Archivio Tag: Arte sacra

L’arte serve l’evento sacro

Il Sacro. Tarlo instancabile che tormenta il torpore delle omissioni quotidiane in cui amiamo rifugiarci. Indifferente alla nostra indifferenza lavora nell’ombra, erodendo mano a mano la fragilità delle false sicurezze. L’arte, per contro, è la breccia aperta nella diga del reale da cui filtra il soffio leggero che ci attrae alla portentosa inutilità della poesia. Entrambi baluardi di speranza, portali formidabili che consentono un accesso alla trasfigurazione possibile dell’esistenza.

Arte sacra è il sintagma nominale del fraintendimento che separa il corpo unico di tensioni originarie per ridistribuirlo in dosi calcolate nel recinto socio-culturale di una nicchia anacronistica e autoreferenziale dove l’arte è sacra e il sacro si traduce in fatto artistico unicamente grazie alla riproposizione amministrativa di stilemi cui applicare l’etichetta rassicurante di conformità allo status quo. Svuotato di significato da un uso improprio, che va dalla produzione seriale di gadget religiosi imbarazzanti alla progettazione di statue artisticamente insignificanti che elevano le dimensioni a parametro di spiritualità, dal ripiego sulle finzioni della copia all’esercizio eclettico e dispersivo del contemporaneo come giostra di forme più o meno stravaganti.

Preferisco pensare a un’arte al servizio dell’evento sacro, a sua volta luogo dinamico, tratto di quel volto unico che è ogni cammino di fede. Simbolo che abita e amplifica la vocazione contemplativa delle liturgie e i loro luoghi, rinnovando la ricchezza espressiva senza cadere in semplificazioni modulari vendute per esempi di unità e armonia, più consone ad arredamento e design industriale.

L’evento artistico agisce come il fatto di fede: azzardo rischioso resistente alle tentazioni di maniera cui il luogo sacro, che intreccia spiritualità e forma, regala una cornice unica, in grado di distillarne la mistica o rivelarne l’inconsistenza routinaria di pratica da comodato contrattuale.

Il nucleo sorgente del sacro cristiano è la centralità seminale del Cristo da cui origina e a cui ritorna la cascata delle feconde architetture del mondo. Cristo che è corpo, rivoluzionario, trasmutato, esteso, inquieto e rinnovato, corpo risolto che non si lascia imbrigliare nelle cristallizzazioni artificiose e ideologizzate di figurazione e astrazione che si contendono il primato indisponibile dell’elezione mistica come in un confronto tra tifoserie da stadio. Quel corpo è nostro corpo, corpo del mondo innestato nel dono dell’identità che permette a ciascuno di noi di sentirsi persona e scegliere quale persona essere, compatibilmente con i limiti provvidenziali che l’esistenza, come possiamo conoscerla, impone. Corpo che è la promessa consegnata di un prodigio proteiforme immerso nella corporeità complessa e complessiva del creato. Parola è corpo, pensiero è corpo, intenzione è corpo, morte è corpo, negazione è corpo, ogni corpo dei corpi è corpo dell’insieme e corpo di se stesso. Corpo è processo.

Restituire corpo al simbolo, tangenza persistente nella memoria di forme che incarnano gli atti delle liturgie, anche nel silenzio dei gesti e delle storie, significa e merita niente di meno che tutto questo.

Il simbolo non è la cartolina di una emozione o il santino delle devozioni popolari. Non è il sigillo di un demansionamento del luogo sacro ad archivio museale o a generico hub comunitario. È materia viva di un tramite che respira di respiri diversi e per fortuna, a volte, scuote i nostri piani, traccia del mistero che si può sperimentare. Opportunità di incontro autentico, pretende una traduzione vibrante, discreta e potente, non la paralisi asfittica di didascalie e citazioni, semplificazioni geometrico-ornamentali e interpretazioni fin troppo letterali di carne e sangue che distraggono dall’oltre decisivo dell’incarnazione senza cui lo strazio del corpo rimane ciò che è: tragica e dolorosa dispersione senza speranza.

Semplice e complesso, diretto e decantato nei tempi di una meditazione aperta e senza tempo, il simbolo al servizio del sacro concretizza l’intersezione che testimonia vita e vitalità senza cedere alle lusinghe mortali del feticcio. Non è amputazione della tradizione ma il suo vitale inoltrarsi nella storia, ascesi di prossimità che regala occhi nuovi capaci di scorgere la meraviglia in ogni dove, resurrezione anticipata di quell’istante che credevamo perso.

Raul Gabriel
artista ed editorialista del quotidiano Avvenire

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Un patrimonio di cui aver cura

Tra gli anni ’20 e ’30, il genio di Romano Guardini iniziò una “battaglia culturale” contro la suppellettile seriale e devozionale. Nel castello di Rothenfels, dove formava i giovani alla Liturgia, aprì con il noto architetto Rudolf Schwarz un laboratorio per “riattivare i sensi dell’uomo” anestetizzati dalla produzione industriale e creare, con nobiltà e verità, “oggetti” liturgici capaci di additare l’invisibile con il visibile. Il suo pensiero ha contribuito così, dopo il Concilio, al ripensamento della sacra suppellettile, per quanto poi ad alcuni esiti validi dell’artigianato si siano contrapposte soluzioni sbrigative, ingenue se non kitsch.

