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«Siate umili» per la Chiesa: il sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino ai ministri straordinari della comunione

È come la catechista della sua infanzia, che pur analfabeta contagiava l’amore per il Signore con ogni gesto, atteggiamento, sguardo. Solo che lui non è analfabeta. È piaciuta a tutti, giovani e meno giovani, intellettuali e non, membri del clero e laici, la presenza del Vescovo Aurelio García Macías, Sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ospite dell’Assemblea diocesana annuale dei Ministri Straordinari della Comunione, organizzata all’OPSA dall’Ufficio per la Liturgia.

Seduto a un tavolo con il Vescovo Claudio e Don Gianandrea Di Donna, Monsignor Macías ha trattato un tema per noi attualissimo: la ministerialità nella Chiesa. Documenti del Magistero alla mano, ha mostrato come la forma di Chiesa che ci consegna il Concilio Vaticano II sia un comporsi armonioso di diverse modalità di servizio. Ha spiegato poi qual è la differenza tra il clero e i laici, sottolineando, da studioso del sacramento dell’Ordine, come l’epiclesi dello Spirito Santo sugli ordinandi li abiliti a compiere il ministero più alto: presiedere le celebrazioni liturgiche facendosi mediatori della grazia divina. Si è concentrato infine sul ruolo e la vocazione dei laici, fondamentali tanto nella vita delle parrocchie quanto nella Liturgia.

Si sentiva che parlava in lui, più che la scienza del docente, l’esperienza del Pastore, che per il ruolo che svolge in Dicastero è continuamente a contatto con le comunità cristiane di tutto il mondo (poco tempo fa era in Amazzonia). E niente avrebbe avuto un’eloquenza più grande del suo sguardo che con forza si è fermato sulla numerosa platea di Ministri della Comunione e di semplici credenti, prima delle raccomandazioni finali. Era il modo per mostrare che non gli interessavano i discorsi ma la nostra salvezza, ognuno di noi, tutti i membri di questo corpo che lo Spirito Santo rende vivo. A ognuno di noi ha chiesto, con il volto deciso e insieme accorato: “Siate umili”. Perché servire la Chiesa non deve diventare mai un’occasione per cedere alla vanità, spadroneggiare sugli altri e cercare il successo. La logica non dev’essere quella conflittuale “o io o tu”, che porta solo all’autodistruzione, ma “io e tu: il noi”. Cioè la comunione, fatta di disponibilità all’incontro, di apertura, di carità vera perché disinteressata. Monsignor Macías ha ricordato l’esemplarità di quel cantore colpito al collo e ucciso da una freccia dei Vandali mentre era all’ambone a intonare l’alleluja; pura, anonima “voce”.

E poi ha chiesto ancora: “Diventate competenti: studiate i libri liturgici”. Che si sia ministri ordinati o laici, occorre familiarizzare con questi strumenti che la Chiesa mette nelle nostre mani, in modo da capire quanto ogni segno nelle celebrazioni rinvii alla presenza del Signore e per questo vada considerato con la massima cura.

Infine un compito per casa: “Rileggete la Desiderio desideravi”, la lettera apostolica di Papa Francesco pubblicata nel 2022 per ribadire l’importanza della formazione alla Liturgia. Senza una sufficiente conoscenza della teologia e del linguaggio del rito cristiano, si può cadere in pericolose ingenuità, apportando deformazioni e innovazioni che aprono la strada a estremismi di segno opposto e rischiano di compromettere l’armonia della Chiesa. È per la non divisione, infatti, che si deve lavorare instancabilmente. Anche dentro di noi: pregando, convertendoci, facendo la carità, nella consapevolezza che l’equilibrio di queste tre dimensioni è il capolavoro della vita cristiana.

Il Vescovo Claudio ha fatto un’importante precisazione sul carattere dei ministeri ecclesiali: non vanno confusi con il volontariato, cioè una disponibilità data arbitrariamente e a tempo perso. L’amore del Signore fa sì che si risponda con prontezza alle esigenze della propria comunità.

Don Gianandrea Di Donna ha insistito su quanto la presenza tra noi del Vescovo Aurelio andasse intesa quale segno della “sollecitudine del Papa di Roma per tutte le Chiese”. Ma l’incontro con lui è stato anche un fiorire di dialoghi, strette di mano, sorrisi. Tanto affetto semplice e limpido per un Pastore che sa essere semplice e limpido (cioè vero e giusto) proprio perché è pieno di forza e di fede. Come quell’umile catechista di un minuscolo paese vicino a Valladolid, che gli ha insegnato ad amare Dio.

