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Discernimento e formazione per i ministeri istituiti. Intervento di don Giuseppe Como

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Discernimento e formazione per i Ministeri istituiti.
L’esperienza della Chiesa di Milano

“Gennaio alla liturgia” – Diocesi di Padova – Casa diocesana di spiritualità “La Madonnina”, Fiesso d’Artico (VE), 24 gennaio 2025

 

Il percorso diocesano per l’istituzione dei ministeri laicali

L’avvio del percorso di formazione dei candidati ai ministeri del lettorato, dell’accolitato e del catechista è anzitutto un gesto di obbedienza alle indicazioni provenienti da papa Francesco, che con due Motu proprio del gennaio e del maggio 2021 ha istituito il ministero del catechista e ha aperto i ministeri già esistenti nel cammino di formazione agli ordini sacri anche alle donne, realizzando così una proposta più generale a livello ecclesiale di istituzione di laici e laiche in ministeri stabili di servizio alla Chiesa, indipendentemente e accanto, anzi in comunione con i ministeri ordinati.

Un po’ di storia

Il processo è partito nel 2022 con la creazione di una Commissione sui Ministeri istituiti nell’ambito del Vicariato per l’Educazione e la Celebrazione della fede, la quale ha prodotto un documento intitolato I ministeri istituiti: lettore, accolito e catechista. Primi orientamenti (28 maggio 2023), che è stato inserito in una pubblicazione[1] che comprende anche i Motu proprio di papa Francesco istitutivi dei nuovi ministeri e i documenti della CEI[2] e della CEL[3] relativi ai ministeri istituiti.

Il 21 dicembre 2023 è stata costituita l’Equipe diocesana per la formazione e il discernimento dei candidati ai ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista, composta da otto membri, il Vicario di settore che ne è il presidente, il responsabile del Servizio per la Catechesi che ne è il segretario operativo, il responsabile del Servizio per la Liturgia, un diacono permanente e un’Ausiliaria diocesana, incaricati del discernimento, un prete docente del Seminario e una docente dell’ISSR, incaricati per la formazione scolastica, e un laico di Azione Cattolica come consulente. Successivamente, sono stati aggiunti un altro presbitero, responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico in diocesi, e un altro diacono permanente con la moglie.

Intanto, nei mesi di ottobre e novembre 2023, sono stati realizzati, in presenza e con possibilità di partecipazione online, tre incontri in luoghi diversi della diocesi, nei quali sono stati presentati i ministeri nella Chiesa e i ministeri istituiti del lettore, accolito e catechista. I video di questi incontri sono disponibili nella pagina del sito della Diocesi che abbiamo approntato per contenere appunto tutto il materiale relativo alla formazione ai ministeri istituiti:

https://www.chiesadimilano.it/percorsiecclesiali/i-ministeri-istituiti.

Nel frattempo, abbiamo cercato di coinvolgere la diocesi, in particolare il clero, inviando in particolare ai decani alcuni materiali essenziali, da diffondere tra le Fraternità del clero nei decanati. Qualche proposta è stata fatta anche direttamente a parroci o comunità che i membri dell’Equipe conoscono e che potrebbero prendere in considerazione questa possibilità di istituire ministri. Ci sono state alcune parrocchie che hanno proposto per la formazione tre persone, una per ogni ministero. Abbiamo predisposto una scansione di momenti per chiarire il percorso che una comunità cristiana o un responsabile di essa potrebbero compiere per fare la proposta a un battezzato: riconoscere, informarsi, proporre, segnalare la disponibilità, dialogare con l’Equipe, formarsi.

Il 25 febbraio 2024, si sono incontrati per la prima volta a Seveso i primi 14 candidati, 7 uomini e 7 donne (nati dal 1957 al 1983: età media 56), di cui 8 in vista del ministero del catechista, compresa una coppia, 5 per l’accolitato e una sola candidata al ministero del lettorato. Nei mesi di marzo, aprile e maggio, queste persone hanno partecipato ai primi tre incontri di formazione online. Nel mese di giugno 2024, si è realizzato il secondo incontro plenario in presenza, dove si è trattata in particolare la spiritualità del ministro istituito e dove sono state date indicazioni per il tempo estivo. Nel mese di settembre scorso, è partito il secondo gruppo dei candidati, composto da 17 persone (7 donne e 10 uomini; età dal 1954 al 1985: età media 57; di cui 6 candidati per il ministero del catechista – tra cui una coppia – , 8 per l’accolitato e 3 per il lettorato). L’incontro è stato plenario, ma i due gruppi hanno seguito due percorsi diversi: a quelli del primo anno è stato proposto lo stesso esercizio di immaginazione ecclesiale con cui era partito il primo gruppo nel febbraio 2024 (“come immagini il volto della Chiesa?”, “come immagini il tuo servizio dentro questa Chiesa?”), mentre al secondo anno è stato proposto un esercizio per allenare la capacità di lavorare insieme, di collaborare, con l’aiuto di uno psicologo. Infine, domenica scorsa si è svolto un altro incontro in presenza con i due gruppi: a tema era la lettura del tempo presente nella prospettiva della fede, guidati da un giornalista che è anche presidente dell’AC ambrosiana.

Intanto, è stata fissata per domenica 19 ottobre 2025, in Duomo, la data dell’istituzione dei primi ministri da parte dell’Arcivescovo, nella ricorrenza della festa della Dedicazione della Cattedrale, al fine di sottolineare il valore ecclesiale dell’evento.

Processo del discernimento

  1. Primo colloquio. Quando viene presentata la candidatura di un soggetto (normalmente scrivendo a ministeri@diocesi.milano.it), l’Equipe prende contatto con il parroco o il responsabile di Comunità Pastorale e si fissa un primo colloquio con il candidato (finora da parte di un solo membro dell’Equipe, stiamo pensando che forse è meglio se sono in due, per avere una valutazione più precisa, visto che ci sono state delle situazioni di difficile discernimento), nel quale si cerca di valutare il suo inserimento nell’ambito ecclesiale e la coscienza ecclesiale che esprime, il reale desiderio di servire (e non di emergere o di ottenere semplicemente un riconoscimento), la disponibilità ad entrare in un tempo di formazione.
  2. Lettera del candidato. Dopo il colloquio, al candidato è chiesto di stendere una lettera che abbia i seguenti contenuti:
    • descrivere il percorso condotto fino a questo momento: raccontare la propria storia di fede che ha condotto a questa decisione, descrivere il proprio cammino spirituale (esiste una guida spirituale?), l’attuale servizio nella comunità cristiana, la professione e la famiglia; una descrizione anche della comunità cristiana stessa: quali bisogni e quali risorse?
    • raccontare le motivazioni: da dove nasce la decisione di candidarsi per un ministero istituito (intuizione personale, proposta da parte di altri); cosa ne pensano le persone più vicine (coniuge, figli, “colleghi” nel servizio ecclesiale)
    • quali sogni, quale immaginazione: come si immagina che l’istituzione possa cambiare il proprio servizio ecclesiale; come si immagina che una ministerialità diffusa possa cambiare la (propria) comunità cristiana;
  1. Visita alla comunità: entro i primi mesi (Natale) del secondo anno di formazione, i candidati sono invitati a organizzare con le loro parrocchie di appartenenza un momento di coinvolgimento della comunità cristiana (Consiglio Pastorale, catechisti, diaconia, ecc.), cui partecipano anche uno o due membri dell’Equipe dei ministeri istituiti. Vengono presentati alla comunità il senso dei ministeri istituiti e l’itinerario di formazione cui il candidato sta partecipando; a sua volta, il candidato espone l’intenzione che lo guida e insieme si cerca di immaginare il futuro servizio cui sarà chiamato nella comunità.
  2. Secondo colloquio: avviene durante il secondo anno, più o meno da febbraio a maggio; i contenuti riguardano una valutazione del cammino di formazione, un giudizio sul proprio impegno ecclesiale e il rapporto con la comunità cristiana, una valutazione del training pastorale e una riflessione sulla dimensione vocazionale del ministero, infine un parere sul prossimo incarico da assumere dopo l’istituzione.
  3. Training pastorale: nel corso del secondo anno di formazione, si chiede ai candidati di svolgere un “esercizio” pastorale che aiuti ad “allenarsi” allo svolgimento del futuro ministero. Il documento diocesano sui ministero istituiti parla di una formazione strutturata come «un apprendistato, cioè un’iniziazione pratica a un servizio ecclesiale nella forma dell’accompagnamento: quindi nel percorso formativo va incluso un tempo di tirocinio pratico che permetta di sperimentare “sul campo” con il sostegno di un accompagnatore»[4]. Il training si sceglie concretamente in dialogo con il candidato e deve consistere in un esercizio puntuale che aiuti a sperimentare il respiro diocesano. Per es., la coppia in cammino per il ministero di catechista ha partecipato (anzi, ne erano praticamente i coordinatori) con decine di altre coppie delle diverse zone pastorali alla stesura del documento diocesano per il catecumenato al matrimonio; altri due candidati al ministero del catechista hanno collaborato alla preparazione del Convegno regionale di catechesi.
  4. Criteri specifici per il discernimento: l’età non dovrebbe superare i 65 anni, anche se ci sono già stati degli “sforamenti”; abbiamo escluso, almeno in questa prima fase, di ammettere alla formazione persone consacrate (Ordo virginum, istituti secolari, religiose/i); incoraggiamo la candidatura di coppie di coniugi, in particolare in vista degli ambiti della pastorale della famiglia (l’istituzione, evidentemente, resta individuale, ma l’incarico è conferito alla coppia).

Altre idee, altre ipotesi sono state elaborate nei primi tempi, ma sono per il momento rimaste sulla carta, cito per es. l’idea di chiedere una lettera anche alla comunità cristiana su come immagina la presenza di un ministro istituito nel proprio futuro, o l’ipotesi di affiancare ad ogni candidato un tutor, una persona esperta della comunità o di comunità vicine che sostenga e supervisioni il suo cammino.

L’itinerario di formazione

L’itinerario è pensato su due anni, al termine dei quali avviene l’istituzione.

