Per Crispino Valenziano tre sono gli elementi fondamentali nell’archi-tettura di una chiesa: l’altare, l’ambone, il fonte battesimale. Tutto il resto ha la semplice funzione di coprirli e illuminarli.
L’arte sacra – sia architettonica, pittorica, scultorea, tessile o legata all’arredo – è fatta di rinuncia alla creatività arbitraria e perfino, talvol-ta, alla soddisfazione di vedersi compiuta entro l’arco di un’esistenza umana. I capolavori che ammiriamo sono spesso opere anonime, nate da sacrifici (Girolamo che si trasferisce nella grotta di Betlemme e tra-duce di notte, in segreto, i rotoli ebraici della Bibbia), straordinari atti di coraggio (Bernardo che fonda un’abbazia in mezzo alle paludi), scelte di vita estreme (il monaco Hartker che si chiude in una cella con il soffitto più basso della sua statura, per poter copiare l’Antifonario di San Gallo in un continuo inchino, e ne esce dopo un anno e mezzo con la schiena ormai definitivamente piegata), ascesi implacabili (i ma-stri vetrai di Chartres, che, sulle finestre più alte della Cattedrale, non fanno mancare l’ombreggiatura sulle unghie delle figure ritratte, pur sapendo che nessun fedele avrà modo di accorgersi di quell’invisibile particolare).
La Liturgia rappresenta uno dei doni più grandi che l’azione dello Spirito Santo effonde; grazie a essa l’opera della salvezza continua a realizzarsi e a raggiungere le creature cui è destinata. E se resta vero – come scrive Sacrosanctum Concilium al numero 9 – che “la sacra Liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa”, poiché prima che gli uomini possano accostarvisi “è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione”, nondimeno rimane “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (SC 10).
I Prænotanda del Messale Romano – posti come premessa alle pagine XVIII-LXIII del grande libro liturgico – sono una sorta di manuale pronto all’uso, praticissimo e sensatissimo, dove vengono date indicazioni dettagliate per l’interpretazione dello schema rituale dell’Eucaristia. Partendo dalle considerazioni preliminari sull’importanza e la dignità della Messa, si arriva fino a prenderne in considerazione le declinazioni più minute, relative ai movimenti, al canto, alle varie ministerialità coinvolte, allo spazio, alle suppellettili. In appendice, ven-gono riportate alcune precisazioni (a firma non più del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti ma della Conferenza Epi-scopale Italiana), pensate per rispondere ai dubbi che possono sorgere rispetto ai gesti e agli atteggiamenti da tenere durante le celebrazioni. La lettura dell’introduzione al Messale va raccomandata a chiunque dia il suo contributo alla cura dell’Eucaristia, dai sacristi ai lettori, dai cantori agli artisti e artigiani che offrono i propri manufatti per arredare la chiesa, ai fedeli che desiderano diventare più consapevoli del significato e delle caratteristiche del “Sacramento dei sacramenti” per poterne trarre il massimo frutto. Questo fondamentale strumento di studio e di approfondimento merita di essere la principale guida dei gruppi liturgici, che in esso troveranno una fonte sicura di ispirazione.
Sant’Ambrogio e sant’Agostino sono tra i primi testimoni autorevoli della celebrazione, nel corso dell’anno liturgico, di un Triduo santo di Cristo crocifisso, sepolto e risuscitato, che emergeva come il più solenne dei giorni del Signore. Fu allora che, contemporaneamente al profilarsi della Pasqua annuale, cominciò a prendere forma anche un itinerario di preparazione a essa: la Quaresima. La si fece iniziare il mercoledì delle Ceneri, perché alcuni Padri sostenevano che non fosse opportuno digiunare nelle domeniche, sottratte infatti al computo dei giorni.
Uno dei modi più antichi di chiamare la Quaresima è “sacramento”. A dire che questo tempo santo rinvia sì al clima della penitenza, ma le sue specificità rituali sono sempre rimando all’intero mistero di Cristo. Prova ne è il fatto che la Chiesa non smette di celebrare l’Eucaristia anche mentre usa un certo tipo di colore, sostituisce alcuni canti con altri e sospende quelli di lode, modifica le formule rituali. L’anno liturgico non va interpretato in senso storicistico, come una vicenda a puntate. Non è questa la sua logica. La Quaresima va celebrata bene perché vi si possa incontrare l’opera del Salvatore crocifisso, sepolto e risorto, senza logiche di contrapposizione troppo accentuate tra prima della Pasqua e dopo.
