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Pellegrini di Speranza: la pubblicazione della Cattedrale

 

Da un’idea del Parroco Don Giuliano Miotto, nasce una preziosa pubblicazione sul Giubileo, per dire il desiderio della Cattedrale di Padova di accogliere i pellegrini che la raggiungeranno nel 2025. È prima di tutto bello il libro Pellegrini di Speranza (Valore Italiano Editore, dicembre 2024, pp. 71, € 8), con la sua grintosa e impeccabile forma quadrata e i particolari degli affreschi del Battistero che accendono le pagine di azzurri, gialli, rossi: il cielo e la nostra terra bisognosa di salvezza… L’Editore non ha disposto i capolavori di Giusto de’ Menabuoi con intenzione museale; li ha resi dinamici attraverso un ‘montaggio’ che li strappa al passato e li affida a un presente pieno di vivacità e di forza, la stessa che anima le fotografie degli interni della Cattedrale, guardati da punti di vista diversi dal solito. Dopo la benedizione del Vescovo Claudio, che abbraccia con il suo saluto il pellegrino (e il lettore), il volume descrive le caratteristiche che avrà il Giubileo 2025 e offre una ricca sezione liturgica, con una Messa per l’Anno Santo e i riti della Penitenza e della Rinnovazione delle promesse battesimali. Il libro è sia cartaceo che in formato Kindle e lo si può acquistare in Cattedrale, oppure scrivendo a amministrazione@valoreitaliano.com, o compilando il format sul sito www.cattedralepadova.it.

Il Vicario Generale Don Giuliano Zatti ha poi curato un utile pieghevole, dove vengono date alla Chiesa di Padova le indicazioni fondamentali per vivere l’Anno Santo nella preghiera, nell’amore fraterno (con tre progetti di carità diocesani), nella speranza di una riconciliazione piena con il Signore. Il sussidio verrà distribuito nei luoghi giubilari della Diocesi, nella Segreteria Generale della Curia e al termine della Messa di apertura del Giubileo, il 29 dicembre prossimo.

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Nel nostro operare il bene opera la volontà del Signore

 

Nel pellegrinaggio religioso di altri tempi si lasciava tutto, come i discepoli che hanno seguito Gesù. Si faceva testamento, se si possedeva qualcosa, e così si faceva un bilancio della propria vita: per chi ho vissuto, che ne ho fatto di quello che ho ricevuto, a chi sono debitore? La strada poi era una sorpresaanche per quanti seguivano itinerari già collaudati e trovavano sulla strada monasteri ospitali. Chi avrebbero incontrato? Persone che offrivano ristoro e, se ce n’era bisogno, cure? O diffidenti, impaurite da pellegrini incontrati in precedenza? La meta era ‘aperta’.

Il pellegrino faceva esperienza di essere ‘straniero’, ‘strano’ per chi incontrava, come straniera è ogni persona che è nata e abita qui, nella mia stessa terra, ma è spiazzata, tagliata fuori da ‘alfabeti’ nuovi che a chi li conosce rendono veloci, pratiche, sicure molte comodità: ‘alfabeti’ che esprimono una creatività sempre più raffinata, ma complessa, imprevedibile. Straniero è ogni nostro figlio che deve inserirsi in un mondo spesso già ‘pre-notato’, ‘pre-visto’, precisato, efficiente, ‘perfezionista’, dove non c’è posto per l’errore, per il non farcela, per il non sapere, per il non essere efficienti.

La prima lettera di Pietro ricorda ai cristiani, ‘stranieri e pellegrini’ (2,11), che essi sono “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui” (v. 9). Non c’è posto sulla terra in cui Dio non voglia raccontarsi proprio attraverso ‘pellegrini’ che testimoniano le meraviglie che ha operato nella loro vita. Lui li rende pellegrini di speranza, ‘che, operando il bene, chiudono la bocca’ a chi non ha incontrato la sua misericordia.

Possiamo disperare di trovare/ritrovare una comunione, o sperare che, mentre cerchiamo di operare il bene, il Signore operi la sua ‘volontà’, inventando strade nell’incomprensione, nel disprezzo, nella condanna, in una parola: nella croce. Una croce che non è mai solo nostra. Anche questo è dono di quel simbolo che siamo chiamati a vivere insieme l’anno prossimo, il Giubileo.

don Giuseppe Toffanello

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Indulgenza plenaria

 

Non si può comprendere il senso del Giubileo senza contemplare la meraviglia che è l’“indulgenza plenaria”. La sua complessa teologia va interpretata alla luce del sacramento della Penitenza, evitando di cadere in sbrigativi stereotipi polemici. Come cristiani, noi crediamo che al peccato corrisponda, qualora una persona non si converta, una pena eterna, cioè la rottura della comunione con Dio. Ma accanto a essa vi è una pena relativa, o “temporale”, tramite la quale si è chiamati a rimediare nel tempo al male commesso.