  1. Le dimensioni della formazione: l’idea è quella di evitare una riduzione della formazione alla dimensione intellettuale-nozionistica (formazione come semplice “informazione”), realizzando invece un approccio ampio che integri il sapere (dimensione intellettivo razionale) con l’essere (dimensione spirituale, estetico-affettiva) e il saper fare (dimensione pragmatica) e l’essere con (dimensione comunitaria).
  2. Essere: desideriamo che i futuri ministri siano aiutati a vivere della parola di Dio e sviluppino un’autentica spiritualità eucaristica. Incoraggiamo la lettura spirituale del testo sacro, per giungere all’incontro con il “libro vivente” che la persona stessa di Cristo. Cerchiamo di aver cura che la vita spirituale del candidato sia radicata nella vita della Chiesa locale, nella sua tradizione e in comunione reale con le proposte diocesane;
  3. Sapere: lo scopo dei corsi, in particolare, è quello di far acquisire ai candidati gli elementi necessari per la comprensione teologica del ministero nel quadro dell’ecclesiologia conciliare, insieme alle fondamentali conoscenze di carattere biblico e liturgico e agli approfondimenti di scienze umane, in particolare di pedagogia. Dal momento che la ministerialità istituita si sporge anche oltre l’ambito celebrativo, cerchiamo di dare alcune coordinate di base attorno ai temi dell’annuncio e della catechesi da una parte e ai temi della pastorale dei malati e del ministero della consolazione dall’altra.
  4. Saper fare ed essere con: ai candidati si vuole offrire un percorso di carattere pragmatico, che li aiuti a immergersi concretamente nelle prassi che competeranno loro, nelle quali le conoscenze e le sensibilità maturate possano trovare corpo e divenire un habitus. Si vorrebbe realizzare un progetto di apprendimento globale, un’esperienza formativa in cui il soggetto mette in gioco se stesso mentre contribuisce alla trasformazione della propria comunità.
  5. Il percorso accademico biennale a moduli, concretamente prevede due anni (anno A e anno B), ciascuno dei quali propone un modulo comune (A1 e B1) e dei moduli specifici per i diversi ministeri (A2 e B2). In totale sono 8 incontri online di 90 minuti circa (2 ore scolastiche):
    • Il primo anno, nel modulo comune, contempla un’Introduzione alla Scrittura (AT e NT), una lezione di carattere ecclesiologico sulla missione dei laici nella Chiesa, una lezione sulla spiritualità e la vocazione del ministro istituito e un incontro sul tema della formazione e prevenzione, in vista della tutela dei minori.
    • Il secondo anno comune prevede un’Introduzione alla liturgia, una lezione di teologia dei sacramenti dell’iniziazione cristiana e tre lezioni di questioni di etica teologica: grazia e libertà, questioni scelte di bioetica ed etica sessuale, temi di dottrina sociale della Chiesa (in particolare la fraternità, l’economia e l’ecologia integrale)
    • Per quanto riguarda i moduli specifici: nel primo anno per i catechisti si affrontano le linee di catechetica fondamentale, la catechesi per l’iniziazione cristiana, per il catecumenato e per il battesimo e la lettura della parola di Dio nella catechesi; per i lettori: la Bibbia nella liturgia, guidare un gruppo di ascolto della Parola, leggere la parola di Dio nella catechesi; per gli accoliti: liturgia e carità, pastorale della salute, accompagnamento della malattia e del morire cristiano.
    • Nel secondo anno, i moduli specifici riguardano: per i catechisti alcuni elementi di pedagogia, l’introduzione alla pratica liturgica e una ripresa degli ambiti dell’IC, del catecumenato e della preparazione al battesimo; per i lettori, la commissione liturgica, la liturgia della Parola nella celebrazione e tecniche di proclamazione; per gli accoliti, la commissione liturgica, lo studio dei rituali e le celebrazioni senza presbitero o diacono.
  1. Gli incontri comuni in presenza: ne sono previsti tre durante l’anno, presso il Centro Pastorale di Seveso. Oltre alle tematiche già citate nel racconto storico del primo anno della formazione ai ministeri, abbiamo ipotizzato di trattare i temi dell’annuncio del Vangelo nelle periferie esistenziali, la pastorale famigliare e i percorsi verso il matrimonio e altri; l’idea è anche quella di utilizzare questi momenti per introdurre e praticare alcuni “esercizi spirituali”, come la “conversazione nello Spirito” e la lectio divina, l’esame di coscienza e la revisione di vita e la celebrazione liturgica comunitaria e forme diverse di liturgie per assemblee particolari.
  2. La restituzione finale. Preferiamo non parlare di “esame” in senso scolastico. La proposta è quella di chiedere al candidato di scegliere un “caso pastorale” tra quelli proposti dai formatori (o di costruirne uno da sé) e di svilupparlo, mostrando le scelte, i percorsi, le azioni che essi farebbero se si trovassero in quella situazione, presentando il caso in una apposita riunione (potrebbe aver luogo agli inizi di settembre), davanti agli altri candidati e all’équipe dei formatori. In questo modo, i candidati potranno avere la possibilità di esibire in relazione ad una situazione concreta le conoscenze e competenze acquisite durante le lezioni e il percorso formativo in generale. Il giudizio positivo di idoneità permette al candidato di stendere la lettera all’Arcivescovo per chiedere l’ammissione all’istituzione (da conservare in Cancelleria arcivescovile).

L’incarico ministeriale: che cosa faranno i nuovi ministri istituiti?

L’Arcivescovo ha già posto un paletto chiaro: dopo l’istituzione, i ministri non andranno avanti a fare esattamente quello che facevano prima. Abbiamo chiarito questa indicazione in due direzioni. Anzitutto, si ribadisce lo slancio missionario, per cui si tratta di immaginare qualcosa di nuovo, di attivare qualcosa che non c’è ancora in chiave missionaria e di rinnovamento della comunità cristiana. L’Arcivescovo Delpini afferma che nei documenti recenti relativi ai ministeri istituiti, dai Motu proprio del Papa al nostro documento diocesano passando per quello della CEI e quello regionale lombardo, emerge l’intenzione di individuare e formare del personale per necessità inedite o anche a volte inavvertite dalla Chiesa stessa, quindi il Papa e i Vescovi ritengono che ci siano dei bisogni che non sono percepiti e la nuova ministerialità istituita è una proposta per scuotere e per muovere qualcosa. L’Arcivescovo ci ha comunicato con forza questa idea: persone formate e istituite possono aiutare la Chiesa a immaginare come rispondere quando constatiamo che quello che facciamo non incide e a quelli che non vengono non abbiamo una proposta da fare, un modo per poterli raggiungere, un linguaggio per parlare a loro. In secondo luogo, ci deve essere un passo ulteriore di responsabilità da parte del ministro, dal momento che la formazione e l’istituzione rendono i ministri uomini e donne corresponsabili della comunità, e magari anche responsabili oltre la singola parrocchia, cioè dedicandosi alla pastorale d’insieme, nella Comunità pastorale, nel decanato, in gruppi di parrocchie. L’istituzione potrebbe essere l’occasione per un ministero sovraparrocchiale: per es. chi organizza il corso per i lettori del decanato? Lo stesso vale naturalmente per la formazione dei catechisti o dei ministri straordinari dell’eucaristia. Si va quindi nella direzione di compiti di formazione, di coordinamento, di animazione.

L’Arcivescovo Delpini cita come esempio la celebrazione dell’eucaristia: il nostro modo di celebrare l’eucaristia non riesce a formare la Chiesa, le nostre comunità non prendono forma dall’eucaristia: perché le comunità non cambiano a partire dalla Messa che celebriamo? Ecco che c’è bisogno che la celebrazione eucaristica sia accompagnata in modo tale che la gente che vi partecipa ne ricavi frutto, come esperienza desiderata di incontro con il Signore, non solo la domenica ma anche durante la settimana. I ministri istituiti perciò possono collaborare con la comunità, col gruppo liturgico, per rendere significativa in questo senso la Messa che si celebra. Non basta chiedersi se la Messa è ben organizzata, se tutti i ruoli sono coperti, se c’è chi legge, chi canta ecc.; bisognerà anche chiedersi come si fa a far sì che l’eucaristia diventi veramente ciò che dà forma alla Chiesa. Allo stesso modo, bisognerà domandarsi come mai la lettura della parola di Dio non è sempre quella spada tagliente che segna la vita di chi ascolta; in questo senso, il lettore istituito non sarà solo uno che legge in chiesa, quanto piuttosto uno che cerca di rispondere a questa inadeguatezza di una Parola che viene proclamata, ma è come se fosse un piccolo soffio di vento che passa senza lasciare traccia. Così anche per la catechesi, in particolare per la catechesi degli adulti: c’è una insoddisfazione, c’è una inadeguatezza generalizzate che invocano una risposta. Per questo motivo, può essere che un ministro istituito non solo non continui a fare quello che faceva prima, ma faccia anche di meno, perché farà quello per cui è stato specificamente incaricato e mandato.

Abbiamo affrontato questo tema in un incontro con i parroci e le diaconie dei candidati ai ministeri; quello che è emerso nel breve dialogo è anzitutto la proposta che questi ministri istituiti abbiano un riconoscimento autentico da parte dei presbiteri, in particolare con l’inserimento nelle diaconie, perché la corresponsabilità di questi laici formati non sia saltuaria o non venga in luce solo quando il parroco ne ha bisogno; al tempo stesso però c’è stato un richiamo alla prudenza, per non enfatizzare queste figure e rischiare di accumulare in capo a loro un cumulo di attenzioni non evangeliche, così come si è messo in guardia dal pericolo del clericalismo anche per queste figure.

Noi crediamo che anche attraverso la riflessione attorno a queste nuove figure ministeriali noi abbiamo l’occasione di immaginare la Chiesa che verrà, di comprendere come la Chiesa possa cambiare. Queste figure sono un fattore di cambiamento della nostra Chiesa nella direzione che stiamo auspicando di una maggiore missionarietà e di una maggiore comunione, una comunione per la missione.

La configurazione teologica e pastorale dei ministeri istituiti

Se prima ho detto che la diocesi si è mossa in obbedienza alle indicazioni del Papa, è anche vero che esistono, e abbiamo cercato di approfondire, motivazioni teologiche ed ecclesiali per l’istituzione di nuovi ministeri “laicali” (in quanto conferiti al di fuori del sacramento dell’ordine) o “battesimali” (in quanto il loro fondamento non è appunto il sacramento dell’ordine, ma il battesimo e la confermazione).

Una Chiesa “sinodale” e “strutturalmente ministeriale”

Nella Nota sui nuovi ministeri istituiti, la CEI afferma che questo tema va inserito all’interno del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, «in modo che possa diventare anche un’opportunità per rinnovare la forma Ecclesiae in chiave più comunionale»[5]. Sulla sinodalità come caratteristica della Chiesa del XXI secolo, si potrebbero dire molte cose, mi limito a riprendere un bel passaggio di un discorso di papa Francesco, citato dal nostro Arcivescovo nel corso dell’omelia della Messa Crismale del 2023[6]; così dice il Papa:

Vorrei che tutti noi avessimo nel cuore e nella mente questa bella visione della Chiesa: una Chiesa protesa alla missione e dove si unificano le forze e si cammina insieme per evangelizzare; una Chiesa in cui ciò che ci lega è il nostro essere cristiani battezzati, il nostro appartenere a Gesù; una Chiesa dove fra laici e pastori si vive una vera fratellanza, lavorando fianco a fianco ogni giorno, in ogni ambito della pastorale, perché tutti sono battezzati[7].

Mi pare un passaggio molto significativo, che pur non citando il termine “sinodalità” ne individua lo spirito autentico: anzitutto una visione di Chiesa condivisa e amata, desiderata (“nel cuore e nella mente”); una Chiesa missionaria nella quale – come abbiamo già detto – “si cammina insieme per evangelizzare”, mettendo insieme le forze e non disperdendole in atteggiamenti competitivi, rivalità e campanilismi, rivendicazioni di spazi propri, ricerca di potere per sé e per il proprio clan…; una Chiesa i cui membri si riconoscono anzitutto segnati dal medesimo sigillo del battesimo, che ci fa membra del corpo di Cristo che si distende nella storia; una Chiesa, quindi, dove prima delle differenze di ruolo e di responsabilità, prima, anzi alla radice della multiforme diversità creata dai carismi ci si identifica tutti nella medesima vocazione, quella battesimale, e quindi si attesta una fraternità fondamentale in Cristo.

Il documento prodotto dalla diocesi di Milano sempre relativamente ai nuovi ministeri istituiti, aggiunge che la riflessione su questo tema si colloca «nell’orizzonte di una Chiesa che si configura come strutturalmente ministeriale, perché ogni battezzato, ciascuno nel suo ordine e grado, partecipa e collabora alla sua azione, nei suoi diversi aspetti (cfr. 1Cor 12,4-7)»[8]. Che cosa significa una “Chiesa strutturalmente ministeriale”? possiamo individuare tre elementi:

  • una Chiesa nella quale i presbiteri non si presentano più come coloro che assommano in sé tutta la ministerialità, ma nella quale lo Spirito continua a suscitare carismi destinati al servizio dell’edificazione del corpo di Cristo, che chiedono di essere riconosciuti e attuati;
  • una Chiesa del presente e del futuro, che nella riduzione del clero, ma prima ancora nella riduzione dei battesimi e della frequenza all’eucaristia e ai sacramenti vede non semplicemente una disgrazia e un motivo di lamento e di rassegnazione, ma un’occasione, anzi una chiamata per ripensare il volto della Chiesa, non più ripiegata su se stessa ma al contrario più vivace nello slancio missionario. I ministeri (che siano ordinati, istituiti o di fatto) non sono funzioni puramente “intraecclesiali”, con lo scopo di strutturare l’organigramma dell’istituzione (o dell’azienda) ecclesiale, ma servizi “missionari”, che sbilanciano la Chiesa verso il mondo;
  • una Chiesa in cui i laici sono visti, secondo l’espressione di papa Francesco, come uomini e donne «di Chiesa nel cuore del mondo» e uomini e donne «del mondo nel cuore della Chiesa»; per una Chiesa più ministeriale non si cercano sostituti dei preti, ma uomini e donne che hanno passione per la Chiesa e insieme vivono profondamente radicati nelle realtà secolari.

