Archivi della categoria: Speciale Liturgia

Il ministero dell’organo

Non molto tempo fa, in occasione di una mia conferenza sul rapporto intrinseco tra musica e liturgia, una signora si avvicina e afferma: «Nella mia parrocchia è da tanto tempo che non sentiamo l’organo nella liturgia, poiché non troviamo chi lo possa suonare. È molto triste». Tale sentimento, così sconsolato, in realtà fa emergere un problema che da tempo sta affiorando nelle nostre chiese: quello dello “spopolamento” dell’organo usato soprattutto all’interno del contesto liturgico. Nonostante sia pacifico (anche se forse non lo è per tutti) che di per sé la liturgia potrebbe fare a meno di strumenti musicali (ricordo come né il gregoriano, né il canto monodico antico, né tantomeno i riti mozarabici ne facessero uso, senza menzionare come anche oggi quella russa o copta non lo prevedano), sin dal X/XI sec. la Chiesa cattolica ha individuato nell’organo il mezzo più appropriato per elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti con maggiore beneficio. Infatti, pur non essendo necessario tornare al celebre adagio di Sacrosanctum Concilium 120, la bellezza e la solennità che l’organo a canne trasmette ai sacri riti è un dato di fatto che però oggi viene trascurato e non più riconosciuto.

Subito dopo il Concilio molti attacchi personali sono stati fatti all’organo, a partire dalla sua messa in discussione sempre più accesa e dalla sempre maggiore sostituzione con altri strumenti, che però con il tempo hanno impoverito la liturgia stessa; nello stesso momento è venuta avanti una mentalità “concertistica” di questo strumento da parte degli organisti, che a volte ha creato la sensazione che l’organo sia un antagonista dell’altare, mettendo in discussione il suo vero fine (rendere solenne il culto liturgico) e la sua adozione nella Chiesa. Invece va rilevato come quello dell’organista sia un vero e proprio “ministero liturgico” che, con la sua propria capacità e industria, ha la possibilità di rendere l’organo ancora vivo con le sue peculiarità e il suo principio ecclesiale.

Nonostante sia vero che la nostra Diocesi – all’interno delle varie Collaborazioni pastorali – sta portando avanti sempre con maggiore interesse il ruolo dell’organo (sia per il fine liturgico sia per quello concertistico), molta strada oggi abbiamo davanti. Mi piace citare un’opinione di un valente maestro di pochi anni fa in proposito: «È importante che i parroci tengano in giusta considerazione il ministero dell’organista e si adoperino perché nella loro comunità non manchi mai un titolare: invitando, se occorre, nuove leve alla scuola diocesana competente». Tale proposta diventa sempre più urgente nel contesto attuale, dove i giovani devono essere accompagnati nella scoperta di questo strumento così completo, apprezzarne le caratteristiche e le peculiarità proprie, amando il servizio ministeriale alla Chiesa (non ritenendolo invece un semplice “compito” affidato), mettendosi in gioco con dedizione e competenza. Ma ai responsabili delle parrocchie compete il desiderio di valorizzare le nuove leve e il loro servizio ministeriale, dando spazio e attenzione, attraverso – appunto – momenti formativi e di conoscenza reciproca; essi hanno la responsabilità di creare le basi per le ministerialità di domani, con le quali si potrà ricostruire quel tessuto culturale organistico che per secoli ha abbellito le nostre celebrazioni liturgiche e i repertori di importanti compositori.

Così facendo, si troverà il modo per superare la tristezza della signora ricordata all’inizio, la quale mostra come ancora oggi vi sia attenzione verso l’organo usato nella liturgia. Senza poi citare che l’abbandono degli organi all’interno delle chiese produce il radicale e celere deterioramento degli stessi, portando alla perdita di preziosi gioielli che poi richiedono molte risorse economiche per essere ripristinati. Avere un titolare che si cura degli strumenti è un compito assai importante e con uno sguardo particolare verso la loro valorizzazione e manutenzione attenta.