Anna Valerio

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La gloria che viene dall’alto

L’immagine di Cristo asceso al cielo assume nell’arte cristiana un carattere glorioso. Il Signore ha intorno schiere di angeli e tutto potrebbe somigliare ai titoli di coda di un film. Eppure questa è una logica da cui i Vangeli rifuggono, sia accennando al mattino di Pasqua che alle apparizioni del Risorto nei quaranta giorni successivi. Mentre ascende al cielo in una condizione umanissima, quasi familiare, il Signore mostra la necessità di un’altra gloria. Uscito vincitore dal sepolcro, torna donde era uscito dal seno del Padre e invia sui discepoli lo Spirito. La gloria che egli manda dal cielo è perché noi siamo rivestiti della sua divinità. Per questo, celebrando il mistero dell’Ascensione, dobbiamo porci nell’atteggiamento di chi sa che senza Dio non può nulla e che la potenza che viene dall’alto è la gloria che ci fa ascendere con la nostra carne dove lui ci ha preparato un posto.

Il Padre che genera e il Figlio che è generato non trattengono per sé ciò che sono, e questo amore che li unisce è lo Spirito Santo. Tutto ciò la Trinità lo offre alle sue creature. Dio non ha smesso di soccorrerci nemmeno quando l’uomo ha ritenuto di poter essere a prescindere dal suo Creatore (la Bibbia chiama questa superbia dei progenitori il “peccato d’origine”). E poiché fuori dalla comunione con lui tutto si sgretola, decade, perde l’essere, ci riconsegna la vita divina attraverso il dolore del Figlio, le viscere di misericordia di chi non può pensarsi Dio lontano da noi.

G.D.D.

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Vita cristiana, il fondamento è uno solo: il Consolatore

La nostra vita cristiana è fatta di tante cose: Eucaristia, sacramenti dell’Iniziazione cristiana, parrocchia, consiglio pastorale, del nostro pregare o dispiacerci di non aver pregato… Se però capita che ci ammaliamo gravemente, le realtà che la fede ci pone dinnanzi perdono lo smalto delle prediche e tutto diventa di una difficoltà insostenibile. E capiamo che è possibile essere cristiani solo perché lui, il Signore, ha invocato il Padre pregandolo che ci desse un altro Paraclito, e questo Consolatore, questo soccorso, è mandato per restare e insegnarci ogni cosa.

La missione dello Spirito, uscito dal seno del Padre, soffiato dalla bocca del Risorto e posatosi come fuoco vivo sui discepoli ed effuso sulla Chiesa intera, è la nostra unica possibilità di avere una conoscenza della Pasqua del Signore. Ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato e rivelato è così immenso che solo tramite la potenza della vita divina che lo Spirito Santo ci consegna è possibile tentare di avvicinarsi a crederlo e a viverlo.

Come posso credere che la malattia di mio figlio è salvezza del mondo? Che accostarsi a un mendicante sdraiato per terra è accostarsi al Signore Gesù? Che se un nemico mi percuote io sono chiamato ad amarlo? Che se sono disprezzato, rifiutato, perseguitato, calunniato, sono beato? Gesù ci chiede di fare della Pasqua la nostra vita; ma come si può credere che nella notte della Veglia pasquale, quando il Vescovo intona l’alleluja, tutta la storia a quel canto si trasforma per virtù di quelle piaghe gloriose? Non è possibile se il cuore non brucia dell’amore divino. Ecco perché il Signore ci soccorre, ci manda dalle sue labbra di Risorto un fuoco che trasforma questa carne mortale, fragile, piccola, che prova in tutti i modi a difendersi.

O Spirito Paraclito del Padre e del Figlio, vieni, riempi i cuori dei tuoi fedeli. Riempili di Vangelo, di amore, di capacità di vivere ciò che umanamente è impossibile e aiutaci tu a passare dal vecchio Adamo al nuovo Adamo, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dal sepolcro al cielo.

Gianandrea Di Donna

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Bambini a Messa grazie al canto

Spesso gli incontri in cui si parla di Liturgia si concludono con un riferimento alla scarsa presenza di giovani e bambini a Messa. Ritorna la domanda: cosa possiamo fare per riportarli in chiesa? Il Maestro Francesco Cavagna, vicedirettore dell’Istituto diocesano di Canto e Musica per la Liturgia “San Pio X”, un’idea ce l’ha, ed è toccare i loro cuori con uno dei linguaggi più adatti: il canto. Per tutto quest’anno è stato offerto gratuitamente un corso ai bambini dai sei ai dodici anni, curato dalla Maestra Martina Frigo, che vorrebbe anche abituarli a essere più partecipi con il canto nella Messa domenicale delle loro parrocchie. Si è costituito così un piccolo gruppo di voci bianche, che martedì 19 maggio, alle ore 18, animeranno la celebrazione dell’Eucaristia nella chiesa di Sant’Andrea, sede dell’Istituto.