Perché l’istituzione?

  • L’istituzione è il riconoscimento “ufficiale” di un ministero, attraverso un rito e un mandato, che pongono la persona in forma stabile dentro quel ministero: l’atto liturgico rende evidente agli occhi di tutti che «è la grazia di Dio a sorreggere e ad alimentare l’esercizio ministeriale»[9];
  • All’istituzione è legata una formazione specifica, che serve a qualificare persone che possano farsi carico di coordinare alcuni servizi che sono irrinunciabili per la comunità, come l’annuncio della Parola, il servizio all’altare per le celebrazioni liturgiche, la catechesi, o di svolgere, dentro questi ambiti, compiti nuovi, rispondenti alle esigenze attuali dell’annuncio del Vangelo in un determinato territorio;
  • L’istituzione comporta stabilità nel servizio: non ogni servizio nella comunità cristiana richiede una istituzione, ma l’istituzione è utile ad assicurare la continuità nel servizio e per promuovere la collaborazione di altri fedeli laici; l’istituzione non viene ripetuta, è una volta per sempre, anche se l’esercizio concreto del ministero è realizzato su mandato del vescovo per cinque anni;
  • C’è una “ministerialità di fatto”, molto variegata, che continua ad esistere: tra tutti quelli che la esercitano, in particolare nell’ambito della catechesi, alcuni sono chiamati a compiere un passo ulteriore, assumendo una responsabilità stabile e formata per la missione della Chiesa; si può dire che «il rito dell’istituzione evidenzia in alcuni ciò che è proprio di tutti (la ministerialità) e colloca questi “alcuni” a servizio delle ministerialità “di fatto”, favorendo un respiro diocesano del servizio di tutti»[10]. Il ministero dato ad alcuni è fondamento per incoraggiare tutti i ministeri: non tutti, ovviamente, devono essere istituiti, ma l’istituzione di alcuni richiama e risveglia la ministerialità di tutti. Questo non toglie che si possano individuare in futuro altri ministeri istituiti, per esempio nell’ambito della carità e della consolazione e cura della persona;
  • L’istituzione è un’occasione per creare qualcosa di nuovo, per accompagnare il cambiamento di una comunità, non semplicemente continuando a fare quello che si è sempre fatto, ma per contribuire ad un cambiamento in senso missionario, di apertura, di cambio di marcia;
  • Si parla di ministerialità laicale: si deve capire che la laicità non è una frustrazione, ma una ricchezza che si apporta alla Chiesa, non si è ministri nonostante il proprio essere laici, ma esattamente restando lontani da ogni clericalismo, che è logica di potere e di privilegio e, in positivo, mettendo a frutto le abilità e le competenze che si acquisiscono attraverso il proprio inserimento nelle dinamiche secolari: capacità di lavorare in squadra, capacità di problem solving, creatività, gestione del tempo ecc.; si pone sicuramente la questione del tempo da dedicare al servizio e della vivibilità complessiva della proposta (un candidato deve anche sapere a che cosa deve rinunciare: allo stadio, allo ski-pass…) e di come il modo di vivere il lavoro e la famiglia vengano condizionati (anche positivamente); in ogni caso, l’incarico non viene dato semplicemente in aggiunta a tutto quello che si faceva prima, altrimenti il primo a rimanere schiacciato sotto il peso delle cose è il ministro stesso, che apparirà sempre stanco;
  • uno spirito di servizio: servire come Gesù. «Senza un’adeguata vita interiore, una solida formazione e un’effettiva scelta di donarsi agli altri, il ministero diventa una subdola acquisizione di potere, con il rischio, tutt’altro che remoto, di dividere anziché edificare la comunità cristiana»[11];
  • ecclesialità e responsabilità: l’esercizio del ministero è inclusivo e non accentratore (relazione con i ministri ordinati e con gli altri catechisti non istituiti e altre figure che collaborano): si cercano uomini e donne di comunione; anzi, possiamo dire che i ministeri nella Chiesa vanno sempre letti al plurale, cioè dentro una logica di équipe, di squadra: l’ideale sarebbe creare nella stessa comunità delle équipes di ministri diversi. I ministeri andrebbero pensati dentro un contesto armonico di pluralità di carismi. Responsabilità va intesa in un’accezione forte: si richiede la disponibilità alla verifica e a rendere conto del ministero svolto, che non è appunto un’impresa solitaria ma la partecipazione a una missione corale;
  • I ministeri battesimali sono l’occasione per valorizzare la ministerialità della coppia cristiana: il ministero cioè viene riconosciuto a coppie di coniugi, non solo a singole persone. In questo modo il ministero degli sposi può mostrare la sua paradigmaticità anche per altri ministeri e contribuire a realizzare una conversione “domestica” della Chiesa.

 

La prospettiva vocazionale

La prospettiva vocazionale appare come il punto di vista più convincente per parlare dei ministeri nella Chiesa. Sicuramente, appare contraria alla logica cristiana una prospettiva meramente funzionale, secondo la quale alla Chiesa servono delle persone che svolgano determinati ruoli o compiti, c’è un organigramma da riempire, delle caselle da occupare, e quindi si “arruolano” soggetti adatti. Si tratta invece, in primo luogo, di riconoscere i carismi che ci sono, cioè i doni che lo Spirito santo continuamente suscita nella Chiesa: lo Spirito invia doni per l’edificazione della Chiesa e i doni dello Spirito non vanno sprecati. In questo senso, i ministeri nella Chiesa non sono da rivendicare, ma da riconoscere: non sono qualità di cui qualcuno si possa vantare, ma risorse che il corpo ecclesiale deve essere in grado di far emergere perché per mezzo loro esso possa crescere nella carità. Così leggiamo in Lumen gentium 30:

I sacri pastori […] sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro ministeri e carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune. Perciò bisogna che tutti “agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità (Ef 4, 15-16)”.

Tuttavia, la prospettiva funzionale non va abbandonata: anch’essa va salvaguardata se viene intesa come la constatazione che ci sono dei bisogni obiettivi, delle urgenze cui le comunità cristiane sentono di dover far fronte, per cui si cercano credenti che siano in grado di rispondervi e siano disponibili a farsene carico.

Le due prospettive, quella carismatica e quella funzionale, vanno perciò coltivate insieme e la prospettiva vocazionale sembra il punto di vista più sintetico: essa invita a riconoscere i doni che lo Spirito suscita nella Chiesa e insieme orienta a individuare a quali bisogni essi corrispondono, per quale utilità lo Spirito li ha plasmati. Il documento regionale lombardo sui ministeri istituiti afferma con chiarezza che i ministeri

si situano nel punto di incontro tra carisma personale ed esigenza ecclesiale. In altri termini, non è sufficiente riconoscere i carismi e formare i futuri ministri ma occorre tener sempre presenti le reali esigenze della comunità cristiana. I ministeri non sono pertanto dei “riconoscimenti” dati ai singoli, una sorta di onorificenza da esibire in determinate circostanze, quanto piuttosto l’esercizio effettivo di un servizio […][12].

Per rappresentare i due poli della questione, sono significative due pagine della Scrittura, che l’Arcivescovo Delpini commenta nell’Introduzione al volume I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale. Nella comunità di Gerusalemme, come si racconta in At 6, 1-7, si parte da un bisogno, c’è un malcontento che i Dodici devono affrontare perché c’è una carenza nell’assistenza alle vedove di lingua greca, allora essi si attivano e mettono in atto un processo per l’individuazione di persone che possano farsi carico di questo compito. Già qui si vede come la comunità cristiana non cerchi semplicemente dei “tecnici” o dei manovali, ma nemmeno semplicemente delle persone competenti, bensì “uomini pieni di Spirito santo”, sui quali vengono imposte le mani. Invece, la comunità di Corinto (cf la Prima lettera di Paolo) è caratterizzata da una “esuberanza carismatica”: in essa abbondano i doni dello Spirito e l’apostolo interviene per dare un ordine a questa effervescenza e orientarla verso uno spirito di servizio alla comunità; sembra infatti che nella comunità cristiana di Corinto ci sia una certa confusione e i diversi carismi sembrano in competizione tra loro, alimentano rivalità.

L’arcivescovo suggerisce che, qualunque sia l’origine dei ministeri (dal bisogno e dal malumore piuttosto che dalla vivacità dei carismi), essi siano concepiti come «vocazione personale [intesa] come responsabilità per l’edificazione dell’unico corpo di Cristo»[13], secondo la prospettiva della lettera agli Efesini: “a ciascuno di noi è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti […] allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”.

Laicità, secolarità e responsabilità ecclesiale

Non dobbiamo dimenticare che l’apostolato laicale possiede una caratteristica “valenza secolare”, cioè si realizza anzitutto nel mondo, nelle relazioni familiari, nei rapporti sociali; “oltre” a questo apostolato, i laici possono essere chiamati a «collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia»[14]. Paolo VI, in Evangelii nuntiandiribadiva che “compito primario e immediato” dei laici cristiani

non è l’istituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale – che è il ruolo specifico dei Pastori – ma è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione, quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza[15].

Per questo motivo, la valorizzazione della ministerialità laicale nella Chiesa, attraverso l’istituzione di laiche e laici cristiani nei ministeri del lettorato, dell’accolitato e del catechista, dovrebbe non affermarsi a discapito dell’assunzione della ministerialità dei battezzati verso il mondo. Ai laici va riconosciuto il loro ruolo primario nell’edificazione di una Chiesa che non sia intesa come equivalente al “reticolo parrocchiale” e ritrovi in pienezza la propria spinta missionaria. Questo non significa affatto investire retoricamente i battezzati di responsabilità indebite e che pesino sulle loro spalle come un fardello insopportabile di “testimonianza” da offrire al mondo. Semplicemente, ai laici cristiani è chiesto di essere quello che sono, vivendo da cristiani nelle comuni condizioni di vita, in mezzo a una moltitudine di fratelli e sorelle che ogni giorno condividono con loro la stessa ricerca di ciò che è vero e autenticamente umano.

Non dimentichiamo che i coniugi cristiani stessi sono “ministri” del vincolo nuziale che assumono, esercitando quindi il sacerdozio battesimale nell’ambito specifico della loro vita coniugale e famigliare. Il Catechismo della Chiesa Cattolicaconsidera il sacramento del matrimonio insieme a quello dell’ordine e li chiama “sacramenti al servizio della comunione”: il n. 1623 del CCC dice che «Secondo la tradizione latina, sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso». Da questa ministerialità, che all’origine della vita coniugale si esprime nel reciproco conferimento del sacramento stesso, nasce un servizio ministeriale nella vita di tutti i giorni.

D’altra parte, è anche vero che, se occorre investire seriamente in una ministerialità laicale negli ambiti di vita come il lavoro, le scuole, gli ospedali, le carceri…evitando così il rischio di limitare l’ambito dei ministeri al solo recinto intraecclesiale, creando una struttura meramente interna e burocratizzata, dall’altra parte occorre evitare una specie di spartizione: al clero le “cose ecclesiali”, ai laici il mondo. In questo senso, gli attuali ministeri istituiti costituiscono un antidoto a questa semplificazione.