Il termine latino Quadragesima ha una chiara assonanza con il numero quaranta: gli anni di Israele nel deserto, i giorni di Noè nell’arca, di Mosè sull’Oreb; i giorni che Gesù stesso trascorre, languidamente solo, tentato da Satana, nel deserto di Giuda. La Chiesa ha inteso la Quaresima come legata alla storia della salvezza in modo del tutto singolare e ne ha fatto la metafora del passaggio (è questo il significato del vocabolo Pesach, Pasqua) dal faraone alla terra dove scorre latte e miele, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Adonai, matrice teologica di tutto l’Antico Testamento. I profeti, l’esilio a Babilonia, perfino la regalità di Davide e la creazione vanno letti in chiave esodica.
La Pasqua – centro dell’anno liturgico e della nostra vita – aveva bisogno di un tempo simbolico che aiutasse i cristiani a fare questo passaggio. Ciò valeva per i già battezzati che erano caduti nel “peccato che conduce alla morte” (cfr. 1Gv 5,16). Essi dovevano fare un esodo, una penitenza, per essere assolti dalle colpe e riammessi nella Chiesa. Anticamente non c’era infatti, come per noi, la possibilità di un accesso frequente a un presbitero per il sacramento della Penitenza. Si confessavano i peccati all’inizio di un itinerario di quaranta giorni di digiuno (cioè di uso molto moderato del cibo e soli pane e acqua il mercoledì e il venerdì), che culminava proprio nella mattina del Giovedì Santo, dove si celebrava una Messa penitenziale.
L’altro canale attraverso il quale la Quaresima è andata formandosi è il Battesimo dei non-cristiani. I gentili, con il grande sacramento dell’Iniziazione cristiana celebrato nella notte di Pasqua, passavano dall’empietà (come dicevano i Padri), dall’ignoranza, alla pietas, alla fede, all’adesione a Cristo. Per varie ragioni, anche di opportunità politica, dopo Costantino il numero di coloro che chiedevano il Battesimo si era fatto enorme. Ecco che la Quaresima diventa la sede più opportuna per il catecumenato, che si essenzializza rispetto all’originaria durata triennale e prende la forma di una sorta di corso accelerato in cui i catecumeni venivano aiutati a conoscere il Vangelo, la Chiesa, la sua dottrina, i libri principali delle Scritture, e nel contempo ricevevano una cura materna attraverso consegne e restituzioni delle preghiere del Padre nostro e del Credo, scrutini per illuminare le coscienze, unzioni che li rendevano lottatori forti contro le tentazioni, pronti ad accogliere la novità di Cristo. Fioriscono così le grandi catechesi mistagogiche di un Agostino, di un Ambrogio, di un Cirillo di Gerusalemme, tesori stupendi di teologia e pastorale, testi capaci di una semplicità e un’efficacia catechetica ineguagliabili. Ci prendono per mano e ci svegliano dal torpore, invitandoci ad accorgerci che il Cristo crocifisso, sepolto e risorto è la meta non dei quaranta giorni ma dell’esistenza dell’uomo; è la meta della fede, è il senso del celebrare, della Chiesa, dei sacramenti, della preghiera, delle opere buone. Tutto ruota attorno all’amore divino, di cui la Pasqua è la manifestazione piena nella carne di Gesù di Nazareth.
Gianandrea Di Donna
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Chi entra in chiesa durante il tempo di Quaresima dovrebbe vedere il deserto che sono questi giorni. Per tutto il periodo andrebbero tolti i fiori, tranne in quell’eccezione soave che è la domenica “Laetare”, in cui il clima si ingentilisce come il rosaceo che riveste i ministri ordinati. Negli altri giorni, feriali o festivi, sarebbe bene rimanesse solo un mazzo di fiori recisi accanto al tabernacolo, a indicare la presenza reale del Signore. La durezza del marmo spoglio ha la capacità di suggerire in modo viscerale qual è la condizione dell’uomo lontano da Dio, ponendoci di fronte al nostro bisogno di salvezza. L’eloquenza della pietra nuda non riusciremo mai a imitarla con l’aiuto di discorsi, cartelloni, o sassi e sabbia sparsi nell’aula liturgica nel tentativo di creare una “scenografia”.
Analogamente, in Quaresima tace la parola che sale dal nostro cuore – alleluja –, non si intona più il Gloria e anche la voce dell’organo e degli altri strumenti musicali deve prendere un tono dimesso o addirittura restare muta. Il colore cupo delle vesti del celebrante, il silenzio, la spoliazione dello spazio sacro dicono che stiamo camminando verso la meta sperata: la Pasqua. Che tutta la vita, senza il Signore, non è che un deserto arido, sterile. E un segno fondamentale potrebbe allora emergere dalla nudità delle chiese, quasi sgorgarne: la memoria del Battesimo. L’aspersione dell’assemblea – magari in occasione della terza domenica, quella della Samaritana – ci riporterebbe al sacramento che è fonte della nostra fede, su cui ha scelto di fondarsi l’attuale stagione ecclesiale che guarda alle vocazioni ai ministeri battesimali.