Impossibile non ricordare l’affetto con cui Gesù accoglieva i piccoli che gli venivano condotti, che allora la società relegava ai margini: “«In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.” (Mc 10,14b-16). Lo stesso salmo 8 ribadisce come le bocche dei bambini siano le più adatte a proclamare la gloria di Dio senza identificarla con quella dei potenti del mondo.

L’esperimento di avvicinare i giovanissimi al Signore attraverso il canto vorrebbe continuare al “San Pio X” anche l’anno prossimo, irrobustendo il più possibile il piccolo coro. Per questo – dice il Maestro Cavagna – “sarebbe importante che le Parrocchie ci aiutassero segnalando già da ora l’opportunità alle famiglie del catechismo, a genitori e nonni”. Perché la Chiesa possa continuare a cantare le meraviglie del Signore, la promessa dell’eternità, la speranza della vittoria sulla morte, la fede nel Dio-con-noi, l’amore per il prossimo come vocazione di una vita.

 

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Il ministero dell’organo

Non molto tempo fa, in occasione di una mia conferenza sul rapporto intrinseco tra musica e liturgia, una signora si avvicina e afferma: «Nella mia parrocchia è da tanto tempo che non sentiamo l’organo nella liturgia, poiché non troviamo chi lo possa suonare. È molto triste». Tale sentimento, così sconsolato, in realtà fa emergere un problema che da tempo sta affiorando nelle nostre chiese: quello dello “spopolamento” dell’organo usato soprattutto all’interno del contesto liturgico. Nonostante sia pacifico (anche se forse non lo è per tutti) che di per sé la liturgia potrebbe fare a meno di strumenti musicali (ricordo come né il gregoriano, né il canto monodico antico, né tantomeno i riti mozarabici ne facessero uso, senza menzionare come anche oggi quella russa o copta non lo prevedano), sin dal X/XI sec. la Chiesa cattolica ha individuato nell’organo il mezzo più appropriato per elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti con maggiore beneficio. Infatti, pur non essendo necessario tornare al celebre adagio di Sacrosanctum Concilium 120, la bellezza e la solennità che l’organo a canne trasmette ai sacri riti è un dato di fatto che però oggi viene trascurato e non più riconosciuto.

Subito dopo il Concilio molti attacchi personali sono stati fatti all’organo, a partire dalla sua messa in discussione sempre più accesa e dalla sempre maggiore sostituzione con altri strumenti, che però con il tempo hanno impoverito la liturgia stessa; nello stesso momento è venuta avanti una mentalità “concertistica” di questo strumento da parte degli organisti, che a volte ha creato la sensazione che l’organo sia un antagonista dell’altare, mettendo in discussione il suo vero fine (rendere solenne il culto liturgico) e la sua adozione nella Chiesa. Invece va rilevato come quello dell’organista sia un vero e proprio “ministero liturgico” che, con la sua propria capacità e industria, ha la possibilità di rendere l’organo ancora vivo con le sue peculiarità e il suo principio ecclesiale.

Nonostante sia vero che la nostra Diocesi – all’interno delle varie Collaborazioni pastorali – sta portando avanti sempre con maggiore interesse il ruolo dell’organo (sia per il fine liturgico sia per quello concertistico), molta strada oggi abbiamo davanti. Mi piace citare un’opinione di un valente maestro di pochi anni fa in proposito: «È importante che i parroci tengano in giusta considerazione il ministero dell’organista e si adoperino perché nella loro comunità non manchi mai un titolare: invitando, se occorre, nuove leve alla scuola diocesana competente». Tale proposta diventa sempre più urgente nel contesto attuale, dove i giovani devono essere accompagnati nella scoperta di questo strumento così completo, apprezzarne le caratteristiche e le peculiarità proprie, amando il servizio ministeriale alla Chiesa (non ritenendolo invece un semplice “compito” affidato), mettendosi in gioco con dedizione e competenza. Ma ai responsabili delle parrocchie compete il desiderio di valorizzare le nuove leve e il loro servizio ministeriale, dando spazio e attenzione, attraverso – appunto – momenti formativi e di conoscenza reciproca; essi hanno la responsabilità di creare le basi per le ministerialità di domani, con le quali si potrà ricostruire quel tessuto culturale organistico che per secoli ha abbellito le nostre celebrazioni liturgiche e i repertori di importanti compositori.