Tipologie di ministeri istituiti

  • In generale, il ministro istituito, che sia lettore, accolito o catechista, assumerà compiti di coordinamento, di sintesi e di formazione, non semplicemente in senso organizzativo, ma «in termini di corresponsabilità, immaginazione, guida e testimonianza» nei confronti di altri che collaborano per l’annuncio del Vangelo;
  • l’ambito del servizio potrà essere la Comunità pastorale o il decanato o anche la zona pastorale; si possono immaginare figure come
    • il coordinamento dei catechisti dell’iniziazione cristiana;
    • la responsabilità del servizio del catecumenato degli adulti;
    • il servizio di referente di piccole comunità senza la presenza stabile di un presbitero, con la possibilità di guidare, in mancanza di ministri ordinati, le celebrazioni anche festive;
    • il coordinamento della pastorale battesimale, della catechesi degli adulti e in particolare di coloro che ricominciano un cammino di fede, della pastorale famigliare, della pastorale giovanile ecc.
    • I ministeri istituiti di norma si esercitano nella comunità di appartenenza, ma non si deve escludere una loro configurazione più missionaria, in altre comunità più povere di figure di responsabilità.

 

Alcune questioni aperte

  • La prima riguarda il rapporto tra i ministeri istituiti e il ministero ordinato: andranno evitate la competizione e la “spartizione di poteri”, ma anche la tentazione, da parte dei presbiteri soprattutto, di delegare ai laici quello che essi non vogliono o non riescono più a fare. Intendo dire che i ministeri laicali non possono essere letti come supplenza del ministero ordinato: non avrebbe senso nominare qualcuno per tenere in vita strutture che i preti non sono più in grado di gestire e che hanno perso ogni forma di vitalità evangelica. Al tempo stesso, però, non va dimenticato che i ministeri battesimali sono anche l’occasione storica di riconoscere la pertinenza ai fedeli laici (qualche volta anche ai diaconi) di compiti che storicamente i presbiteri hanno assunto ma che non sono loro propri.
  • La seconda questione riguarda la formazione e il discernimento dei candidati ai ministeri istituiti: il modello dominante di formazione è quello in uso nei seminari, forse i nuovi ministeri possono contribuire a ripensarlo. Se già qualcuno si chiede se sia necessario e opportuno che i futuri presbiteri debbano prima ricevere l’ordinazione diaconale, allo stesso modo ci si potrebbe chiedere se sia obbligatorio che i candidati al presbiterato debbano essere prima istituiti lettori e accoliti (e perché non catechisti…?). Abbiamo davvero l’occasione di superare l’idea che lettorato e accolitato siano semplicemente dei “gradini” verso il ministero ordinato, così come stiamo imparando che il diaconato non è per forza un “gradino” verso il presbiterato.

 

[1] I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale, Centro Ambrosiano, Milano 2023.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, I ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista per le Chiese che sono in Italia, 5 giugno 2022.

[3] Conferenza Episcopale Lombarda – Consulta regionale per la Catechesi – Consulta regionale per la Liturgia, Lettori, accoliti e catechisti. Orientamenti per le diocesi lombarde, 9 aprile 2023.

[4] Arcidiocesi di Milano, I ministeri istituiti: lettore, accolito e catechista, 103-104.

[5] Conferenza Episcopale Italiana, I ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista per le Chiese che sono in Italia, Nota ad experimentum per il prossimo triennio, 5 giugno 2022, Presentazione.

[6] Cf M. Delpini, Ti ho consacrato con l’unzione, Omelia della Messa Crismale, Milano, Duomo – 6 aprile 2023.

[7] Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, 18 febbraio 2023.

[8] Arcidiocesi di Milano, I ministeri istituiti: lettore, accolito e catechista. Primi orientamenti, in I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale. Documenti, Centro Ambrosiano, Milano 2023, 84.

[9] Arcidiocesi di Milano, I ministeri istituiti: lettore, accolito e catechista, 86.

[10] Arcidiocesi di Milano, I ministeri istituiti: lettore, accolito e catechista, 87.

[11] Conferenza Episcopale Lombarda – Consulta regionale per la Catechesi – Consulta regionale per la Liturgia, Lettori, accoliti e catechisti, in I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale. Documenti, 46.

[12] Ivi.

[13] M. Delpini, «Introduzione» in I ministeri istituiti per la Chiesa missionaria e sinodale, 5-8: 8.

[14] Francesco, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Antiquum ministerium, 10 maggio 2021, in I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale. Documenti, 13-23.

[15] Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 70.

 

 

→ Relazione in pdf

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Incontro diocesano di studio sui ministeri istituiti

I MINISTERI ISTITUITI
Incontro diocesano di studio
con il Cardinale Roberto Repole
a cura
dell’Ufficio per l’annuncio e la catechesi, dell’Ufficio per la Liturgia
e della Caritas diocesana

 

Sono invitati i Presbiteri, i Diaconi, gli operatori pastorali parrocchiali per l’Annuncio e la Catechesi, la Carità e la Liturgia, i Responsabili degli Uffici e dei Servizi diocesani, la Presidenza del Consiglio Pastorale diocesano

 

Sabato 11 gennaio 2025
Centro parrocchiale “Ave”, Via Papa Giovanni XXIII, 3 – Casalserugo (Padova)

 

Ore 9.30, Rev. Leopoldo Voltan, Vicario Episcopale per la Pastorale
Preghiera e introduzione

Ore 10.00 – 11.00, Card. Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Susa
I ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista per le Chiese che sono in Italia. Un’introduzione alla Nota del 2022 della CEI

Ore 11.00 – 11.15, Presentazione degli Atti del Convegno Ecclesiale delle Chiese del Triveneto sulla Liturgia «Ritrovare forza dall’Eucaristia» (Verona 2023)

Ore 11.30 – 12.30, Lavori di gruppo

Ore 12.30 – 13.30, In dialogo con il Cardinale Repole

Ore 13.30, Pranzo a buffet

 

Iscrizioni → https://forms.gle/xExT5gNBBhmAdNW6A

 

 

 

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Gennaio alla Liturgia pdf

 

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Ritiro spirituale d’Avvento

per i ministri straordinari della Comunione

La speranza, infatti, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce.
(FRANCESCO, Bolla d’indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025 «Spes non confundit», 9 maggio 2024, n.3)

 

Gentile e caro Ministro straordinario della Comunione,
desidero invitarLa a partecipare al prossimo Ritiro spirituale d’Avvento durante il quale celebreremo l’Ufficio delle Letture, una parte della Liturgia delle Ore che raramente viene celebrata con il popolo di Dio: essa – a differenza delle Lodi mattutine e del Vespro – offre un’ampia meditazione orante della Parola di Dio accompagnata da pagine di grande levatura spirituale tratte dai Padri della Chiesa o da altri autori cristiani.
La meditazione avrà come tema: Assunse la forma di servo (Fil 2,7). I ministeri e il servizio dei laici alla Liturgia. Il nostro appuntamento sarà

 

SABATO 7 DICEMBRE 2024 – ORE 14:45
PRESSO LA CHIESA DELL’OPERA DELLA PROVVIDENZA SANT’ANTONIO
VIA DELLA PROVVIDENZA, 68 – 35030 SARMEOLA DI RUBANO

 

Spero che la frequenza ai nostri ritiri spirituali ci veda tutti fortemente impegnati in prima persona, nel desiderio di prenderci cura della nostra vita spirituale, fonte autentica di ogni ministero a servizio del Popolo santo di Dio.
Coloro che solitamente hanno dei servizi pastorali il sabato pomeriggio nelle proprie parrocchie, provvedano a farsi sostituire per non mancare al ritiro e comunque sappiano che per le ore 16:45 circa il ritiro sarà concluso.

Nella speranza di vedervi numerosi, restiamo nella Comunione di Cristo.
Il Signore Le dia pace.

 

Rev. Gianandrea Di Donna

Responsabile

 

P.S. Vi invito ad avvisare del ritiro quei Ministri straordinari della Comunione che non possedessero un indirizzo e-mail, facendone loro cenno con il “passa-parola” o una telefonata.

 

 

 

 

→ La pagina con tutte le info per i Ministri straordinari della Comunione

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Corso Ministri straordinari della Comunione

 

L’Ufficio diocesano per la Liturgia, durante i prossimi mesi di gennaio-febbraio 2025, offrirà un CORSO DI FORMAZIONE PER I NUOVI CANDIDATI AL MINISTERO STRAORDINARIO DELLA COMUNIONE.

I Parroci che intendessero istituire per la prima volta nella propria parrocchia dei Ministri straordinari della Comunione, o affiancarne di nuovi ai già istituiti, invieranno i candidati da loro prescelti a tale corso diocesano. I candidati non dovranno essere muniti di alcuna lettera del Parroco, e potranno presentarsi direttamente alla segreteria al momento dell’iscrizione. Il corso è un requisito previo ma non abilita per sé all’esercizio del ministero; quest’ultimo potrà essere esercitato solo dopo il Rito d’Istituzione, celebrato dal Parroco su mandato scritto dell’Ordinario. Per tale ragione, all’inizio del corso, i candidati riceveranno uno specimen da consegnare ai loro Parroci perché questi, avendolo compilato, richiedano all’Ordinario la facoltà per celebrare il Rito di Istituzione che sarà recapitata al Parroco stesso. Questo modulo funge quindi anche da garanzia d’idoneità.

Ogni ministro neo-istituito sarà tenuto a possedere, per l’esercizio del ministero, il volume – completo di documenti e di testi liturgici – previsto dalla Diocesi per i Ministri straordinari della Comunione: UFFICIO PER LA LITURGIA DELLA DIOCESI DI PADOVA (a cura), Il ministero straordinario della Comunione. Documenti e testi liturgici, EMP, Padova 2009, (reperibile presso la Segreteria del corso).

SABATO 11 GENNAIO 2025 (ORE 15:00 – 17:00) – I MINISTERI NELLA CHIESA

SABATO 18 GENNAIO 2025 (ORE 15:00 – 17:00) – IL MISTERO DELL’EUCARISTIA

SABATO 25 GENNAIO 2025 (ORE 15:00 – 17:00) – LA CURA PASTORALE DEGLI INFERMI

SABATO 1 FEBBRAIO 2025 (ORE 15:00 – 18:00) – I RITI PROPRI DEL MINISTRO STRAORDINARIO DELLA COMUNIONE

Gli incontri saranno presso L’OPERA DELLA PROVVIDENZA SANT’ANTONIO, Via Della Provvidenza, 68 – 35030 Sarmeola di Rubano (Padova).

Info: Rev. Maria Ferro 340 1658898 (ore pomeridiane) — Ufficio Liturgia: 049 8226108

 

Rev. Gianandrea Di Donna
Responsabile

 

Corso per i Nuovi Ministri 2025

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Per comprendere la logica del celebrare

All’interno di Gennaio alla Liturgia 2025, è previsto un ciclo di serate online – mercoledì 15, 22, 29 gennaio e 5 febbraio, alle ore 21 – dedicato alla formazione, in particolare pensando ai ministeri istituiti. Loro compito sarà cogliere la logica di ciò che si vuole realizzare quando si celebrano l’Eucaristia o un Vespro, un Matrimonio o le Esequie, oppure si porta la Comunione ai malati o si prepara la chiesa. Se immaginiamo il lettore come chi può occuparsi della Liturgia delle Ore, ma anche fare il catechista dei catecumeni, animare momenti di preghiera, proporre una lectio divina, sarebbe bene non gli mancassero nozioni di teologia della rivelazione, cristologia (con un’insistenza su Cristo Risorto esegeta delle Scritture), patristica, liturgia (recuperando la dimensione simbolica dell’ambone), ed è necessario che conosca i libri liturgici, dal lezionario alla Liturgia delle Ore.

L’accolito ha come compito il servizio all’altare, ma può diventare un riferimento per il culto eucaristico o i ministri straordinari della Comunione. Se il lettore si concentrerà sull’Antico Testamento, l’accolito trarrà ispirazione dalle lettere del Nuovo, dai testi dei Padri, dalla teologia dei sacramenti e del rito cristiano, e dovrà avere familiarità con il Messale e i rituali. Sarebbe bello che fosse in grado di fare da ponte tra la Messa celebrata nel “polo eucaristico” e le chiese parrocchiali che mancano di un presbitero, portando loro il “fermentum”, il pane appena consacrato, come si faceva nell’antichità. Così una celebrazione del giorno del Signore presieduta, magari, dal catechista istituito avrà il sapore di una profonda comunione ecclesiale.

