinte le odiose divisioni di questo mondo”.

Per informazioni www.iconografi.it.

Annarosa Ambrosi

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È il Dio vivente a fare memoria

Nel tempo e nello spazio è entrato l’eterno, Dio è sceso a divenire carne senza poter essere condizionato né costretto a darsi; la sua azione ha mutato la realtà in modo tale che nulla dopo questo evento poteva restare immutato. Gesù di Nazareth, «uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni», il Crocifisso – sepolto cadavere tra i cadaveri – , ha sconfitto la morte ed è ora il Vivente, risuscitato per opera dello Spirito dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Re d’Israele, il suo Padre, l’Abbà. Nella novità del suo corpo glorificato egli, che personalmente si è fatto incontro a testimoni, ha inaugurato «nel bel mezzo» della situazione umana una novità sconvolgente per cui niente e nessuno avrebbe più potuto essere indifferente al cospetto di una tale volontà ineffabilmente appassionata all’uomo. Proprio il Nazareno Signore, nella notte «in cui venne consegnato», prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi dicendo: «Questo è il mio corpo che è per voi». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, fece «eucharistia», lo diede loro dicendo: «Questo è il calice del sangue dell’alleanza che è versato per voi in remissione dei peccati. Eseguite questi gesti e parole in zikkarôn (memoriale) della mia persona».

Nessuna possibilità di ridimensionare riducendo o assolutizzando, regolarizzando o catturandone l’eccedenza; l’erompere di quegli eventi è stato talmente indisponibile che nulla può permettersi di manipolarli, farli entrare nella memoria umana o metterli in dipendenza da essa. È evidente che l’avvenimento cristologico ci consegna, consegnando-si in «gesti e parole», una ben diversa forma e modalità di azione di memoria: è appello che esige una risposta cui esso ci ha già resi abili, è l’opera di Dio testimoniata fin dall’evento di un popolo schiavo redento dalla schiavitù; la narrazione vissuta degli interventi del Signore, le vicende accadute per la nostra salvezza, il dono personale a noi partecipato del Mistero che egli è.

È il Signore, il Dio vivente, a far memoria. E celebrando, in obbedienza alla sua volontà, quell’evento anzitutto storico in zikkarôn di lui, cresce nei secoli con la comunità credente la consapevolezza profonda del senso universale che inabita l’azione rituale liturgica, memoriale del Nome al di sopra di ogni nome.

Istituito dal Signore Dio e tramandato di padre in figlio, nello zikkarôn l’unico consegnarsi di Dio per la nostra comunione con lui viene a rendersi presente: in mezzo a ciascun qui e ora, dinanzi a ogni persona, ai singoli nella comunità. È indefinito: un giorno, un intervallo di tempo, un oggetto… dello zikkarôn si può soltanto balbettare. Al suo cospetto l’uomo viene richiamato alla qualità, la realtà nella sua intensità; per benevolenza divina nella sacra liturgia quella storia altrimenti indisponibile si fa prossima nell’inviolabilità della propria differenza. E quanta cura ha il Pantocratore per stimare con insuperabile serietà ognuna delle creature coinvolte nella glorificazione di Lui! Spazio, tempo e persone sono resi partecipi senza che nessuna delle loro facoltà vada perduta.

L’accadere della Signoria che salva non è accomodante: l’agàpē , la carità divina venuta una volta per tutte viene a salvare. Nella sua promessa c’è il nostro impegno a farci «servi inutili» di quel Mistero.

Lo zikkarôn vibra della drammaticità di una storia di adesione e relazione: è quella del patto voluto dal Signore e da lui proposto al popolo libero, l’Alleanza stipulata nella libertà aperta dal riscatto di qualcuno che per primo ha fatto uscire dalla schiavitù; una reciproca appartenenza lasciatasi provare dall’infedeltà, corretta dalla giustizia che viene da un amore ineffabile.

Solo il Signore può attirare tutti a sé nell’evento della nostra riconciliazione con lui: per sua iniziativa quell’apice di discesa dell’eterno – il Mistero pasquale – si fa incontro alle condizioni di ogni situazione con discrezione.