E se è vero che è fondamentale una formazione di base liturgica e musicale degli organisti, è anche bene – oltre al repertorio ufficiale per l’assemblea, che purtroppo non è aggiornato ed è rimasto fermo a qualche decennio fa – che l’organo possa essere riscoperto attraverso attività concertistiche extra-liturgiche, capaci di mostrare la bellezza e la profondità intrinseca di questo strumento.

Dom Christian Gabrieli, O.S.B.

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Liturgia, poesia stupenda in un mondo… sbrigativo

“Perché i poeti nel tempo della povertà?” Se lo chiedeva Friedrich Hölderlin in un verso citato da Martin Heidegger nel suo Sentieri interrotti. Quasi che in certi contesti la voce della poesia dovesse rassegnarsi all’amarezza di non trovare orecchi capaci di comprenderla. È un po’ il brivido che si prova oggi in riferimento al linguaggio che la Chiesa ha dato alla Liturgia: un capolavoro, una poesia stupenda in un mondo sempre più tentato da modalità espressive (e soluzioni esistenziali) sbrigative e precarie. Si è cominciato a guardare alla ritualità cristiana ipotizzando che non faccia abbastanza per rendersi gradita al clima attuale. Si immaginano aggiustamenti, semplificazioni, introduzioni di nuovi codici. Ma sarà questa la strada su cui il Signore ci invita? Perché l’obiezione (più o meno implicita) del mondo allo stile e alle prescrizioni della Liturgia è poi la stessa con cui viene liquidata la morale, rifiutato l’impegno generoso, contestato il vivere la carità e incoraggiato un disinvolto egoismo. Non può non nascere allora un sospetto sui giudizi (già di per sé poco evangelici, se ricordiamo le raccomandazioni del divino Maestro) dati da chi si è ormai abituato all’offerta di medicine per tante malattie – del corpo, della mente, del tempo, dello spazio – e diversivi per tutti i gusti. Spesso c’è la tendenza a valutare i fenomeni in modo impulsivo, senza pensarci su, senza prenderne in considerazione il valore, la logica. Si tende a rispondere solo a un gradimento immediato: mi piace/non mi piace. E chi metterebbe il proprio like alla porta stretta, a quelle otto sconvolgenti beatitudini, al patibolo su cui è salito il Salvatore, al suo aver assunto la condizione di servo ed essersi svuotato di ogni potere mondano? Il richiamo interiore della voce del Figlio di Dio, che sant’Agostino ha raccontato con parole insuperabili, si fa sentire in uno strato dell’anima molto più profondo di quello che ormai ha acquisito il modo di giudicare brusco da social. E continua a dire agli uomini e alle donne di sempre, con autorevole, pacificante monotonia: Io sono la verità.

Anna Valerio

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Sciame di note colorate che volano

Dalle canne di un maestoso organo antico esce uno sciame di note colorate che volano nell’aria come farfalle. Il mondo animato dell’organo a canne è un libro per bambini (Armellin musica 2026, pp. 42, € 24) scritto dal Maestro Francesco Cavagna, vicedirettore dell’Istituto diocesano di canto e musica per la Liturgia “San Pio X”, e corredato dalle illustrazioni originali dell’artista padovana Sofia Zanin. Cavagna ha con i suoi allievi alle prime armi una confidenza che gli ha fatto nascere il desiderio di mostrare come la voce del principe degli strumenti usati nelle celebrazioni liturgiche possa essere compresa e apprezzata anche dai più piccoli. Il motore, il mantice, il somiere, le diverse canne, ciascuna con un proprio timbro e carattere, prendono vita, si presentano ai giovanissimi lettori e li aiutano a sognare di diventare un giorno organisti sublimi come Johann Sebastian Bach.