Così facendo, si troverà il modo per superare la tristezza della signora ricordata all’inizio, la quale mostra come ancora oggi vi sia attenzione verso l’organo usato nella liturgia. Senza poi citare che l’abbandono degli organi all’interno delle chiese produce il radicale e celere deterioramento degli stessi, portando alla perdita di preziosi gioielli che poi richiedono molte risorse economiche per essere ripristinati. Avere un titolare che si cura degli strumenti è un compito assai importante e con uno sguardo particolare verso la loro valorizzazione e manutenzione attenta.

E se è vero che è fondamentale una formazione di base liturgica e musicale degli organisti, è anche bene – oltre al repertorio ufficiale per l’assemblea, che purtroppo non è aggiornato ed è rimasto fermo a qualche decennio fa – che l’organo possa essere riscoperto attraverso attività concertistiche extra-liturgiche, capaci di mostrare la bellezza e la profondità intrinseca di questo strumento.

Dom Christian Gabrieli, O.S.B.

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Liturgia, poesia stupenda in un mondo… sbrigativo

“Perché i poeti nel tempo della povertà?” Se lo chiedeva Friedrich Hölderlin in un verso citato da Martin Heidegger nel suo Sentieri interrotti. Quasi che in certi contesti la voce della poesia dovesse rassegnarsi all’amarezza di non trovare orecchi capaci di comprenderla. È un po’ il brivido che si prova oggi in riferimento al linguaggio che la Chiesa ha dato alla Liturgia: un capolavoro, una poesia stupenda in un mondo sempre più tentato da modalità espressive (e soluzioni esistenziali) sbrigative e precarie. Si è cominciato a guardare alla ritualità cristiana ipotizzando che non faccia abbastanza per rendersi gradita al clima attuale. Si immaginano aggiustamenti, semplificazioni, introduzioni di nuovi codici. Ma sarà questa la strada su cui il Signore ci invita? Perché l’obiezione (più o meno implicita) del mondo allo stile e alle prescrizioni della Liturgia è poi la stessa con cui viene liquidata la morale, rifiutato l’impegno generoso, contestato il vivere la carità e incoraggiato un disinvolto egoismo. Non può non nascere allora un sospetto sui giudizi (già di per sé poco evangelici, se ricordiamo le raccomandazioni del divino Maestro) dati da chi si è ormai abituato all’offerta di medicine per tante malattie – del corpo, della mente, del tempo, dello spazio – e diversivi per tutti i gusti. Spesso c’è la tendenza a valutare i fenomeni in modo impulsivo, senza pensarci su, senza prenderne in considerazione il valore, la logica. Si tende a rispondere solo a un gradimento immediato: mi piace/non mi piace. E chi metterebbe il proprio like alla porta stretta, a quelle otto sconvolgenti beatitudini, al patibolo su cui è salito il Salvatore, al suo aver assunto la condizione di servo ed essersi svuotato di ogni potere mondano? Il richiamo interiore della voce del Figlio di Dio, che sant’Agostino ha raccontato con parole insuperabili, si fa sentire in uno strato dell’anima molto più profondo di quello che ormai ha acquisito il modo di giudicare brusco da social. E continua a dire agli uomini e alle donne di sempre, con autorevole, pacificante monotonia: Io sono la verità.

Anna Valerio

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Sciame di note colorate che volano

Dalle canne di un maestoso organo antico esce uno sciame di note colorate che volano nell’aria come farfalle. Il mondo animato dell’organo a canne è un libro per bambini (Armellin musica 2026, pp. 42, € 24) scritto dal Maestro Francesco Cavagna, vicedirettore dell’Istituto diocesano di canto e musica per la Liturgia “San Pio X”, e corredato dalle illustrazioni originali dell’artista padovana Sofia Zanin. Cavagna ha con i suoi allievi alle prime armi una confidenza che gli ha fatto nascere il desiderio di mostrare come la voce del principe degli strumenti usati nelle celebrazioni liturgiche possa essere compresa e apprezzata anche dai più piccoli. Il motore, il mantice, il somiere, le diverse canne, ciascuna con un proprio timbro e carattere, prendono vita, si presentano ai giovanissimi lettori e li aiutano a sognare di diventare un giorno organisti sublimi come Johann Sebastian Bach.

