Archivio Tag: Pasqua

La gloria che viene dall’alto

L’immagine di Cristo asceso al cielo assume nell’arte cristiana un carattere glorioso. Il Signore ha intorno schiere di angeli e tutto potrebbe somigliare ai titoli di coda di un film. Eppure questa è una logica da cui i Vangeli rifuggono, sia accennando al mattino di Pasqua che alle apparizioni del Risorto nei quaranta giorni successivi. Mentre ascende al cielo in una condizione umanissima, quasi familiare, il Signore mostra la necessità di un’altra gloria. Uscito vincitore dal sepolcro, torna donde era uscito dal seno del Padre e invia sui discepoli lo Spirito. La gloria che egli manda dal cielo è perché noi siamo rivestiti della sua divinità. Per questo, celebrando il mistero dell’Ascensione, dobbiamo porci nell’atteggiamento di chi sa che senza Dio non può nulla e che la potenza che viene dall’alto è la gloria che ci fa ascendere con la nostra carne dove lui ci ha preparato un posto.

Il Padre che genera e il Figlio che è generato non trattengono per sé ciò che sono, e questo amore che li unisce è lo Spirito Santo. Tutto ciò la Trinità lo offre alle sue creature. Dio non ha smesso di soccorrerci nemmeno quando l’uomo ha ritenuto di poter essere a prescindere dal suo Creatore (la Bibbia chiama questa superbia dei progenitori il “peccato d’origine”). E poiché fuori dalla comunione con lui tutto si sgretola, decade, perde l’essere, ci riconsegna la vita divina attraverso il dolore del Figlio, le viscere di misericordia di chi non può pensarsi Dio lontano da noi.

G.D.D.

condividi su

Vita cristiana, il fondamento è uno solo: il Consolatore

La nostra vita cristiana è fatta di tante cose: Eucaristia, sacramenti dell’Iniziazione cristiana, parrocchia, consiglio pastorale, del nostro pregare o dispiacerci di non aver pregato… Se però capita che ci ammaliamo gravemente, le realtà che la fede ci pone dinnanzi perdono lo smalto delle prediche e tutto diventa di una difficoltà insostenibile. E capiamo che è possibile essere cristiani solo perché lui, il Signore, ha invocato il Padre pregandolo che ci desse un altro Paraclito, e questo Consolatore, questo soccorso, è mandato per restare e insegnarci ogni cosa.

La missione dello Spirito, uscito dal seno del Padre, soffiato dalla bocca del Risorto e posatosi come fuoco vivo sui discepoli ed effuso sulla Chiesa intera, è la nostra unica possibilità di avere una conoscenza della Pasqua del Signore. Ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato e rivelato è così immenso che solo tramite la potenza della vita divina che lo Spirito Santo ci consegna è possibile tentare di avvicinarsi a crederlo e a viverlo.

Come posso credere che la malattia di mio figlio è salvezza del mondo? Che accostarsi a un mendicante sdraiato per terra è accostarsi al Signore Gesù? Che se un nemico mi percuote io sono chiamato ad amarlo? Che se sono disprezzato, rifiutato, perseguitato, calunniato, sono beato? Gesù ci chiede di fare della Pasqua la nostra vita; ma come si può credere che nella notte della Veglia pasquale, quando il Vescovo intona l’alleluja, tutta la storia a quel canto si trasforma per virtù di quelle piaghe gloriose? Non è possibile se il cuore non brucia dell’amore divino. Ecco perché il Signore ci soccorre, ci manda dalle sue labbra di Risorto un fuoco che trasforma questa carne mortale, fragile, piccola, che prova in tutti i modi a difendersi.

O Spirito Paraclito del Padre e del Figlio, vieni, riempi i cuori dei tuoi fedeli. Riempili di Vangelo, di amore, di capacità di vivere ciò che umanamente è impossibile e aiutaci tu a passare dal vecchio Adamo al nuovo Adamo, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dal sepolcro al cielo.

Gianandrea Di Donna

condividi su

Introduzione al Tempo di Pasqua

Nessun tempo liturgico come questo può esercitarci a riconoscere nella Pasqua del Signore la fonte dei sacramenti, che nel periodo che intercorre tra il compimento della celebrazione del Triduo e Pentecoste hanno la loro sede più “teologica”.

 

Questo contenuto non è disponibile per via delle tue sui cookie

 

GUARDA SU YOUTUBE IL CICLO COMPLETO SUI MISTERI DELL’ANNO LITURGICO

condividi su

Quattro liturgie, ciascuna è Pasqua

La Veglia non è un insieme di elementi rituali che per gradi vanno dalla benedizione del fuoco nuovo fino al culmine di un tripudio di “emotività” pasquale, come se si realizzasse un crescendo verso il “momento della Risurrezione”. Il rito è composto di quattro Liturgie (Lucernario, Liturgia della Parola, Liturgia battesimale e Liturgia eucaristica), che sono, ciascuna, compiutamente Pasqua.
La Pasqua di Cristo è una colonna di fuoco (Es 13,21) e di luce, nella quale siamo stati immersi per essere illuminati dal suo amore.
La Pasqua di Cristo è la persona del Verbo che interpreta tutte le pagine delle Scritture mostrando ciò che si riferisce a lui e ci interpella fino a immergerci in sé.
La Pasqua di Cristo è il passaggio del Mar Rosso, l’immersione nel Giordano, perché, usciti e rinati, veniamo crismati, abitati dallo Spirito Santo che prega in noi (Rm 8.26), ci porta a Cristo, intercede per noi, aiuta la nostra incapacità, illumina la nostra mente e scalda il nostro cuore guidandolo a Dio. Attraverso di lui si realizza l’unione a Cristo, poiché è nello Spirito del Figlio di Dio che siamo resi figli. L’Apostolo ci ricorda che «nessuno può dire “Gesù è Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). E nelle Catechesi sui Sacramenti, sant’Ambrogio afferma: «Chi si inebria dello Spirito è radicato in Cristo».
La Pasqua di Cristo è il suo Corpo e il suo Sangue nell’atto di offrirsi per noi e per la nostra salvezza: mangiando e bevendo questo cibo spirituale, siamo immersi nella sua vita donata e glorificata.