Già la comunità di liberati poteva fare esperienza liturgica nello zikkarôn di quella Parola – dābâr – che, uscita, non ritorna se non dopo aver compiuto ciò per cui è stata mandata. E se questo avvenne nei tempi antichi, quanto più ultimamente il tre volte Santo accettò di legarsi a noi nella Persona del Crocifisso Risorto – che lo chiamava «Abbà» – per opera di quella promessa dotata della «garanzia divina» (R. Guardini) propria della dābâr personale di «Adonai Tzebaôt», il Dio dell’universo!

 

Giacomo Bresolin

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Solo Dio sa rendere umano (e magnifico) l’uomo

“Facendo dunque anche noi memoria, o Signore, delle sue sofferenze salvifiche, della croce vivificante, della sepoltura per tre giorni, della resurrezione, dell’ascensione ai cieli, del suo sedersi alla tua destra, o Dio Padre, e della sua seconda gloriosa e temibile venuta, ti offriamo ciò che è tuo, preso da ciò che è tuo, in tutto e per tutto”. È un passaggio della preghiera eucaristica orientale nota come “anafora di san Basilio” e non è difficile capire, leggendo un testo così pieno di autorità, come mai a questo vescovo del IV secolo sia stato attribuito l’appellativo di “Magno”. Perfetto è l’equilibrio con cui il divino sboccia dalla più radicale concretezza. Le verità di fede sono descritte con una precisione ineludibile, ed è così che nascono le grandi opere spirituali, dalle minime, come la poesia, alle mistiche. La regola è la stessa: non dire ma “mostrare”, non usare le parole cerebrali e retoriche, ma quelle vere “in tutto e per tutto”, perché pieno di vera carità “in tutto e per tutto” possa essere ogni gesto, pensiero, opera dei cristiani.

Da una simile ispirazione viene il titolo della nuova enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica humanitas”, che sembra sospeso tra l’appello del vocativo e il sospiro del sogno: o magnifica umanità e oh, magnifica umanità… Un documento che ripropone con preziosa semplicità, nella confusione di oggi, l’obiettivo che deve darsi il credente: costruire la “civiltà dell’amore”. Al numero 234 scrive il Santo Padre: “La spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica”. E subito aggiunge: “L’“Amen” che diciamo nella Liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita.” Facile trarre la morale: solo Dio sa rendere umano (e magnifico) l’uomo.

Anna Valerio

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La forza del rito è capace di edificare la Chiesa

Il calo numerico dei presbiteri ci costringerà presto a ripensare, per il giorno del Signore risorto, la distribuzione geografica e il numero delle Messe possibili, tanto che alcune Diocesi stanno già tentando soluzioni nuove, secondo le indicazioni del Codice di Diritto Canonico (can. 1248 – §1) e del Direttorio Christi Ecclesia (emanato dalla Congregazione per il Culto Divino il 2 giugno 1988) sulla disciplina delle celebrazioni domenicali in assenza del presbitero. Per ragionare sul futuro prossimo, in cui sarà sempre meno facile garantire l’Eucaristia domenicale in tutte le parrocchie, si è recentemente riunita la Commissione Regionale per la Liturgia, guidata da Monsignor Giuliano Brugnotto, Vescovo di Vicenza e Delegato per la Liturgia della Conferenza Episcopale Triveneto. Il tema della giornata, “Trasformazione territoriale e celebrazione liturgica”, è stato introdotto dal direttore dell’Ufficio catechesi della Diocesi di Reggio Emilia, Don Stefano Borghi – dottore in teologia presso la Facoltà Teologica del Triveneto, con una tesi dal titolo Il ruolo costitutivo della celebrazione festiva nella trasformazione territoriale delle comunità cristiane –, che ha offerto una riflessione sul ruolo performante del rito. Don Borghi ha osservato che ogni comunità cristiana potrà non perdere la propria identità se saprà costruirla attorno all’atto celebrativo, anche qualora non si trattasse dell’Eucaristia, poiché la forza del rito è capace di “edificare la Chiesa”. Esercitando fin d’ora il popolo di Dio alla pluralità di modalità celebrative “non eucaristiche” (la Liturgia delle Ore, le esequie, le celebrazioni della Parola di Dio, i sacramenti celebrati “senza l’Eucaristia” come le Nozze cristiane, il Battesimo e gli altri sacramentali), lo si educherà anche a celebrare la Domenica, qualora si dovesse rinunciare all’Eucaristia, con altre forme di ritualità. Potremmo allora cominciare subito a prepararci ad affrontare questa sfida riempiendo le nostre Liturgie della presenza del Risorto. Solo se il celebrare “non eucaristico” risplenderà di luce pasquale i fedeli non saranno turbati dall’assenza dell’Eucaristia.