Lo studio di questo strumento è per un bambino un addestramento alla consapevolezza corporea. Suonare l’organo richiede di saper leggere più pentagrammi contemporaneamente e coordinare mani e piedi, potenziando la memoria e sviluppando la capacità di gestire più informazioni insieme. Tutto il corpo è coinvolto nell’azione: le mani spaziano tra diverse tastiere e i piedi usano la pedaliera puntando a comporre un equilibrio armonico tra le voci. Come nel caso di tutti gli strumenti complessi, è importante essere costanti nello studio e pazienti; appena però si acquisisce la giusta familiarità, l’organo permette di esplorare una varietà di emozioni che vanno dall’esultanza al raccoglimento, dalla manifestazione di forza e potenza alla delicatezza più rarefatta.

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Per cantori e animatori dell’assemblea

L’Istituto diocesano di canto e musica per la Liturgia ha una storia abbastanza lunga e fin dalla sua fondazione, grazie al lavoro dell’Ufficio Diocesano per la Liturgia e la direzione del Maestro don Massimo Canova, ha mantenuto fortemente deciso il suo orientamento a servizio delle celebrazioni nelle parrocchie. I percorsi di formazione alla tecnica vocale, alla direzione di coro, all’organo per la Liturgia, al canto gregoriano, all’arte del salmo e gli stage pensati per il canto del diacono o del celebrante hanno avuto sempre una finalità pastorale, tesa a promuovere autentici ministeri a servizio della Liturgia, specie domenicale. Il corso denominato “Direzione di coro” (tenuto in questi anni dal Maestro Gianmarco Durighello) si è proposto di formare maestri di coro parrocchiale, insegnando non solo ad apprendere lo stile del canto corale ma anche il “dialogo” con l’assemblea grazie a tecniche e repertori adatti. Così gli appuntamenti dedicati all’“arte del salmista” (a cura del Maestro Francesco Cavagna) mirano a rendere i cantori capaci di dare espressione alle liriche preghiere del re Davide facendo sì che le voci soliste dialoghino – attraverso il ritornello – con l’assemblea.

Interpretando il desiderio di chi ha frequentato questi due corsi, ma anche per andare incontro a tutti coloro che dovessero garantire un simile servizio in parrocchia, il prossimo anno 2026-2027,l’Istituto promuoverà un corso ad hoc per “cantore e animatore dell’assemblea liturgica”, un servizio molto importante per creare quell’armonia manifestata nel canto – raccomandata dal Messale Romano e da tutti i libri liturgici, nonché dal Magistero postconciliare sulla musica per la Liturgia – tra assemblea, presbitero, diacono e coro.

Per informazioni si può contattare il M° Francesco Cavagna: 3337855822, o la segretaria dell’Istituto Fiorenza Moschin: 349 5733543; oppure scrivere a istitutomusicaliturgia@diocesipadova.it.

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Preparare una chiesa per una celebrazione

Per Crispino Valenziano tre sono gli elementi fondamentali nell’archi-tettura di una chiesa: l’altare, l’ambone, il fonte battesimale. Tutto il resto ha la semplice funzione di coprirli e illuminarli.
L’arte sacra – sia architettonica, pittorica, scultorea, tessile o legata all’arredo – è fatta di rinuncia alla creatività arbitraria e perfino, talvol-ta, alla soddisfazione di vedersi compiuta entro l’arco di un’esistenza umana. I capolavori che ammiriamo sono spesso opere anonime, nate da sacrifici (Girolamo che si trasferisce nella grotta di Betlemme e tra-duce di notte, in segreto, i rotoli ebraici della Bibbia), straordinari atti di coraggio (Bernardo che fonda un’abbazia in mezzo alle paludi), scelte di vita estreme (il monaco Hartker che si chiude in una cella con il soffitto più basso della sua statura, per poter copiare l’Antifonario di San Gallo in un continuo inchino, e ne esce dopo un anno e mezzo con la schiena ormai definitivamente piegata), ascesi implacabili (i ma-stri vetrai di Chartres, che, sulle finestre più alte della Cattedrale, non fanno mancare l’ombreggiatura sulle unghie delle figure ritratte, pur sapendo che nessun fedele avrà modo di accorgersi di quell’invisibile particolare).

 

 

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Capire la Liturgia: un’introduzione alla teologia del celebrare cristiano

La Liturgia rappresenta uno dei doni più grandi che l’azione dello Spirito Santo effonde; grazie a essa l’opera della salvezza continua a realizzarsi e a raggiungere le creature cui è destinata. E se resta vero – come scrive Sacrosanctum Concilium al numero 9 – che “la sacra Liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa”, poiché prima che gli uomini possano accostarvisi “è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione”, nondimeno rimane “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (SC 10).

 

 

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