Il corso è gratuito. Basta inviare una mail a iscrizioniliturgia@diocesipadova.it per ricevere il link.

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I ministeri istituiti

Ai ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista sarà dedicato un ciclo di conferenze nell’ambito della rassegna Gennaio alla Liturgia 2025. L’intento non è solo che le si possa comprendere teologicamente, ma che si cominci a intravvedere il modo per situarle nella vita concreta della nostra diocesi.

Queste nuove e “antiche” forme di servizio non appartengono alla categoria dei ministeri ordinati – vescovo, presbitero, diacono – e non sono sovrapponibili ai ministeri battesimali. Dopo un adeguato itinerario di formazione, il lettore, l’accolito e il catechista vengono istituiti dal vescovo, che conferisce loro il mandato. Riconosciutone il carisma, l’idoneità e la preparazione, la Chiesa benedice i suoi figli, celebrando un rito per mezzo del quale essi ricevono un dono di grazia che li renda capaci di svolgere il proprio ‘ufficio’. E qui si aprono molte possibilità di servizio, tra le quali spicca l’aiuto che sapranno dare per la promozione e la cura dei ministeri battesimali.

Lettore e accolito operano nell’ambito del celebrare, ma nemmeno il catechista gli è estraneo. È a lui che si potrebbe domandare di guidare le celebrazioni domenicali nelle comunità che mancano di un presbitero. E tutti e tre non sono che espressioni diverse della diaconia sublime della carità.

È stato papa Paolo VI, con il Motu ProprioMinisteria quaedam” del 1972, a estendere lettorato e accolitato ai laici e non più solo ai candidati al sacramento dell’Ordine. E così, già negli anni Settanta e Ottanta, nel Triveneto, il vescovo di Udine Battisti e il patriarca di Venezia Cé avevano i loro ministri istituiti. Poi i desideri del Vaticano II sono andati smarriti ed è ora papa Francesco a volerli recuperare, aprendo la possibilità dell’istituzione anche alle donne e aggiungendovi la figura del catechista. Nel 2022, la CEI ha diffuso una “Nota” con cui invitava la Chiesa italiana a innestare la questione all’interno dell’itinerario sinodale. I vescovi vedono nel clima di confronto e apertura che si è creato la condizione più favorevole per riscoprire questo importante modo di valorizzare i carismi del popolo di Dio. Ed effettivamente in Italia c’è fermento. A Milano sta partendo un cammino biennale per i ministeri istituiti, tra lezioni online, incontri ed esperienze pratiche. A Torino è stato predisposto un itinerario curato dall’Istituto interdiocesano di formazione “Percorsi”, concentrato in tre weekend intensivi nel corso dell’anno. Ogni diocesi ha la facoltà di delineare un proprio specifico progetto.

Sarebbe un errore intendere i ministeri istituiti come un’oligarchia di potere, quasi si trattasse del lettore, del catechista e del chierichetto ‘di lusso’. Reintegrarli nella vita della Chiesa è un po’ riportarla al clima fervido dell’era subapostolica, quando la guida dello Spirito Santo ha chiamato al servizio del divino Maestro nobili e gente semplice, analfabeti e filosofi, uomini e donne di ogni popolo, lingua e nazione.

Lettori e accoliti istituiti daranno un contributo prezioso perché le celebrazioni tornino a essere un impegno entusiasmante, la loro bellezza un obiettivo da porsi ogni settimana; perché si pensi all’Eucaristia domenicale con il desiderio di farne, per quanto possibile, un capolavoro, una sinfonia di segni che dicano amore a Dio e ai fratelli, luce, saldezza, adorazione, verità. Non sempre i mezzi sono tanti, ma l’amore supera i limiti, inventa volentieri risorse dove ci sarebbe solo disincanto.

Persone che valgano da riferimento per le loro competenze e la grande disponibilità dovranno ricercare la collaborazione delle più varie figure a servizio del rito, dal sacrestano ai cantori, agli addetti alla cura delle vesti liturgiche. Anche l’accoglienza alla porta dei fedeli o l’uso dello spazio sacro è teologia, e se è teologia è sana azione pastorale, e se è sana azione pastorale promuove la partecipazione attiva dei fedeli, alimenta la fede, conduce alla carità.

Anna Valerio

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Il ministero del lettore

Tra teologia, storia e prassi

La riforma del Concilio Vaticano II

Nel suo coraggioso “avanzare di ritorno”, il Concilio Ecumenico Vaticano II ha riconsegnato alla Chiesa la centralità del Battesimo, del nostro venire immersi attraverso di esso nella Pasqua del Signore. Essere fratelli in Cristo, morti con lui e risorti con lui (cfr. Rm 6), chiede a tutti i battezzati di non sentirsi più inadeguati ad annunciare la speranza che viene da Dio e di non accontentarsi di assistere passivamente all’operare della Chiesa, ma di cogliere ogni occasione per parteciparvi, con la passione degli innamorati, con l’obbedienza di chi ha bisogno di essere protetto, aiutato, con una volontà di bellezza, di purezza, di giustizia, di verità, di un bene generoso, traboccante, che raggiunga tanti.

Indetto da Papa Giovanni XXIII nel 1962, il Concilio già indovinava i tempi di difficoltà e confusione che avremmo conosciuto. E tornava indietro, ai primi secoli, quando il racconto glorioso dei Vangeli correva in un campo minato di persecuzioni, torture, ma quasi andando di santo in santo, tanto era il fuoco di amore che ardeva nei cuori di chi aveva ricevuto la grazia del Battesimo. Non c’erano Bibbie tascabili e neppure tecnologie smart: le parole che dicevano la vittoria della vita sulla morte abitavano l’anima dei cristiani, e così era possibile lavorare e pregare, camminare e pregare, svolgere qualunque attività e pregare. E davanti alla stanchezza, all’orrore della violenza, alle ostilità, alle calunnie, ai supplizi, ai denti dei leoni e delle tigri nel Colosseo, alla solitudine, alla malattia, ai lutti, l’annuncio del gaudio pasquale era l’urgenza vera: trasmetterlo ai figli, ai parenti, ai vicini, a ogni fratello. Traboccare del Gloria degli angeli, dell’Alleluja di chi è in salvo dal male, dell’Osanna che attraversa i cieli, della memoria rassicurante di quel Padre che attende con una pazienza infinita, di quello straniero che viene a soccorrerci, di quel Dio che si cinge i fianchi, si inginocchia davanti ai nostri piedi capaci solo di incespicare (il peccato…) e li lava con il suo sangue dell’alleanza, di quel Creatore dell’universo che desidera dall’eternità, nell’eternità, passeggiare con noi nella brezza di un tempo che non riusciremmo a immaginare più mite e mostrarci ogni rosa del suo giardino.

La Chiesa dei primi secoli è stupefatta, rapita, e i missionari corrono: non li fermano le tempeste, gli agguati, il carcere, la fame, la sete, la povertà. Ci sono testimonianze di cristiani partiti dalla Siria e giunti fino al Tibet, a sfiorare l’America dalla parte opposta rispetto a Colombo, mille anni prima di lui, per portarvi l’annuncio bello e buono, il Vangelo, che adesso basta tirare fuori il telefono ed eccolo lì a disposizione, e ce lo stiamo dimenticando…

Il Concilio Vaticano II dice ai figli della Chiesa: dentro di voi deve battere il cuore del vostro Battesimo, che è la Pasqua del Signore. Siete morti con il Salvatore nell’acqua che è scesa sulla vostra testa a seppellirvi e siete nati a vita nuova con lui. La paura ora è lì, in quell’acqua. La freddezza, il cinismo, l’egoismo, la viltà, le trame del maligno: sono lì e voi siete invece figli nel Figlio, dolcemente amati dal Padre. E anche se la fragilità vi distorce le ossa, vi scava la carne, vi toglie la voce, la vista, l’udito, il futuro e vi rende l’immagine stessa del fallimento e della bruttezza, in voi c’è il trionfo della vita e del Signore della vita, l’unica vittoria che non può essere superata e smentita. Finché camminate per tornare da quel Padre che attende nell’eternità e sospirate per i fiori di quel giardino, la sfortuna non vi può vincere, anche se tutto crolla. E tutto crollava intorno ai cristiani dei primi secoli, tra guerre, carestie, pestilenze, persecuzioni.

Con la riforma della Liturgia, il Concilio Vaticano II ha voluto restituire alla Chiesa l’ardore delle origini. Chi vede modernità, disinvoltura, presenza forte nell’attualità non deve mancare di accorgersi di quanto i Padri vescovi abbiano provato a tornare al centro della fede, il più possibile vicino a Maria, a Giovanni, a Maddalena che stringe le braccia intorno all’albero della Croce pregando di poter assaporare almeno una goccia di quel Sangue.

Già le parole con cui Papa Giovanni XXIII inaugurava i lavori conciliari devono invitarci a ripensare la riforma liturgica come strumento privilegiato dell’agire pastorale della Chiesa, che si propone, nelle celebrazioni, di portare nel modo più efficace possibile gli uomini del nostro tempo all’incontro con la Pasqua di morte e risurrezione del Signore:

«Il nostro lavoro non consiste […] nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato […]. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame […], occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo […], occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale» (Discorso del Papa Giovanni XXIII per la solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II – 11 ottobre 1962, nr. 4-5).

Il primo documento messo a punto è la costituzione sulla sacra Liturgia: la Sacrosanctum Concilium. Fin dall’incipit emerge il suo afflato pastorale: «Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della Liturgia».

Questa prospettiva viene precisata al numero 21: «perché il popolo cristiano ottenga […] le grazie abbondanti che la sacra Liturgia racchiude […] l’ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria».

Non, dunque, un “aggiornamento” o la semplice sostituzione della lingua latina con le lingue nazionali, ma la consapevolezza della necessità di celebrare il dono di Dio attraverso la ricchezza antropologica dei linguaggi dell’uomo, dei segni simbolici, delle arti e della bellezza. Così la riforma dei testi e dei riti in nome di una partecipazione più ampia del popolo cristiano alla Liturgia ha interessato diversi livelli, a cominciare dai libri liturgici. Il Messale Romano è stato rielaborato come il “libro” di tutto il popolo cristiano, intendendo il rito della Messa come una “sinfonia” ecclesiale dove agiscono, ciascuno secondo il proprio ministero, il vescovo, il presbitero, il diacono, i lettori, il salmista, gli accoliti e i ministranti, i cantori, i musicisti, l’assemblea tutta.

 

L’opera di Cristo nella Liturgia

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso:

« Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro » (Mt 18,20).

Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.

Questo importantissimo paragrafo 7 della Sacrosanctum Concilium chiede anzitutto di riconoscere che a Cristo crocifisso e risorto va il primato assoluto dell’agire liturgico, mostrando, nei testi delle preghiere e nei riti, che il compito fondamentale della Chiesa, mentre celebra i divini Misteri, è cogliere in essi la presenza dell’opera salvifica del suo Signore. È un’intuizione che dobbiamo alla teologia del Movimento Liturgico, che, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ha visto numerosi ricercatori coltivare studi approfonditi sul rito cristiano, riaccendendo intuizioni che erano state dell’epoca patristica. Da quel patrimonio di riscoperte, tra cui il canto gregoriano e le catechesi mistagogiche arcaiche, Pio XII ha tratto spunto per la prima enciclica della storia dedicata interamente alla Liturgia, la Mediator Dei, pubblicata nel 1947, in un contesto di grandi tensioni tra conservatori e progressisti. Il Papa cercava di pacificare gli uni e gli altri, chiedendo di ricordare che il celebrare della Chiesa non è “decoro estetizzante” né “ideologia”.