Lo studio di questo strumento è per un bambino un addestramento alla consapevolezza corporea. Suonare l’organo richiede di saper leggere più pentagrammi contemporaneamente e coordinare mani e piedi, potenziando la memoria e sviluppando la capacità di gestire più informazioni insieme. Tutto il corpo è coinvolto nell’azione: le mani spaziano tra diverse tastiere e i piedi usano la pedaliera puntando a comporre un equilibrio armonico tra le voci. Come nel caso di tutti gli strumenti complessi, è importante essere costanti nello studio e pazienti; appena però si acquisisce la giusta familiarità, l’organo permette di esplorare una varietà di emozioni che vanno dall’esultanza al raccoglimento, dalla manifestazione di forza e potenza alla delicatezza più rarefatta.

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Per cantori e animatori dell’assemblea

L’Istituto diocesano di canto e musica per la Liturgia ha una storia abbastanza lunga e fin dalla sua fondazione, grazie al lavoro dell’Ufficio Diocesano per la Liturgia e la direzione del Maestro don Massimo Canova, ha mantenuto fortemente deciso il suo orientamento a servizio delle celebrazioni nelle parrocchie. I percorsi di formazione alla tecnica vocale, alla direzione di coro, all’organo per la Liturgia, al canto gregoriano, all’arte del salmo e gli stage pensati per il canto del diacono o del celebrante hanno avuto sempre una finalità pastorale, tesa a promuovere autentici ministeri a servizio della Liturgia, specie domenicale. Il corso denominato “Direzione di coro” (tenuto in questi anni dal Maestro Gianmarco Durighello) si è proposto di formare maestri di coro parrocchiale, insegnando non solo ad apprendere lo stile del canto corale ma anche il “dialogo” con l’assemblea grazie a tecniche e repertori adatti. Così gli appuntamenti dedicati all’“arte del salmista” (a cura del Maestro Francesco Cavagna) mirano a rendere i cantori capaci di dare espressione alle liriche preghiere del re Davide facendo sì che le voci soliste dialoghino – attraverso il ritornello – con l’assemblea.

Interpretando il desiderio di chi ha frequentato questi due corsi, ma anche per andare incontro a tutti coloro che dovessero garantire un simile servizio in parrocchia, il prossimo anno 2026-2027,l’Istituto promuoverà un corso ad hoc per “cantore e animatore dell’assemblea liturgica”, un servizio molto importante per creare quell’armonia manifestata nel canto – raccomandata dal Messale Romano e da tutti i libri liturgici, nonché dal Magistero postconciliare sulla musica per la Liturgia – tra assemblea, presbitero, diacono e coro.

Per informazioni si può contattare il M° Francesco Cavagna: 3337855822, o la segretaria dell’Istituto Fiorenza Moschin: 349 5733543; oppure scrivere a istitutomusicaliturgia@diocesipadova.it.

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La Quaresima è sacramento

Sant’Ambrogio e sant’Agostino sono tra i primi testimoni autorevoli della celebrazione, nel corso dell’anno liturgico, di un Triduo santo di Cristo crocifisso, sepolto e risuscitato, che emergeva come il più solenne dei giorni del Signore. Fu allora che, contemporaneamente al profilarsi della Pasqua annuale, cominciò a prendere forma anche un itinerario di preparazione a essa: la Quaresima. La si fece iniziare il mercoledì delle Ceneri, perché alcuni Padri sostenevano che non fosse opportuno digiunare nelle domeniche, sottratte infatti al computo dei giorni.

Uno dei modi più antichi di chiamare la Quaresima è “sacramento”. A dire che questo tempo santo rinvia sì al clima della penitenza, ma le sue specificità rituali sono sempre rimando all’intero mistero di Cristo. Prova ne è il fatto che la Chiesa non smette di celebrare l’Eucaristia anche mentre usa un certo tipo di colore, sostituisce alcuni canti con altri e sospende quelli di lode, modifica le formule rituali. L’anno liturgico non va interpretato in senso storicistico, come una vicenda a puntate. Non è questa la sua logica. La Quaresima va celebrata bene perché vi si possa incontrare l’opera del Salvatore crocifisso, sepolto e risorto, senza logiche di contrapposizione troppo accentuate tra prima della Pasqua e dopo.