Gianandrea Di Donna

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Nella domenica la nostra vita è risorta

Sarebbe prematuro guardare al Direttorio Christi Ecclesia in cerca di indicazioni pratiche su come vadano condotte le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero. Il discernimento delle Chiese locali maturerà e darà i suoi frutti. Può essere però utile riscoprire questo testo del 1988 gustandone spiritualmente alcuni stralci, a cominciare dall’introduzione su che cos’è la Domenica per un cristiano. Il documento cita un passaggio del noto testo in cui san Giustino illustra la struttura delle Eucaristie del II secolo, permettendoci di scoprire quanto la scansione delle celebrazioni attuali sia assimilabile a quella delle Liturgie della sua epoca. E poi l’annuncio entusiastico di sant’Ignazio di Antiochia: i cristiani “vivono secondo la Domenica, in cui anche la nostra vita è risorta”.

Il giorno del Signore dà il ritmo al tempo dell’uomo che cammina verso la salvezza; è addirittura origine del tempo vivo nel quale si pregusta già ciò che si potrà conoscere in pienezza solo nell’incontro escatologico con Dio. Guai ai fedeli che perdessero il pathos di questa festa necessaria di ogni settimana: non potrebbero affrontare con sicurezza un mondo che di obiezioni, intellettuali e non, alla croce ne ha una discreta collezione. La Domenica è la saldezza di cui un cristiano ha bisogno per non cedere, non perdersi.

L’ultima parte del documento affronta questioni di tipo etico, con una nota che merita davvero grande attenzione: “Occorre che i fedeli percepiscano con chiarezza che tali celebrazioni hanno carattere di supplenza, né possono considerarsi come la migliore soluzione delle difficoltà nuove o una concessione fatta alla comodità.” Dovremmo ricordarci sempre che la fede che ci insegnano i santi è infuocata, del tutto priva di egoismo e, in questo, decisamente “scomoda”.

A.V.

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«Siate umili» per la Chiesa: il sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino ai ministri straordinari della comunione

È come la catechista della sua infanzia, che pur analfabeta contagiava l’amore per il Signore con ogni gesto, atteggiamento, sguardo. Solo che lui non è analfabeta. È piaciuta a tutti, giovani e meno giovani, intellettuali e non, membri del clero e laici, la presenza del Vescovo Aurelio García Macías, Sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ospite dell’Assemblea diocesana annuale dei Ministri Straordinari della Comunione, organizzata all’OPSA dall’Ufficio per la Liturgia.

Seduto a un tavolo con il Vescovo Claudio e Don Gianandrea Di Donna, Monsignor Macías ha trattato un tema per noi attualissimo: la ministerialità nella Chiesa. Documenti del Magistero alla mano, ha mostrato come la forma di Chiesa che ci consegna il Concilio Vaticano II sia un comporsi armonioso di diverse modalità di servizio. Ha spiegato poi qual è la differenza tra il clero e i laici, sottolineando, da studioso del sacramento dell’Ordine, come l’epiclesi dello Spirito Santo sugli ordinandi li abiliti a compiere il ministero più alto: presiedere le celebrazioni liturgiche facendosi mediatori della grazia divina. Si è concentrato infine sul ruolo e la vocazione dei laici, fondamentali tanto nella vita delle parrocchie quanto nella Liturgia.