Chi ha dimestichezza con le Scritture sente echeggiare nel titolo dell’enciclica un passaggio della Lettera agli Ebrei. Il “Mediatore di un’alleanza nuova” tra l’umanità e la divinità è Gesù Cristo:

Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.” (Eb 9,11-15)

Nell’antica alleanza c’erano il sacerdozio del Tempio e lo zelo dei leviti, che avevano il compito, ogni giorno e più volte al giorno, di offrire animali a Dio come sacrificio espiatorio. Ma la Lettera agli Ebrei fa riferimento a un’immolazione che non viene dall’uomo: è Dio stesso che, attraverso Cristo, si offre. L’atto dell’offerta personale, esistenziale, del Signore Gesù non è assimilabile al culto giudaico, che prevedeva il ripetersi dei sacrifici. Egli entra nel regno del Padre “ephapax”, “una volta per tutte”, morendo sull’altare della Croce. L’Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo genera all’interno dell’evento pasquale la propria manifestazione e la salvezza che la Pasqua rivela e realizza dipende dal fatto che la Carità di Dio non è una qualità accessoria, ma il totale sacrificio di sé. Nel sangue di Gesù scorre l’Amore trinitario, l’Agape, la Carità che dal Padre va al Figlio e dal Figlio al Padre, dove è l’origine di ogni creare e ricreare.

Ecco il nuovo culto: il Sommo Sacerdote, il Mediatore della nuova alleanza, il Signore Gesù, si sostituisce al Tempio e la sua vita stessa è l’offerta sacrificale.

Occorre però indagare il senso profondo dell’avverbio ephapax per comprendere che relazione ci sia tra l’unica Pasqua e il suo essere data, nel contesto dell’ultima Cena, “per le moltitudini”, toccando la molteplicità dei casi. Dio irrompe nella vicenda del mondo con una dinamica che non lo blocca in un determinato momento, perché le sue azioni e le sue parole trascendono spazio e tempo. Paolo, nella Lettera ai Galati (4,4), legge l’incarnazione, l’evento con cui il Verbo entra nella storia, come la pienezza del tempo: il tempo, cioè, raggiunge il suo fine e la vicenda degli uomini un compimento ineguagliabile, che ha nella Pasqua il culmine. Essa è il mistero di salvezza che il Signore realizza come “ricapitolatore” (cfr. Ef 1,10) della storia; dietro le tenebre della Passione si realizza “una volta per tutte” l’obbedienza perfetta del Figlio al Padre, che ridona al cosmo la “logica” originaria dell’alleanza d’amore. Tutto ciò che Gesù ha detto e fatto è portato, lì, a pienezza: condurre l’uomo dalla morte (dal peccato) alla vita, dalle tenebre alla luce. Le azioni che raccontano ripetutamente i Vangeli di ridare la vista ai ciechi vogliono significare – come afferma Giovanni – che Cristo è la luce del mondo; quando risuscita Lazzaro, egli manifesta di essere la vita del mondo. Tutto testimonia che la sua parola è quella di un Dio efficace.

L’enciclica di Pio XII voleva spostare l’attenzione da un’idea di culto inteso come azioni cerimoniali che la Chiesa compie verso Dio per esprimere la propria fede – opera degli uomini – a una Liturgia dove ciò che si realizza è Cristo a compierlo – opera di Dio. Il Papa scrive: “La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come capo della Chiesa e il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo”.

Nella Liturgia è dunque in atto la pienezza dell’opera redentrice di Gesù Cristo, la nuova creazione, che non si limita a situarsi in un punto preciso del passato, ma è avvenuta “una volta per tutte”.

La costituzione Sacrosanctum Concilium, al numero 7, riprende e amplia l’intuizione della Mediator Dei, spiegando che, mentre celebriamo i divini Misteri, il Signore, il Sommo Sacerdote della nuova alleanza, offre sé stesso all’eterno Padre e associa a sé la Chiesa, sua amata Sposa, perché per mezzo dei segni sensibili impari – nell’obbedienza della fede – a unirsi a questo sacrificio di lode, per la gloria di Dio e la santificazione dell’uomo.

Nelle azioni liturgiche è come se il cielo sopra di noi si aprisse: diventiamo partecipi dell’evento pasquale e siamo compresi in esso. L’ephapax va a toccare tutte le singole situazioni e condizioni dell’umanità e del cosmo.

Il rito cristiano non è un discorso su Gesù, un’ideologia, uno sforzo di devozione, ma un’azione del Salvatore del mondo che noi accogliamo nella fede. Per i Padri conciliari è addirittura la più grande azione della vita della Chiesa. Ed è trinitaria e pneumatica: dov’è il Figlio, lì opera anche lo Spirito. L’Ordinamento delle letture della Messa (reperibile sul Lezionario domenicale-festivo – Anno A, da p. 15 ss.) lo ha ben presente mentre ricorda quanto il Soffio divino soccorra continuamente il nostro fare e il nostro dire: “L’azione dello stesso Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l’azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio vien detto per l’intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l’unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione.” (n. 9)

 

Il fondamento ecclesiologico

Le parole e le azioni rituali sono il compiersi della salvezza, non un estrinseco “cerimoniale”. La relazione generata da Cristo rigenera la Chiesa e la rende capace di diventare quello che è chiamata a essere. Il celeberrimo numero 10 di Sacrosanctum Concilium afferma che la Liturgia è “la fonte e il culmine della vita della Chiesa”.

Poiché il primo soggetto è Cristo, il mistero che è in opera nel nostro celebrare è duplice: temporale-incarnato (storico-rituale) e celeste-trascendente (divino-invisibile). Come nell’unità della Persona divina del Verbo sussistono due nature, quella umana e quella divina, distinte ma mai separabili, la Liturgia vive contemporaneamente di due dimensioni: una incarnata, storica e rituale, e un’altra celeste, divina e spirituale. Ogni azione liturgica è tutta umana e tutta divina, in quanto esercitata dal corpo mistico, cioè dalle membra che fanno parte del corpo di Cristo, che siamo noi, coloro che nel Battesimo sono rinati dall’acqua e dallo Spirito.

Mentre celebra il culto, fermo restando che il primo soggetto è il Signore, la Chiesa diventa il soggetto derivato. In stretta connessione con l’operato di Cristo, essa – intesa nella sua identità battesimale e nella varietà dei ministeri e carismi – agisce in modo conforme al Capo, che non può essere separato dalle membra.

Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale «morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita». Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

Pertanto, come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l’opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica. […] La Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo «in tutte le Scritture ciò che lo riguardava» (Lc 24,27), celebrando l’eucaristia, nella quale «vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte» e rendendo grazie «a Dio per il suo dono ineffabile» (2 Cor 9,15) nel Cristo Gesù, «a lode della sua gloria» (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo.” (Sacrosanctum Concilium 5-6)

Non siamo noi che nelle azioni liturgiche rendiamo Cristo presente nell’oggi, ma è Cristo che si rende presente alla sua Chiesa, che partecipa come a una epifania di sé stessa, perché il Signore, associando a sé il suo corpo mistico, la mostra quale “ekklesia”, la comunità dei chiamati. Il volto della Chiesa è rivelato mentre “si riunisce in assemblea” e quando una Chiesa locale celebra la Liturgia con il proprio Vescovo, lì si manifesta l’invisibile mistero della Chiesa universale. Senza le celebrazioni liturgiche, essa morirebbe, perché le sue declinazioni interne si esprimono attraverso il manifestarsi dell’ufficio regale di Cristo, che ha nella Carità la propria sostanza.

Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo, volendo continuare la sua testimonianza e il suo ministero anche attraverso i laici, li vivifica col suo Spirito e incessantemente li spinge ad ogni opera buona e perfetta.

A coloro infatti che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, concede anche di aver parte al suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, in vista della glorificazione di Dio e della salvezza degli uomini. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre frutti dello Spirito sempre più abbondanti. Tutte infatti le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell’eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso.” (Lumen Gentium 34)

La Liturgia non è opera “a porte chiuse”: dona ai fedeli l’Amore divino che sono mandati a portare ai popoli di ogni lingua, popolo e nazione. Li conforta e li accende del desiderio di annunciare la notizia che rallegra, innescando una dinamica di evangelizzazione missionaria.

La Liturgia – opera del Risorto – è anticipo del Regno di Dio, in quanto manifesta il volto della Chiesa senza ruga e senza macchia, che si compirà solo nella Gerusalemme celeste:

Nella Liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla Liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l’inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria.” (Sacrosanctum Concilium 8)

 

Cristo e le Scritture

Qual è il senso teologico della Liturgia della Parola?

Vi sono molte forme di ascolto della Scrittura, con le quali può essere interiorizzata, spiegata, analizzata, ma la Parola di Dio, nella Liturgia, non si legge e non basta dire che si proclama: essa viene celebrata. C’è una differenza sostanziale, ontologica perfino, tra la meditazione dei testi biblici in una conferenza o nel proprio studio privato e ciò che avviene durante l’Eucaristia.

Il Pontificale Romano Germanico del secolo X annota: “Si legge il Vangelo nel quale Cristo di sua bocca parla al popolo” (XCIV, 18).

Celebrare la Parola di Dio è tutt’altro che impegnarsi in una pomposa declamazione. Non è neanche il disporsi in un atteggiamento didattico-meditativo, come avviene con l’omelia o la consultazione dei sussidi nei quali si va in cerca di informazioni utili.

Più che coltivare l’immediato rimando alla Bibbia, è più fruttuoso considerare lo svolgersi della Liturgia della Parola in una prospettiva “architettonica”.

Erat autem in loco, ubi crucifixus est, hortus, et in horto monumentum novum, in quo nondum quisquam positus erat.” (“Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.”) (Gv 19,41)

Gesù viene deposto in un sepolcro scavato nella roccia, che diventa il luogo del suo stare.

Nel testo di Giovanni, il termine greco “mnemeion”, tradotto in italiano con “sepolcro” e nella Vulgata di Girolamo con “monumentum”, rimanda a un orizzonte di significati complesso. “Mnemeion”, “monumentum” indica una struttura architettonica che serve a ricordare una persona importante.

Quando, nel IV secolo, nelle chiese costantiniane si cominciarono a costruire i luoghi dedicati alla celebrazione, l’edificazione avveniva intorno a due elementi architettonici eminenziali: l’altare e l’ambone.

L’ambone – come l’Evangeliario, il libro dei santi Vangeli, di cui era monumentum – serviva a generare un’azione rituale: la celebrazione della Parola, con la quale non si voleva tanto realizzare una lettura di un brano biblico quanto ricevere una manifestazione del Verbo.

L’altare veniva collocato sull’asse ponente/oriente. L’ambone sull’asse meridione/settentrione. La sua struttura classica prevedeva: una rampa di scale per la salita, una loggia (a volte anche un’altra minore ad altezza intermedia), una rampa di scale per la discesa.

Il significato di una simile edificazione monumentale si comprende – come ha magistralmente suggerito Crispino Valenziano – solo riconoscendo in essa quel monumentum (cfr. Mc 16,46; Gv 20,11; Lc 23,53): il sepolcro nuovo cui si sono recate le donne e poi Pietro e Giovanni, scoprendo che davvero il Maestro che li aveva invitati a stare con lui era vittorioso sulla morte.

Il termine “ambon” probabilmente deriva dal verbo greco “anabaino”, “salire”, (anche se vengono proposte altre etimologie, che però non spostano in modo rilevante la semantica) e designa un luogo elevato, dove è possibile per i lettori e i diaconi dare lettura dei testi sacri. Alto, perché “Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!” (Is 40,9), “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunziatelo dalle terrazze” (Mt 10,27).  Esso è il “luogo elevato”, la “bocca della Chiesa”, il “giardino del sepolcro nuovo”, ornato di fiori e profumi, da cui risuona l’annuncio che l’angelo ha dato alle donne il primo giorno dopo il sabato (Mc 16,6) e che Maria Maddalena ha riferito ai discepoli (Gv 20,18): Cristo è risorto!