Il termine latino Quadragesima ha una chiara assonanza con il numero quaranta: gli anni di Israele nel deserto, i giorni di Noè nell’arca, di Mosè sull’Oreb; i giorni che Gesù stesso trascorre, languidamente solo, tentato da Satana, nel deserto di Giuda. La Chiesa ha inteso la Quaresima come legata alla storia della salvezza in modo del tutto singolare e ne ha fatto la metafora del passaggio (è questo il significato del vocabolo Pesach, Pasqua) dal faraone alla terra dove scorre latte e miele, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Adonai, matrice teologica di tutto l’Antico Testamento. I profeti, l’esilio a Babilonia, perfino la regalità di Davide e la creazione vanno letti in chiave esodica.

La Pasqua – centro dell’anno liturgico e della nostra vita – aveva bisogno di un tempo simbolico che aiutasse i cristiani a fare questo passaggio. Ciò valeva per i già battezzati che erano caduti nel “peccato che conduce alla morte” (cfr. 1Gv 5,16). Essi dovevano fare un esodo, una penitenza, per essere assolti dalle colpe e riammessi nella Chiesa. Anticamente non c’era infatti, come per noi, la possibilità di un accesso frequente a un presbitero per il sacramento della Penitenza. Si confessavano i peccati all’inizio di un itinerario di quaranta giorni di digiuno (cioè di uso molto moderato del cibo e soli pane e acqua il mercoledì e il venerdì), che culminava proprio nella mattina del Giovedì Santo, dove si celebrava una Messa penitenziale.

L’altro canale attraverso il quale la Quaresima è andata formandosi è il Battesimo dei non-cristiani. I gentili, con il grande sacramento dell’Iniziazione cristiana celebrato nella notte di Pasqua, passavano dall’empietà (come dicevano i Padri), dall’ignoranza, alla pietas, alla fede, all’adesione a Cristo. Per varie ragioni, anche di opportunità politica, dopo Costantino il numero di coloro che chiedevano il Battesimo si era fatto enorme. Ecco che la Quaresima diventa la sede più opportuna per il catecumenato, che si essenzializza rispetto all’originaria durata triennale e prende la forma di una sorta di corso accelerato in cui i catecumeni venivano aiutati a conoscere il Vangelo, la Chiesa, la sua dottrina, i libri principali delle Scritture, e nel contempo ricevevano una cura materna attraverso consegne e restituzioni delle preghiere del Padre nostro e del Credo, scrutini per illuminare le coscienze, unzioni che li rendevano lottatori forti contro le tentazioni, pronti ad accogliere la novità di Cristo. Fioriscono così le grandi catechesi mistagogiche di un Agostino, di un Ambrogio, di un Cirillo di Gerusalemme, tesori stupendi di teologia e pastorale, testi capaci di una semplicità e un’efficacia catechetica ineguagliabili. Ci prendono per mano e ci svegliano dal torpore, invitandoci ad accorgerci che il Cristo crocifisso, sepolto e risorto è la meta non dei quaranta giorni ma dell’esistenza dell’uomo; è la meta della fede, è il senso del celebrare, della Chiesa, dei sacramenti, della preghiera, delle opere buone. Tutto ruota attorno all’amore divino, di cui la Pasqua è la manifestazione piena nella carne di Gesù di Nazareth.