C’è un’idea di fondo da tenere presente: il fatto che il nostro peccato produca ineluttabili conseguenze. Pur se si lega a uno specifico evento, il male non si esaurisce entro quei confini e ha delle ricadute sia personali, spirituali, che sociali ed ecclesiali, tanto visibili quanto invisibili. Per tale ragione il sacramento della Penitenza ha una virtù ‘medicinale’ e sana sia l’anima del peccatore che le conseguenze del male compiuto. Il suo rituale si compone di tre elementi: l’accusa del peccato, la penitenza (che si sostanzia di opere di carità, preghiera, servizio, penitenze corporali, astinenza dal cibo, dalla bevanda, dai piaceri della vita), l’assoluzione con cui la Chiesa scioglie il fedele dalla colpa personale. Il perdono è sempre certo, per la grazia di Cristo (è il Signore, infatti, a riconciliarsi con chi è sinceramente pentito), ma l’efficacia del farmaco dipende dall’impegno di chi lo assume, ed è per questo che la perfezione in noi non c’è mai, al punto che continuiamo spesso a ripetere i peccati già commessi, mostrando che la medicina non ci ha guariti pienamente.

A questo esercizio penitenziale il pensiero cristiano ha dato il nome di “pena temporale”. Esso ha conosciuto, nella storia, forme, modalità, intensità diverse. Nel Medioevo, le pene erano severissime, e siccome quella che si riteneva più medicamentosa in assoluto era l’esclusione dalla Comunione, i fedeli, finché non terminavano il lungo esercizio penitenziale e ricevevano l’assoluzione, non potevano comunicarsi. La Chiesa si trova di fronte a un’impasse, perché tutti attendono di finire una penitenza che arriva a protrarsi per decenni e intanto sono esclusi dalla Mensa eucaristica.

Beata indulgenza…

Quando, nel 1300, papa Bonifacio VIII inaugura l’Anno santo e concede l’indulgenza, ha di fronte questo problema. Già prima del Giubileo molti tentavano soluzioni eterodosse. Le persone più abbienti ricorrevano addirittura a una prassi condannata con fermezza dalla Chiesa: pagare un monastero perché i monaci facessero tutte le penitenze al posto dei diretti interessati.

Bonifacio VIII regolamentarizza il sistema. Capisce che un’eccessiva durezza non è più sostenibile e con indulgenza, con maternità, dice: chiunque viene pellegrino a Roma, passa per la Porta santa, si confessa e prega secondo le intenzioni del Santo Padre riceve l’indulgenza plenaria. Essa non è un’amnistia rispetto al peccato, ma la remissione di tutte le penitenze temporali dovute. Secondo la teologia cattolica, perché questo può avvenire? Perché la Chiesa ha un proprio tesoro cui attingere. I meriti della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri, delle anime del Purgatorio, e perfino di chi recita un Rosario in una pieve sperduta: tutta quella santità vi confluisce. Se io mi sono realmente pentito, confessato, comunicato e ho pregato secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, le penitenze che ho fatto male, con poca devozione, con fretta, con un impegno spirituale non adeguato vengono rimesse cogliendo da questo tesoro.

A seguito del Concilio di Trento, nel sacramento della Penitenza è avvenuta l’inversione per cui, dopo che il fedele ha accusato i peccati, il presbitero lo assolve subito e la penitenza è rimandata a dopo, ma così si è persa molta della sua forza medicinale. Per quanto il Rituale affermi che le pene debbano essere congrue, esse oggi si sono, di fatto, affievolite moltissimo, facendo sì che anche il pathos con cui ci protendiamo verso l’indulgenza giubilare sia meno vivo.

L’importante recupero che ci suggerisce l’Anno Santo è la coscienza che, perdonato il peccato, non possiamo non tenere conto che il male compiuto ha comunque delle conseguenze. Le sue tracce non spariscono dopo il perdono, e questo chiede che il nostro vivere colga ogni occasione che provvidenzialmente ci viene donata per illuminarsi di santità.

Gianandrea Di Donna

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I sabati della Quaresima

“Il Giubileo e la dottrina cattolica dell’indulgenza”

 

Casa di Spiritualità Villa Immacolata
Via Monte Rua, 4, 35038 Torreglia (Padova)
ore 9.30 – 12.30

Gianandrea Di Donna,
Docente di Liturgia Facoltà Teologica del Triveneto

 

Sabato 15 marzo 2025
Giubileo: la dottrina cattolica dell’indulgenza I

 

Sabato 29 marzo 2025
Giubileo: la dottrina cattolica dell’indulgenza II

 

 

Iscrizioni:
Casa di Spiritualità Villa Immacolata
– Email: info@villaimmacolata.it
– Segreteria 049 5211340 (dalle ore 9.30 alle ore 12.30)
Contributo € 15 per tutti gli incontri

 

 

Formazione alla Liturgia pdf

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