L’attuale “ambone” delle nostre chiese viene posto lungo la corda di recita, la quale non deve essere oltrepassata (come in teatro), punto che delimita l’azione in cui gli “attori” sono ben visibili dall’assemblea, ma ciò snatura completamente il suo senso. Dovrebbe stare nell’aula, ecclesialmente, non sul santuario-presbiterio, clericalmente. Non è un “leggio” inserito per dare lettura di un libro davanti a un pubblico. È piuttosto, come scriveva Germano di Costantinopoli (634-733), “l’icona del Santo Sepolcro”. È il contesto ambientale in cui vengono celebrate le Parole della Scrittura, che “gradualmente”, a partire dal racconto di Genesi, si riferiscono al Vangelo. I discepoli di Emmaus non avevano compreso che tutti i versetti dell’Antico e del Nuovo Testamento altro non fanno che parlare del fatto che Cristo dovesse “patire e risorgere dai morti ed entrare così nella sua gloria”, anticipando dietro innumerevoli figure la Pasqua (Lc 24,27). La Chiesa accoglie quest’unica vera buona notizia, ascoltandola come dalle labbra di Gesù stesso, mentre si celebrano nella Liturgia le Scritture.

L’ambone della basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, secondo il racconto di un diacono silenziario, aveva un’altezza di oltre dieci metri. In cima, sulla loggia di pietra, svettava una cupola, intorno alla quale c’erano alberi e fiori che ne facevano il monumento della Parola. Non si può non notare, tenendo conto dello sforzo che richiedeva l’edificazione di simili strutture, quanto fosse profondamente sentito il bisogno di dare visibilità alla forza del Verbo di Dio.

Il simbolo dell’ambone vuol dire roccia, elevazione, parola che discende con potenza, che illumina e riscalda il gelo che incontra; per questo è posto a meridione e guarda verso settentrione. Il monumentum“parla” in modo orientato (diretto verso un “centro” che ascolta), dalla luce e dal calore zenitale verso il freddo-buio del nord, in quanto da quel luogo elevato esce un Verbum che scalda, ma anche perché è la zona “delle donne”, le prime a sentire l’annuncio del Risorto, che per tradizione sedevano nell’assemblea a sud.

L’ambone è posto dentro un giardino-orto adorno di fiori. Sono quelli dell’equinozio di primavera, premuti dai passi del Signore che si avvicina a Maddalena mentre lei piange le lacrime di tutta l’umanità. I fiori posti accanto all’ambone disegnano simbolicamente il luogo preparato per noi dall’origine del tempo; per questo meritano ogni cura e amore. Non sono un abbellimento, ma una metafora pasquale, come la pietra del monumentum, la nube dell’incenso che tutto ricopre, la luce che portano gli accoliti (allusiva al cero pasquale, il cui candelabro spesso formava un tutt’uno con l’ambone).

Le parole che sgorgano da quel luogo sono il Verbum abbreviatum: è una sola, infatti, la buona notizia, l’eu-angelion: “Non è qui. È risorto”.

Dalla roccia elevata, un angelo-diacono in bianche vesti annuncia la risurrezione di Cristo. È sotto una cupola, come la volta di Costantino nell’Anastasis a Gerusalemme, l’unica basilica al mondo dove non è mai stato costruito un ambone, perché il Vangelo veniva cantato all’ingresso del Santo Sepolcro. E il turibolo fumigante, che crea tutt’intorno una nube, racconta al popolo che lì non c’è odore di putrefazione, ma il profumo della vita. Il Vescovo è a capo scoperto e si nasconde dietro il pastorale, perché lui deve sparire mentre parla il Pastore grande delle pecore.

Un accolito fa ondeggiare alle spalle del lettore il turibolo e disegna nell’aria una nube d’incenso che a poco a poco vela tutto, come quando Gesù è trasfigurato sul monte Tabor. Ed è proprio l’evidenza che non possiamo vedere, che i nostri occhi non bastano, a permetterci di avvicinarci a Dio nella fede. Il mysterion velato fa appello alla memoria ardente e umile di chi crede.

Mentre i lineamenti della persona che legge sfumano nella nube, l’assemblea può davvero sentire di avere di fronte il Risorto che annuncia la salvezza. Il libro non è più carta e inchiostro; da esso divampa una Parola “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio”, che “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

Anche l’Evangeliario, il libro liturgico che contiene i quattro Vangeli (e solo essi), è oggetto-suppellettile, superamento ‘eccentrico’ e simbolico del mero livello testuale delle Scritture. Secondo la luminosissima distinzione di J.L. Marion, è icona e non idolo: non dipende dallo sguardo umano che lo scruta, ma è figura di ciò che è invisibile.

“Poiché l’annuncio del Vangelo costituisce sempre l’apice della Liturgia della Parola, la tradizione liturgica sia orientale che occidentale ha sempre fatto una certa distinzione fra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con la massima cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture. È quindi molto opportuno che anche attualmente nelle cattedrali e almeno nelle parrocchie e chiese più grandi e più frequentate ci sia un Evangeliario splendidamente ornato, distinto dall’altro libro delle letture.” (Ordinamento delle letture della Messa n. 36).

L’Evangeliario è preso, entra, compare, dice-bellezza, è portato, elevato, intronizzato-cristificato, offerto, visto, posato, ri-preso da chi è stato benedetto, accompagnato dal canto allelu-Ja(hve), elevato, portato in cima al “monumento”, circondato dalla santa synaxis, illuminato, disigillato (come il libro dell’Apocalisse), aperto, salutato, incensato, cantato, ascoltato obbedienzialmente (anche dai vescovi – a capo scoperto, ma con autorità apostolica e pastorale), ri-preso, ri-portato, baciato, reso segno di benedizione, custodito, accolto, gustato, creduto, misticamente assunto nel silenzio del cuore… Resta testimone visibile-sacramentale di un depositum fidei, con-segnato, ricevuto, ‘proveniente’, ecclesiale, rinviante all’essenza della fede.

Alla fine della celebrazione della Parola del Signore, il diacono prende l’Evangeliario, lo bacia, lo alza in modo che l’assemblea capisca che non è parola scritta e che ogni volta che si legge il Vangelo all’ambone si è davanti al Risorto. Il diacono infatti lo canta, perché non sappiamo più in quale modo dire al popolo che è Parola del Cristo che ha vinto la morte. L’assurdità del canto esalta ancora di più il fatto che quanto avviene nella Liturgia si collochi oltre la mera materialità dei segni e sia presenza dell’Agnello immolato e ritto.

L’ambone, spazio “abitato” dall’angelo “diacono evangelico” (servo del “bell’annuncio”), che canta l’eccentricità della lieta notizia, accetta i lettori, il salmista, il vescovo (o il presbitero) per la cristificazione pasquale delle Scritture, memoria dell’esegesi di Emmaus. Dopo ciascuna delle tre letture, l’edizione “tipica” del Lezionario, messa a punto da Paolo VI per applicare la riforma del Concilio Vaticano II, ci chiederebbe di acclamare sempre Verbum Domini, che significa “Parola del Signore” – e noi sappiamo che nella Liturgia il Dominus, il Kyrios, è il Risorto. Un’unica acclamazione e non, didascalicamente, come nella traduzione in uso: “Parola di Dio” per l’Antico Testamento e l’Apostolo e “Parola del Signore” per il Vangelo. La Liturgia evita di dividere i Testamenti ed è solo la melodia del canto gregoriano, nella sua ineguagliabile genialità, a mostrarci come nell’Antico la Pasqua vada cercata molto a fondo, nelle parole dell’Apostolo sia prossima e nei Vangeli sia finalmente attinta e la Chiesa, la Sposa, possa cantare con un melisma celestiale la lode dello Sposo trionfante.

Al termine della prima lettura è previsto un intervallo di quinta: il tono diventa grave. Si deve scendere in profondità per cercare, tra le gesta di Sansone o i dolori di Giobbe o le avventure di Giuseppe in Egitto, il Risorto:

Dopo l’Apostolo, un intervallo di terza, perché occorre scavare, ma meno:

E dopo il Vangelo è tutto un melisma ascendente. Si aprono le parole del regno dei cieli, il Risorto ha fatto irruzione:

E come risponde la Sposa? Dopo l’Antico Testamento, compostamente:

Deo gratias

Con il cuore che si solleva, dopo la seconda lettura:

Deo gratias

Ma appena il Risorto è davanti a Maddalena e le dice “Myriam”, lei grida, si butta ai suoi piedi e comincia a baciarglieli, ad adorarlo. La santa madre Chiesa, come Maddalena impazzita d’amore, gli risponde:

Laus tibi, Christe……..

Un melisma interminabile. La Chiesa non finisce più di mostrargli quanto lo ama. Perché, se non lo amiamo, nella Liturgia della Parola, cosa facciamo? La Liturgia della Parola è Maddalena nel giardino pasquale.

Il nostro celebrare l’opera di Dio genera l’amore che ci converte, che ci porta dentro la vita concreta, che ci fa fare le opere della carità, servire i poveri, diffondere la pace, perdonare le offese. È l’amore che ci cambia, non le prediche.

 

LA LITURGIA DELLA PAROLA

«La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella santa Liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio sia del Corpo di Cristo» (Dei Verbum 21).

La Scrittura, celebrata come presenza reale del Signore vittorioso sul peccato e la morte, porta la Parola di Dio in una dimensione che va oltre il libro e ci invita a decodificarla sacramentalmente per poterla assimilare e interiorizzare e rendere ispiratrice delle nostre azioni. Scrive Agostino: «La bocca di Cristo è l’Evangelo. Regna in cielo, ma non cessa di parlare sulla terra. Cerchiamo di non essere sordi: poiché egli parla con voce potente. Cerchiamo di non essere come dei morti, poiché la sua voce è un tuono»(Sermo LXXXV, 1 – PL XXXVIII, 520).

Alla Liturgia della Parola è stata riconosciuta una grande importanza fin dall’antichità, tanto che l’ordo lectorum è il più antico ministero (a parte quello ordinato) della Chiesa ed è attestato a Roma già nel II secolo. Coordinati da un archilector, i lettori esercitavano il proprio servizio sia in un contesto rituale che didattico. Erano preposti infatti alla catechesi e, nell’assemblea liturgica, alla proclamazione delle Scritture.

Nei primi secoli, l’Eucaristia iniziava subito con la Liturgia della Parola; i cosiddetti “riti d’introduzione” erano scarni e si limitavano alla processione d’introito del Papa, che faceva un ingresso solenne, accompagnato dal canto della schola, si prostrava per adorare il Signore (di ciò rimane traccia nel nostro rito del Venerdì santo), poi saliva da solo l’altare e, dopo l’orazione “colletta” che radunava l’assemblea, si sedeva e tutti facevano altrettanto. La Messa entrava nel vivo della propria forza con la Liturgia della Parola e questa prima parte era detta “Missa cathecumenorum”, o “Missa didattica”, in quanto se ne poteva trarre un’istruzione sui contenuti della fede cristiana. Vi partecipavano anche i catecumeni, che poi erano invitati a uscire prima della preghiera dei fedeli perché, mancando del Battesimo, non avevano in sé lo Spirito Santo che potesse gridare: “Abbà! Padre!” (cfr. Rm 8,17; Gal4,6).

Ben presto si è definito un preciso rituale per la Liturgia della Parola, che prevedeva determinate formule, un tono recitativo diverso per la cantillazione del Profeta, dell’Apostolo e del Vangelo, la presenza di un luogo proprio (l’ambone), l’uso di vesti liturgiche per i lettori e di libri riservati a loro. È interessante notare che da sempre la Liturgia della Parola poteva essere celebrata nelle lingue d’uso, anche quando l’anafora, il canone eucaristico, non abbandonava il greco delle origini.

Le letture, nei primi tempi, erano tratte direttamente dalle pagine della Bibbia e bisognava conoscere l’arte di spezzare il brano, dandogli un incipit e un explicit liturgico. Nel VI secolo, hanno cominciato a circolare elenchi di pericopi già pronte e a essere realizzati libri per raccoglierle: i Lectionaria (con brani tratti dall’Antico Testamento), l’Epistolarion (con le lettere del Nuovo Testamento) e infine l’Evangeliario (che riportava i quattro Vangeli nella loro interezza). Esso è stato subito inteso come presenza reale del Risorto, tanto che il canto di questo libro era riservato al vescovo in persona e non al diacono.