Gianandrea Di Donna

 

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Sgorghi la memoria del battesimo

Chi entra in chiesa durante il tempo di Quaresima dovrebbe vedere il deserto che sono questi giorni. Per tutto il periodo andrebbero tolti i fiori, tranne in quell’eccezione soave che è la domenica “Laetare”, in cui il clima si ingentilisce come il rosaceo che riveste i ministri ordinati. Negli altri giorni, feriali o festivi, sarebbe bene rimanesse solo un mazzo di fiori recisi accanto al tabernacolo, a indicare la presenza reale del Signore. La durezza del marmo spoglio ha la capacità di suggerire in modo viscerale qual è la condizione dell’uomo lontano da Dio, ponendoci di fronte al nostro bisogno di salvezza. L’eloquenza della pietra nuda non riusciremo mai a imitarla con l’aiuto di discorsi, cartelloni, o sassi e sabbia sparsi nell’aula liturgica nel tentativo di creare una “scenografia”.

Analogamente, in Quaresima tace la parola che sale dal nostro cuore – alleluja –, non si intona più il Gloria e anche la voce dell’organo e degli altri strumenti musicali deve prendere un tono dimesso o addirittura restare muta. Il colore cupo delle vesti del celebrante, il silenzio, la spoliazione dello spazio sacro dicono che stiamo camminando verso la meta sperata: la Pasqua. Che tutta la vita, senza il Signore, non è che un deserto arido, sterile. E un segno fondamentale potrebbe allora emergere dalla nudità delle chiese, quasi sgorgarne: la memoria del Battesimo. L’aspersione dell’assemblea – magari in occasione della terza domenica, quella della Samaritana – ci riporterebbe al sacramento che è fonte della nostra fede, su cui ha scelto di fondarsi l’attuale stagione ecclesiale che guarda alle vocazioni ai ministeri battesimali.

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Il Catecumenato porta oltre la “tristezza” quaresimale

L’orazione della Prima Domenica di Quaresima dichiara: «O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero pasquale di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita». Per coloro che sono già stati battezzati, questo tempo liturgico porta a rinnovare l’atteggiamento di conversione a Gesù Cristo per aderire al suo Mistero Pasquale. In essa, i catecumeni, insieme ad ogni battezzato, incontrano il Signore scoprendolo nella Sacra Scrittura e nei riti che si celebrano.

Se in quella Domenica si celebra il Rito della Elezione dei catecumeni che riceveranno i sacramenti nella Veglia Pasquale, l’orazione di colletta è diversa: «O Dio, che operi sempre per la salvezza degli uomini e ora allieti il tuo popolo con una più larga effusione di grazia, guarda con bontà e accompagna con la tua protezione questi tuoi eletti nel loro cammino verso la rigenerazione e quando saranno rinati nel Battesimo». Prima ancora della richiesta di sostegno per gli eletti, l’accento è posto sulla letizia della Chiesa, quasi a dirci che l’itinerario di conversione che il catecumenato ci rivela è quello verso una gioia possibile e reale in Gesù Cristo.

È proprio il catecumenato a sgomberare il campo dalla tristezza “quaresimale”, per manifestarci che, come gli eletti daranno un nome ai loro peccati durante gli Scrutini, per ricevere sostegno nella lotta contro il male, così ciascuno di noi, che conosce da tempo la propria fragilità, potrà gustare la salvezza promessa: bere l’acqua viva con la Samaritana, scoprire la luce con il cieco nato, ritrovare la vita con Lazzaro.

Le parole della colletta del Secondo Scrutinio (IV Domenica di Quaresima) ci conducono con gli eletti alla gioia promessa: «Dio onnipotente ed eterno, colma di spirituale letizia la tua Chiesa: coloro che per nascita appartengono alla terra, con la rigenerazione battesimale rinascano alla vita del cielo».

Elide Siviero

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Nell’acqua… ha inizio una vita nuova

Uno dei gesti più evocativi della Veglia pasquale è l’immersione (triplice) del cero pasquale nel fonte battesimale durante la preghiera di benedizione, che ripercorre tutta la teologica biblica dell’acqua, dallo spirito che si librava sulle acque della creazione, alla prefigurazione nel diluvio, alla liberazione dalla schiavitù dei figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati, fino alla santificazione delle acque del Giordano col Battesimo di Gesù, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.