L’orazione della Prima Domenica di Quaresima dichiara: «O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero pasquale di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita». Per coloro che sono già stati battezzati, questo tempo liturgico porta a rinnovare l’atteggiamento di conversione a Gesù Cristo per aderire al suo Mistero Pasquale. In essa, i catecumeni, insieme ad ogni battezzato, incontrano il Signore scoprendolo nella Sacra Scrittura e nei riti che si celebrano.
Se in quella Domenica si celebra il Rito della Elezione dei catecumeni che riceveranno i sacramenti nella Veglia Pasquale, l’orazione di colletta è diversa: «O Dio, che operi sempre per la salvezza degli uomini e ora allieti il tuo popolo con una più larga effusione di grazia, guarda con bontà e accompagna con la tua protezione questi tuoi eletti nel loro cammino verso la rigenerazione e quando saranno rinati nel Battesimo». Prima ancora della richiesta di sostegno per gli eletti, l’accento è posto sulla letizia della Chiesa, quasi a dirci che l’itinerario di conversione che il catecumenato ci rivela è quello verso una gioia possibile e reale in Gesù Cristo.
È proprio il catecumenato a sgomberare il campo dalla tristezza “quaresimale”, per manifestarci che, come gli eletti daranno un nome ai loro peccati durante gli Scrutini, per ricevere sostegno nella lotta contro il male, così ciascuno di noi, che conosce da tempo la propria fragilità, potrà gustare la salvezza promessa: bere l’acqua viva con la Samaritana, scoprire la luce con il cieco nato, ritrovare la vita con Lazzaro.
Le parole della colletta del Secondo Scrutinio (IV Domenica di Quaresima) ci conducono con gli eletti alla gioia promessa: «Dio onnipotente ed eterno, colma di spirituale letizia la tua Chiesa: coloro che per nascita appartengono alla terra, con la rigenerazione battesimale rinascano alla vita del cielo».
Uno dei gesti più evocativi della Veglia pasquale è l’immersione (triplice) del cero pasquale nel fonte battesimale durante la preghiera di benedizione, che ripercorre tutta la teologica biblica dell’acqua, dallo spirito che si librava sulle acque della creazione, alla prefigurazione nel diluvio, alla liberazione dalla schiavitù dei figli di Abramo,facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati, fino alla santificazione delle acque del Giordano col Battesimo di Gesù, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.
Il cero, simbolo del Risorto, prefigurato dalla colonna di fuoco che guidava Israele, immerso nell’acqua del fonte, la trasforma e la santifica. Come la colonna di fuoco mutò il mare minaccioso e favorì la bonaccia e dunque la salvezza, così il cero-Cristo santifica e trasforma il mare del peccato e della morte in acqua che libera e purifica coloro che vi rinasceranno nel sacramento del Battesimo. È la fecondità della Chiesa-sposa che nasce dal costato trafitto del suo Sposo e Signore.
L’Ordo lectionum Missae in questo ciclo liturgico anno A riprende i temi battesimali dell’antico Lezionario romano e può essere seguito ogni anno, secondo le esigenze pastorali, in special modo se in una comunità ci sono catecumeni. La Chiesa partecipa nella fede-conversione al mistero di Cristo che entra nei quaranta giorni sospinto dallo Spirito nel deserto, digiuna, è vittorioso nella tentazione, fu trasfigurato e il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce (le prime due domeniche del Tempo di Quaresima di ogni ciclo liturgico ci offrono questi due episodi), si manifesta alla Samaritana al pozzo di Giacobbe come sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (III domenica), si rivela quale luce del mondo al cieco nato (IV domenica) e, infine, è la risurrezione e la vita di fronte alla morte dell’amico Lazzaro (V domenica).
La Quaresima nasce come itinerario penitenziale e battesimale. Celebrando questo tempo santo, la Chiesa prende per mano i suoi figli e li aiuta ad accorgersi che il Cristo crocifisso, sepolto e risorto è la meta dell’intera esistenza dell’uomo: è il senso della fede, del celebrare, dei sacramenti, della preghiera, delle opere buone. Tutto ruota attorno all’amore divino, manifestato in pienezza nella carne di Gesù di Nazareth.