condividi su

Corriamo incontro allo Sposo, il Risorto

La Veglia pasquale è sempre stata la festa di coloro che “sprecano” e immolano il proprio tempo, come in un gioco d’amore, per il Risorto. In questa “notte veramente gloriosa”, lo Sposo irrompe e il suo palpito sono i sacramenti che generano alla fede – Battesimo, Cresima ed Eucaristia –, memorie viventi della Pasqua, la più straordinaria risorsa pastorale della Chiesa.
Già dal II secolo abbiamo le prime attestazioni di una Veglia pasquale che si protraeva per tutta la notte fino al canto del gallo. Verso il termine del IV secolo, papa Siricio la definiva “notte grande del Battesimo” e Leone Magno gli faceva eco riferendo che i neofiti vi giungevano dopo la lunga e impegnativa preparazione quaresimale. Nel V secolo, si cominciò a ritualizzare l’accensione dei lumi posti in mano ai fedeli e delle lampade della chiesa. Il passo successivo fu l’uso di un cero pasquale, sul quale veniva cantato un poetico e diffuso inno di lode: l’Exultet. L’ascolto di molti brani biblici, intervallati da salmi e litanie, fungeva da preghiera di attesa, mentre un corteo partiva dalla basilica e si recava nel Battistero, dove i catecumeni, dopo essere stati unti con olio esorcistico, aver rinunziato al diavolo e professato la fede trinitaria, venivano immersi nella vasca battesimale nel nome della Trinità Santa e, usciti dalle acque, erano unti con olio “di esultanza” misto a profumo: il santo Crisma. Rivestiti di un’alba, una veste bianca lucente come il sole, e portando un cero acceso, i neofiti si recavano all’altare per nutrirsi del Corpo e del Sangue del Signore e bere latte e miele, perché ormai erano giunti alla Terra promessa: Cristo stesso.
Alla Veglia è stata data una struttura quadripartita. La Pasqua della luce, con la liturgia solenne del cero e della diffusione della luce visibile, sacramento dell’invisibile splendore del Risorto; la Pasqua della Parola di Dio, dove si riconosce come l’Agnello trafitto e risorto balzi tra le pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, che solo da lui prendono senso in pienezza; la Pasqua della rinascita dall’acqua e dallo Spirito, nella quale Cristo partecipa la propria vittoria sulla morte e il peccato a ogni uomo che lo segue; la Pasqua della Cena eucaristica dell’Agnello, in cui ci è offerto il cibo dei pellegrini, il pane che anticipa il banchetto eterno della redenzione.
C’è stata una stagione, nella storia del rito cristiano, in cui si è assistito all’esilio dei sacramenti dalla Veglia, e ciò ne ha causato una trasformazione e contrazione, facendole perdere l’identità più autentica, fino a renderla una sorta di meditazione sulla Pasqua, durante la quale i cristiani farebbero la scelta “adulta” di concedersi “un paio d’ore” di riflessione e ascolto della Parola di Dio sulla “centralità del mistero pasquale”… Ma la più gloriosa delle Liturgie della Chiesa è assolutamente irriducibile a un elitario e freddo contesto di preghiera-riflessione teologica. Questa celebrazione è “sacrificio” del tempo, regalato a un amato. Restiamo svegli perché aspettiamo l’arrivo del nuovo Adamo, il Risorto: lo guardiamo da lontano per vedere se arriva, lo invochiamo, ed è lui che prende l’iniziativa di venirci incontro. Non lo si può delimitare, descrivere, spiegare, circoscrivere. È grazia da ricevere. È uno sposo da attendere fino a mezzanotte per corrergli incontro (cfr. Mt 25,6).
La Veglia pasquale consegnataci dal Messale di Paolo VI ha ricollocato la celebrazione della Pasqua annuale in una relazione stretta con i sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia, memorie viventi dell’agire del Signore, conformazione dei credenti a lui crocifisso, sepolto e risorto. Va sempre curato con sensibilità teologica l’accompagnamento di coloro che ricevono l’Iniziazione, perché sia sostegno della loro fede sia “prima” che “dopo” la celebrazione dei tre sacramenti pasquali. Il fine dell’evento materno ed ecclesiale dell’Iniziazione è infatti “additare”, “far riconoscere” il mistero della vita divina nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, ma le azioni liturgico-sacramentali, pur donando in sé stesse la grazia di Cristo, non sono riconoscibili e fruttuose in modo meccanico: vanno aiutate a dare frutto attraverso una paziente mistagogia di fede, che permetta ai credenti di imparare a scoprire che la loro forza e la loro assoluta necessità dipendono dal fatto che chi agisce in esse è Gesù Cristo, “velato” e allo stesso tempo “presente” con tutta la sua calda luce.

 

Gianandrea Di Donna

condividi su