Il cero, simbolo del Risorto, prefigurato dalla colonna di fuoco che guidava Israele, immerso nell’acqua del fonte, la trasforma e la santifica. Come la colonna di fuoco mutò il mare minaccioso e favorì la bonaccia e dunque la salvezza, così il cero-Cristo santifica e trasforma il mare del peccato e della morte in acqua che libera e purifica coloro che vi rinasceranno nel sacramento del Battesimo. È la fecondità della Chiesa-sposa che nasce dal costato trafitto del suo Sposo e Signore.

L’Ordo lectionum Missae in questo ciclo liturgico anno A riprende i temi battesimali dell’antico Lezionario romano e può essere seguito ogni anno, secondo le esigenze pastorali, in special modo se in una comunità ci sono catecumeni. La Chiesa partecipa nella fede-conversione al mistero di Cristo che entra nei quaranta giorni sospinto dallo Spirito nel deserto, digiuna, è vittorioso nella tentazione, fu trasfigurato e il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce (le prime due domeniche del Tempo di Quaresima di ogni ciclo liturgico ci offrono questi due episodi), si manifesta alla Samaritana al pozzo di Giacobbe come sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (III domenica), si rivela quale luce del mondo al cieco nato (IV domenica) e, infine, è la risurrezione e la vita di fronte alla morte dell’amico Lazzaro (V domenica).

Don Angelo Passarotto

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La dignità del celebrare

Tra gli obiettivi dei laboratori della rassegna “Gennaio alla Liturgia” proposti alle Collaborazioni pastorali della nostra Diocesi c’è la riscoperta dell’Ordinamento Generale del Messale Romano. L’introduzione al grande libro per l’Eucaristia è un praticissimo manuale pronto all’uso, che parte dal riconoscimento della straordinaria importanza della Messa fino ad arrivare a prenderne in considerazione le declinazioni più minute, relative ai movimenti, al canto, alle varie ministerialità coinvolte, allo spazio, alle suppellettili. In appendice sono riportate alcune importanti precisazioni (a firma della Conferenza Episcopale Italiana), pensate per rispondere ai dubbi che possono sorgere rispetto ai gesti e agli atteggiamenti da tenere durante le celebrazioni.

La lettura di questa introduzione va suggerita a chiunque dia il suo contributo alla cura dell’Eucaristia, dai sacristi ai lettori, dai cantori agli artisti e artigiani che offrono i propri manufatti per arredare la chiesa, ai fedeli che desiderano diventare più consapevoli del significato e dei linguaggi del “Sacramento dei sacramenti”. Fondamentale strumento di studio, l’OGMR merita di essere la principale guida dei gruppi liturgici, che in esso troveranno una fonte sicura di ispirazione.

Il proemio esordisce con la spiegazione di come si è arrivati, dopo la riflessione del Concilio Vaticano II, alla composizione di un nuovo Messale. La forma del celebrare è mutata sulla base di esigenze che erano non semplicemente partecipative, ma ecclesiologiche, senza creare fratture nella tradizione, che viene definita “continua e ininterrotta, nonostante siano state introdotte alcune novità” [n. 1]. Il nuovo Messale viene presentato come il “compimento” dei desideri dei Padri conciliari riuniti a Trento, che non avevano mancato di raccomandare ai Pastori di rivolgere ai fedeli un’attenzione che li facilitasse nella “piena intelligenza del mistero celebrato” [n.12], lasciando intendere che poteva essere opportuno introdurre le lingue nazionali dove il latino risultava incomprensibile. La riforma concepita dal Concilio Vaticano II, aperto alle “cose nuove” evocate da Matteo (13,52), cerca di usare in ogni passaggio una soave prudenza, custodendo l’“armonia” tra il passato e il presente e mantenendosi pienamente rispettosa del “venerabile tesoro della tradizione” [n.15].