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L’Istituto diocesano di canto e musica per la Liturgia cura la formazione al ministero del canto e della musica a servizio della liturgia, preparando musicisti, cantori e direttori di coro alla conoscenza dello stesso ministero liturgico e alla tecnica musicale. Introdotti a queste realtà, essi potranno mettere a servizio delle celebrazioni nelle parrocchie «tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie» (Sacrosanctum Concilium, 112).
Tra gli obiettivi dei laboratori della rassegna “Gennaio alla Liturgia” proposti alle Collaborazioni pastorali della nostra Diocesi c’è la riscoperta dell’Ordinamento Generale del Messale Romano. L’introduzione al grande libro per l’Eucaristia è un praticissimo manuale pronto all’uso, che parte dal riconoscimento della straordinaria importanza della Messa fino ad arrivare a prenderne in considerazione le declinazioni più minute, relative ai movimenti, al canto, alle varie ministerialità coinvolte, allo spazio, alle suppellettili. In appendice sono riportate alcune importanti precisazioni (a firma della Conferenza Episcopale Italiana), pensate per rispondere ai dubbi che possono sorgere rispetto ai gesti e agli atteggiamenti da tenere durante le celebrazioni.
La lettura di questa introduzione va suggerita a chiunque dia il suo contributo alla cura dell’Eucaristia, dai sacristi ai lettori, dai cantori agli artisti e artigiani che offrono i propri manufatti per arredare la chiesa, ai fedeli che desiderano diventare più consapevoli del significato e dei linguaggi del “Sacramento dei sacramenti”. Fondamentale strumento di studio, l’OGMR merita di essere la principale guida dei gruppi liturgici, che in esso troveranno una fonte sicura di ispirazione.
Il proemio esordisce con la spiegazione di come si è arrivati, dopo la riflessione del Concilio Vaticano II, alla composizione di un nuovo Messale. La forma del celebrare è mutata sulla base di esigenze che erano non semplicemente partecipative, ma ecclesiologiche, senza creare fratture nella tradizione, che viene definita “continua e ininterrotta, nonostante siano state introdotte alcune novità” [n. 1]. Il nuovo Messale viene presentato come il “compimento” dei desideri dei Padri conciliari riuniti a Trento, che non avevano mancato di raccomandare ai Pastori di rivolgere ai fedeli un’attenzione che li facilitasse nella “piena intelligenza del mistero celebrato” [n.12], lasciando intendere che poteva essere opportuno introdurre le lingue nazionali dove il latino risultava incomprensibile. La riforma concepita dal Concilio Vaticano II, aperto alle “cose nuove” evocate da Matteo (13,52), cerca di usare in ogni passaggio una soave prudenza, custodendo l’“armonia” tra il passato e il presente e mantenendosi pienamente rispettosa del “venerabile tesoro della tradizione” [n.15].
I capitoli dell’OGMR sono disposti in modo gerarchico, secondo una precisa struttura teologica, che sottolinea l’“importanza” dell’Eucaristia e la necessità che venga rivestita di una somma “dignità”. Non ci è chiesto di confezionare un abito sontuoso come quelli degli scribi, “che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze” (Lc 20,46). Non è tale la logica del celebrare cristiano. Non ricerchiamo il fasto, ma la “nobile semplicità”, l’autorevolezza, la limpida essenzialità di quella tunica di Gesù cucita da cima a fondo, che nemmeno dei rozzi soldati romani stracciano.
Il Messale ci mette in guardia su quanto sia pericolosa la tendenza a ricercare la semplicità senza la nobiltà, la povertà senza la santità. Il primo fondamentale atto pastorale è allora lavorare per la dignità di una celebrazione, cominciando dall’aula liturgica, che va liberata dai troppi oggetti e decori che la colonizzano, memori di quel “Non fate della casa del Padre mio un mercato!” che Giovanni riporta nel suo Vangelo (2,16). Tutto è da pensare perché dia luce all’atto glorioso che è l’Eucaristia.
Presupposto fondamentale è evitare l’intromissione dei gusti personali. L’introduzione al Messale insiste a lungo su come la Liturgia abbia un proprio “senso autentico”, che andrebbe accolto senza cedere all’insofferenza per l’eventuale fatica che la sua corretta interpretazione richiede, dato che non si tratta di altro che di quel “giogo soave” di cui ci si deve sempre caricare per seguire il Signore e camminare sulla beata via della verità e della carità.
Conoscere l’architettura del rituale dell’Eucaristia è anche capirne la vocazione. Le sue singole “parti” vanno cucite insieme nel rispetto del loro senso proprio, in modo che possano infine realizzare quel prodigio che è l’evento celebrativo, dove l’insieme di una miriade di dettagli genera il simbolo del Salvatore presente in mezzo a noi.