Si sentiva che parlava in lui, più che la scienza del docente, l’esperienza del Pastore, che per il ruolo che svolge in Dicastero è continuamente a contatto con le comunità cristiane di tutto il mondo (poco tempo fa era in Amazzonia). E niente avrebbe avuto un’eloquenza più grande del suo sguardo che con forza si è fermato sulla numerosa platea di Ministri della Comunione e di semplici credenti, prima delle raccomandazioni finali. Era il modo per mostrare che non gli interessavano i discorsi ma la nostra salvezza, ognuno di noi, tutti i membri di questo corpo che lo Spirito Santo rende vivo. A ognuno di noi ha chiesto, con il volto deciso e insieme accorato: “Siate umili”. Perché servire la Chiesa non deve diventare mai un’occasione per cedere alla vanità, spadroneggiare sugli altri e cercare il successo. La logica non dev’essere quella conflittuale “o io o tu”, che porta solo all’autodistruzione, ma “io e tu: il noi”. Cioè la comunione, fatta di disponibilità all’incontro, di apertura, di carità vera perché disinteressata. Monsignor Macías ha ricordato l’esemplarità di quel cantore colpito al collo e ucciso da una freccia dei Vandali mentre era all’ambone a intonare l’alleluja; pura, anonima “voce”.

E poi ha chiesto ancora: “Diventate competenti: studiate i libri liturgici”. Che si sia ministri ordinati o laici, occorre familiarizzare con questi strumenti che la Chiesa mette nelle nostre mani, in modo da capire quanto ogni segno nelle celebrazioni rinvii alla presenza del Signore e per questo vada considerato con la massima cura.

Infine un compito per casa: “Rileggete la Desiderio desideravi”, la lettera apostolica di Papa Francesco pubblicata nel 2022 per ribadire l’importanza della formazione alla Liturgia. Senza una sufficiente conoscenza della teologia e del linguaggio del rito cristiano, si può cadere in pericolose ingenuità, apportando deformazioni e innovazioni che aprono la strada a estremismi di segno opposto e rischiano di compromettere l’armonia della Chiesa. È per la non divisione, infatti, che si deve lavorare instancabilmente. Anche dentro di noi: pregando, convertendoci, facendo la carità, nella consapevolezza che l’equilibrio di queste tre dimensioni è il capolavoro della vita cristiana.

Il Vescovo Claudio ha fatto un’importante precisazione sul carattere dei ministeri ecclesiali: non vanno confusi con il volontariato, cioè una disponibilità data arbitrariamente e a tempo perso. L’amore del Signore fa sì che si risponda con prontezza alle esigenze della propria comunità.

Don Gianandrea Di Donna ha insistito su quanto la presenza tra noi del Vescovo Aurelio andasse intesa quale segno della “sollecitudine del Papa di Roma per tutte le Chiese”. Ma l’incontro con lui è stato anche un fiorire di dialoghi, strette di mano, sorrisi. Tanto affetto semplice e limpido per un Pastore che sa essere semplice e limpido (cioè vero e giusto) proprio perché è pieno di forza e di fede. Come quell’umile catechista di un minuscolo paese vicino a Valladolid, che gli ha insegnato ad amare Dio.

Anna Valerio

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La gloria che viene dall’alto

L’immagine di Cristo asceso al cielo assume nell’arte cristiana un carattere glorioso. Il Signore ha intorno schiere di angeli e tutto potrebbe somigliare ai titoli di coda di un film. Eppure questa è una logica da cui i Vangeli rifuggono, sia accennando al mattino di Pasqua che alle apparizioni del Risorto nei quaranta giorni successivi. Mentre ascende al cielo in una condizione umanissima, quasi familiare, il Signore mostra la necessità di un’altra gloria. Uscito vincitore dal sepolcro, torna donde era uscito dal seno del Padre e invia sui discepoli lo Spirito. La gloria che egli manda dal cielo è perché noi siamo rivestiti della sua divinità. Per questo, celebrando il mistero dell’Ascensione, dobbiamo porci nell’atteggiamento di chi sa che senza Dio non può nulla e che la potenza che viene dall’alto è la gloria che ci fa ascendere con la nostra carne dove lui ci ha preparato un posto.

Il Padre che genera e il Figlio che è generato non trattengono per sé ciò che sono, e questo amore che li unisce è lo Spirito Santo. Tutto ciò la Trinità lo offre alle sue creature. Dio non ha smesso di soccorrerci nemmeno quando l’uomo ha ritenuto di poter essere a prescindere dal suo Creatore (la Bibbia chiama questa superbia dei progenitori il “peccato d’origine”). E poiché fuori dalla comunione con lui tutto si sgretola, decade, perde l’essere, ci riconsegna la vita divina attraverso il dolore del Figlio, le viscere di misericordia di chi non può pensarsi Dio lontano da noi.

G.D.D.

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