Le nostre parrocchie si ritrovano ora un grande patrimonio di libri liturgici, calici, vasi sacri, reliquie, vesti storiche, di cui dovrebbero aver cura anche se sono in cattivo stato di conservazione: le suppellettili, in quanto dedicate o benedette, non vanno gettate nei rifiuti, rispettando il culto divino da esse svolto (cfr. CJC can. 1171). Gli oggetti metallici (vasi sacri, croci, turiboli, navicelle, candelieri, reliquiari) usurati possono essere restaurati o – se non più utilizzabili per foggia o interruzione dell’impiego (carteglorie, busti dei santi…) – custoditi con rispetto in armadi e magazzini. È bene porre nell’archivio parrocchiale i libri liturgici tridentini o le edizioni del Vaticano II non più in uso. Le vesti liturgiche antiche (pianete, piviali, dalmatiche, tunicelle, manipoli, borse da calice, camici in pizzo, cingoli) vanno conservate in armadi idonei; quelle invece gravemente deteriorate o di scarso valore non si devono assolutamente gettare nei rifiuti, ma – sentito l’Ufficio diocesano per la Liturgia – potrebbero essere bruciate.

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Orientata a incrementare la lode a Dio: è l’arte sacra

Il capitolo VII della Sacrosanctum Concilium ci ricorda che l’arte sacra è, per propria natura, orientata a Dio e all’incremento della sua lode e della sua gloria, con lo scopo di contribuire il più efficacemente possibile a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio (cfr. n. 122). Nelle nostre Chiese – oltre all’altare, alla croce liturgica, all’ambone, alla sede e al fonte battesimale – sono presenti elementi artistici di ispirazione religiosa che servono, quale suppellettile, al decoro e alla realizzazione del rito: vesti liturgiche, vasi sacri, lini e tovaglie d’altare, turiboli, ostensori, libri liturgici, reliquiari. Altri completano l’arredo sacro delle chiese: icone, dipinti, statue, quadri, acquasantiere, sedili, drappi… Questi elementi possono talvolta avere una foggia inadeguata e ostacolare lo spirito più autentico del rito cristiano. Il loro aspetto deve invece essere ispirato dalla fede cristiana ed essere nobile, carico di dignità, decoro e bellezza, trattandosi di segni visibili di realtà soprannaturali. La bellezza architettonica della chiesa, dell’altare, dell’ambone e degli altri elementi fondamentali sia affiancata dagli arredi minori con sobrietà, senza farli eccedere nel numero, senza “accatastamenti”, senza mescolare il devozionale con ciò che è riservato al culto divino. Non si moltiplichi il numero delle statue; si eviti l’uso delle tovaglie da messa agli altari laterali (lasciando solo il vesperale); si usino candele votive di cera vera; si rinunci ad affiggere locandine e manifesti con immagini sacre della pietà privata; si liberino le navate da un numero eccessivo di banchi e sedie; si lasci il fonte battesimale scevro di ogni aggiunta estranea al sacramento (foto, coccarde, piante…); si eviti di usare gli altari laterali come deposito dei fiori “da matrimoni” o “da esequie”; non si affiggano alle pareti cartelloni, locandine, avvisi religiosi; si raccolgano, dopo l’uso, i sussidi per il canto dell’assemblea. L’ordine e la sobrietà hanno il solo scopo di porre al centro del nostro sguardo il Signore e la sua gloria.

Gianandrea Di Donna

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Avvicinarsi al genio figurativo dell’icona

La Scuola diocesana di Iconografia “San Luca”, operativa a Padova dai primi anni ’80, intenderispondere all’invito espresso dalla Sacrosanctum Concilium a formare artisti preparati nella rappresentazione del soggetto sacro. Il genio figurativo dell’icona insegna a chi ne diviene esperto a rappresentare, con dignità, decoro e bellezza, le realtà soprannaturali attraverso il linguaggio simbolico, maturato in un contesto di servizio e attinto dalla tradizione comune della Chiesa cristiana indivisa. Un simile codice espressivo offre una sintesi visuale delle dimensioni della nostra fede. Nell’icona si rende presente il volto di Colui che ha assunto su di sé la nostra natura umana, di sua Madre e dei suoi santi, ricordandoci che solo Lui può dare pienezza di senso alla nostra esistenza.

Maestro di riferimento della Scuola è l’architetto vicentino Giovanni Mezzalira, le cui opere hanno raggiunto una qualità riconosciuta in tutta Italia. Vi collaborano Annarosa Ambrosi ed Enrico Bertaboni, responsabile dell’avviata Scuola di Iconografia presso l’Abbazia di Maguzzano. Tra le ultime attività, ricordiamo il ciclo dei Santi padovani con la Madre di Dio presso la cappella della Casa di spiritualità Villa Immacolata. Si organizzano anche viaggi studio (tra cui in Serbia, Kosovo e Macedonia – prime terre evangelizzate dai santi Cirillo e Metodio –, a Cipro, a Istanbul, in Italia, Grecia e Romania), alla ricerca delle migliori espressioni dell’arte sacra cristiana della Chiesa indivisa. In un’epoca come la nostra, in cui prevalgono drammaticamente ragioni di conflitto, vogliamo operare secondo le parole del santo monaco Sergio di Radonež (che ha ispirato ad Andrej Rublëv la famosa Icona della Santissima Trinità): “affinché nella contemplazione della Santissima Trinità siano vinte le odiose divisioni di questo mondo”.

Per informazioni www.iconografi.it.

Annarosa Ambrosi

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