I capitoli dell’OGMR sono disposti in modo gerarchico, secondo una precisa struttura teologica, che sottolinea l’“importanza” dell’Eucaristia e la necessità che venga rivestita di una somma “dignità”. Non ci è chiesto di confezionare un abito sontuoso come quelli degli scribi, “che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze” (Lc 20,46). Non è tale la logica del celebrare cristiano. Non ricerchiamo il fasto, ma la “nobile semplicità”, l’autorevolezza, la limpida essenzialità di quella tunica di Gesù cucita da cima a fondo, che nemmeno dei rozzi soldati romani stracciano.

Il Messale ci mette in guardia su quanto sia pericolosa la tendenza a ricercare la semplicità senza la nobiltà, la povertà senza la santità. Il primo fondamentale atto pastorale è allora lavorare per la dignità di una celebrazione, cominciando dall’aula liturgica, che va liberata dai troppi oggetti e decori che la colonizzano, memori di quel “Non fate della casa del Padre mio un mercato!” che Giovanni riporta nel suo Vangelo (2,16). Tutto è da pensare perché dia luce all’atto glorioso che è l’Eucaristia.

Presupposto fondamentale è evitare l’intromissione dei gusti personali. L’introduzione al Messale insiste a lungo su come la Liturgia abbia un proprio “senso autentico”, che andrebbe accolto senza cedere all’insofferenza per l’eventuale fatica che la sua corretta interpretazione richiede, dato che non si tratta di altro che di quel “giogo soave” di cui ci si deve sempre caricare per seguire il Signore e camminare sulla beata via della verità e della carità.

Conoscere l’architettura del rituale dell’Eucaristia è anche capirne la vocazione. Le sue singole “parti” vanno cucite insieme nel rispetto del loro senso proprio, in modo che possano infine realizzare quel prodigio che è l’evento celebrativo, dove l’insieme di una miriade di dettagli genera il simbolo del Salvatore presente in mezzo a noi.

Gianandrea Di Donna

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L’arte di “tenere in ordine” la chiesa

Per Crispino Valenziano tre sono gli elementi fondamentali nell’architettura di una chiesa: l’altare, l’ambone, il fonte battesimale. Tutto il resto ha la semplice funzione di coprirli e illuminarli.

L’arte sacra – sia architettonica, pittorica, scultorea, tessile o legata all’arredo – è fatta di rinuncia alla creatività arbitraria e perfino, talvolta, alla soddisfazione di vedersi compiuta entro l’arco di un’esistenza umana. I capolavori che ammiriamo sono spesso opere anonime, nate da sacrifici (Girolamo che si trasferisce nella grotta di Betlemme e traduce di notte, in segreto, i rotoli ebraici della Bibbia), straordinari atti di coraggio (Bernardo che fonda un’abbazia in mezzo alle paludi), scelte di vita estreme (il monaco Hartker che si chiude in una cella con il soffitto più basso della sua statura, per poter copiare l’Antifonario di San Gallo in un continuo inchino, e ne esce dopo un anno e mezzo con la schiena ormai definitivamente piegata), ascesi implacabili (i maestri vetrai di Chartres, che sulle finestre più alte della Cattedrale non fanno mancare l’ombreggiatura sulle unghie delle figure ritratte, pur sapendo che nessun fedele avrà modo di accorgersi di quell’invisibile particolare).

Quando progettiamo le nostre chiese e ci prendiamo cura di esse perché vi si possa celebrare in modo adeguato la santa Liturgia, non possiamo dimenticarci di questi meravigliosi servi di Dio e non cercare almeno un po’ di imitarli nell’appassionata radicalità con cui hanno svolto il loro ministero. Facciamo sì che la forma entri anche nell’ultimo armadio, dove le stoffe non vanno riposte alla rinfusa, con purificatoi e manutergi irriconoscibili. Il Parroco non manchi di istruire i propri collaboratori. C’è un’arte perfino nel modo in cui si tiene in ordine i cassetti della sacrestia.

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