Il numero delle letture variava a seconda delle aree geografiche: in Siria (nelle zone intorno ad Antiochia, città tra le più importanti per il cristianesimo delle origini) si leggevano quattro brani (il Profeta, una pericope dai libri sapienziali dell’Antico Testamento, l’Epistola e il Vangelo). A Roma sempre tre (il Profeta, l’Apostolo, il Vangelo); ne sono traccia i nostri canti interlezionali, pausa meditativa tra lettura e lettura: il salmo e il canto al Vangelo, che si sono ritrovati innaturalmente tangenti quando il Concilio di Trento ha eliminato l’Antico Testamento, restituito alla Liturgia solo dal Vaticano II come prima lectio delle tre festive.

La Messa attuale, secondo l’impostazione che le ha dato la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, è scandita da una serie di letture che vanno da un minimo di due, nelle celebrazioni feriali, a un massimo di tre, in quelle festive, eccezion fatta per la Veglia pasquale, dove i brani biblici abbondano (fino ad arrivare a nove: sette dall’Antico Testamento e due dal Nuovo), “fossile” liturgico delle epoche in cui c’era la necessità di permettere al celebrante di battezzare e cresimare coloro che dovevano ricevere i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana.

Le letture del giorno compongono una sorta di unità tematica, ora più ora meno esplicita, assecondando un intento didattico, che tuttavia non deve farci dimenticare che la Liturgia è potenza sulla storia e sul mondo, nell’umiltà semplicissima dei segni. Infatti l’Ordinamento delle letture della Messa, dopo aver definito la struttura del rito, non manca di richiamarne il significato teologico: “Ogni Messa presenta tre letture: la prima tratta dall’Antico Testamento; la seconda dall’Apostolo (cioè o dalle Lettere o dall’Apocalisse, secondo i diversi tempi dell’anno); la terza dal Vangelo. Con questa distribuzione si pone nel debito rilievo l’unità dei due Testamenti e della storia della salvezza, incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale.” (n. 66)

Perché non ci siano passaggi della Bibbia che vengano trascurati, varia negli anni la selezione delle pericopi. Il ciclo festivo è suddiviso in anno A, anno B, anno C, e quello feriale in I (dispari) e II (pari), che si succedono a ruota.

Nell’anno A viene letto Matteo, nell’anno B Marco, nell’anno C Luca. Giovanni è presente nel Lezionario festivo dell’anno B, nel periodo estivo, e nel Tempo di Pasqua e nelle ultime tre domeniche di Quaresima dell’anno A, quando si traggono da esso le pagine dove più limpidamente è riconoscibile un rimando al Battesimo (al quale, nella Chiesa costantiniana, le cinque settimane prima della Pasqua volevano essere un periodo di preparazione): la Samaritana al pozzo (il Battesimo è quell’“acqua viva”), il cieco nato (il Battesimo è “illuminazione”), la risurrezione di Lazzaro (il Battesimo “fa nascere a vita nuova”).

Il ciclo feriale non prevede che varino le pericopi del Vangelo: unica a cambiare è la prima lettura, tratta dall’Antico Testamento oppure dalle Epistole o dal libro dell’Apocalisse. Nel Tempo di Pasqua, ricorrono gli Atti degli Apostoli, con i quali “si pone in risalto che proprio dal mistero pasquale ha inizio la vita della Chiesa”. Secondo la stessa logica, “la lettura dal libro di Isaia, specialmente nella sua prima parte, è assegnata dalla tradizione all’Avvento. Tuttavia alcuni brani del medesimo profeta sono letti nel tempo natalizio. A questo stesso tempo liturgico è assegnata la prima lettera di Giovanni.” (Ordinamento delle letture della Messa n.74).

 

I LIBRI

La relazione tra il Logos rivelato e la Liturgia appartiene da sempre alla teologia cristiana, cosicché Origene poteva dire, all’inizio del III secolo: “Voi che abitualmente assistete ai divini Misteri sapete anche quale rispettosa precauzione riservate al Corpo del Signore quando vi è offerto, per paura che ne cadano delle briciole e che una parte del tesoro consacrato venga perso. Poiché voi vi sentireste colpevoli, se per vostra negligenza qualcosa andasse perso; e in questo avete ragione. Se dunque quando si tratta del suo Corpo, voi avete giustamente una tale precauzione, perché dovrebbe la negligenza verso la Parola di Dio meritarvi un minore castigo di quella verso il suo Corpo?” (In Exodum homiliæ, PG XII, 391D).

Il Logos rivelato si trasfigura – nella celebrazione dei divini Misteri e solo in essi – in Logos celebrato, visibile presenza sacramentale di Cristo. Operazione fondamentale di questa rinnovata prospettiva è stata l’apparizione del Lezionarium Romanum, iniziata subito dopo il Concilio Vaticano II: nel 1970, come Editio typica, e, per conto della Conferenza Episcopale Italiana, in traduzione italiana, a partire dal 1972 fino all’attuale versione in uso dal 2007. Tale operazione di recupero di un libro ormai smarrito (dopo l’introduzione del Messale plenario) ha consegnato alla Chiesa una sorta di “precipitato verbale” del suo ascoltare, accogliere, “masticare”, meditare, ricordare e memorizzare la Parola che salva. Il Logos rivelato non è un’idea, un’astrazione, un “pensiero”; al contrario, esso è stato detto, ascoltato, scritto; ma ancora si può ascoltare, dire, proclamare, celebrare, “fissare”, scrivere. Sta in un libro perché sia fruibile, “incarnato”, appaia ai nostri cuori, mentre colui che legge presta a Dio la voce e, nella santa assemblea, annuncia il Salvatore crocifisso e risorto.

Il libro liturgico appare quale segno visibile, “incontrabile”, fruibile di quel Verbo che, dopo aver posto la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), ci ha parlato con confidenza, perché tutto ciò che ha udito dal Padre ha voluto e vuole farlo conoscere anche a noi (cfr. Gv 15,15).

La sacra Scrittura è “scritta” in quanto viene da Dio ed è consegnata nella Chiesa per ognuno. Essa è Parola eterna, che non conosce deformazione né è soggetta a privata spiegazione (cfr. 2 Pt 1,21), ma allo stesso tempo si trasforma in evento celebrato e comprensibile all’uomo, riconoscibile. La Liturgia, azione di Cristo e risposta fedele della Chiesa che accoglie, nasce da un testo che sta davanti a noi, ricevuto da una Traditio e che si aggiorna in ogni epoca della storia. È allo stesso tempo una realtà istituita, anteriore a noi, e un evento vissuto e celebrato da noi e per noi. È “oggettiva”, perché da Dio, ed è “creativa”, perché per l’uomo.

Il Lezionario come libro liturgico permette al Logos rivelato di trasformarsi in evento simbolico-rituale e per questo trova senso solo nell’atto celebrativo. Il libro, nel contesto dei santi segni del rito cristiano, indica come quella lectio sancta sia unica e non riconducibile a qualunque altro tipo di lettura. Si comprende perché allora il Lezionario, strumento dell’atto sacramentale con cui il Logos stesso – realmente presente – parla alla Chiesa, abbia assunto una forma visibile e materiale che tenta di coniugare bellezza e ricchezza iconografica e cromatica.

Questo libro è parte integrante e inscindibile del ben più “grande libro” necessario alla celebrazione dell’Eucaristia, che si compone di: Evangeliario, Lezionari, Messale o eucologio, libri per il salmista, per il canto, per la preghiera universale.

Attualmente possediamo nove Lezionari. Tre volumi sono dedicati alle letture del ciclo domenicale e festivo dell’anno A, dell’anno B, dell’anno C. Altri tre a quelle del ciclo feriale: uno per il Tempo ordinario, anno I (dispari); uno per il Tempo ordinario, anno II (pari), uno per i Tempi forti (Tempi di: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua). E ancora: uno per le feste, le memorie o le solennità dei Santi; uno per le Messe rituali (entro le quali si celebrano i Sacramenti); uno per le Messe ad diversa e votive.

L’Evangeliario è l’unico libro “non” liturgico, poiché esso non è il risultato – se non nella sua forma visibile, estetica – di una creazione ecclesiale. Entrando nella santa assemblea, non porta in sé altro che il quadriforme Evangelo del Salvatore. Non è una raccolta dei Vangeli “del giorno”, come fosse un Liber Comicus (ovvero con pericopi genericamente pronte e comode da usare). Irrompe nella Chiesa, “sacramento” audace ma veritiero della presenza del Risorto.

In piena analogia, dunque, con l’incarnazione del Verbo e il suo ingresso nella storia, preghiere e riti vivono del Vangelo e, privi di esso, sono senza fondamento; questo non è solo un principio di fede invisibile, ma deve mostrarsi nella celebrazione di tutta la Liturgia cristiana. La carne del Salvatore necessita di manifestarsi attraverso la “carne” del simbolo, la materia del libro visibile, la presenza fruibile, come in un’irruzione prossemica del Risorto che impone la sua voce scritta-cantata-celebrata alla Chiesa.

 

I CANTI TRA LE LETTURE

Tra la prima lettura e la seconda e tra la seconda e la terza, vengono posti due canti “interlezionali”: il salmo responsoriale e il canto al Vangelo. Nei giorni feriali, in cui sono previste due sole letture, il salmo si ritrova a toccare il canto al Vangelo e così, per evitare una tangenza poco logica, le norme permettono di omettere uno dei due, optando o per il solo salmo o per il canto al Vangelo, oppure suggeriscono di scegliere un salmo allelujatico (specie nel tempo di Pasqua). Quando dunque vi è una sola lettura prima del Vangelo, durante il tempo nel quale si può dire l’Alleluja, si ha facoltà di cantare il salmo e l’Alleluja con il suo versetto, o un salmo alleluiatico, o solamente il salmo, o solamente l’Alleluja; durante il tempo privo dell’Alleluja, è permesso scegliere o il salmo o il versetto prima del Vangelo.

Il salmo responsoriale

Alla prima lettura segue il salmo responsoriale, che è parte integrante della Liturgia della Parola. La sua natura è di essere un canto preso dalla Sacra Scrittura in risposta meditativa e orante alla Parola di Dio; quindi, specialmente nelle Messe festive, esso andrebbe effettivamente cantato. Il cantore del salmo, o salmista, intona i versi all’ambone, mentre tutta l’assemblea sta seduta in ascolto, partecipando di solito per mezzo di un ritornello.

La Chiesa ha da sempre il dono di poter cantare la fede con il Salterio, lirico e ispirato annuncio di colui che nelle sante Scritture di Israele è adombrato e contenuto. Il salmista all’ambone è il profeta che, salito sulle mura di Gerusalemme, annuncia – con la cetra e al suono di strumenti a corde, con le trombe e al suono del corno – che la tristezza è finita, perché il Signore ha liberato Sion dall’oppressione; egli, il Cristo crocifisso e sepolto, oggi (in ognuna delle nostre Domeniche), è risorto dai morti e ha vinto in un prodigioso duello il peccato e la morte.

Risalgono al IV secolo le prime forme attestate di una salmodia responsoriale. La tradizione cristiana ha voluto intercalare il canto artistico e fiorito affidato a un cantore, che interpretava con l’arte del salmodiare il testo biblico, con l’intervento, più semplice nella forma musicale, di un versus responsoriale da parte dell’assemblea. Il successivo nome di “graduale” indicherà una vera e propria meditazione musicale, impreziosita da melismi così arditi da essere riservati al solo salmista o alla schola. Il salmo veniva chiamato così perché lo si intonava sui gradini dell’ambone che andavano dalla loggia inferiore – dove si cantavano il Profeta e l’Apostolo – a quella superiore – riservata al Vangelo, quale cerniera tra le lectiones.

La riforma del Concilio Vaticano II ha ridato ai salmi nella Liturgia – specie eucaristica – tutta la loro rilevanza teologica, spirituale ed ecclesiale, ripristinando l’uso della forma responsoriale (tra salmista e assemblea). Così si realizza in modo mirabile quell’intento di dialogo che la celebrazione della Parola di Dio ha nella Liturgia, come afferma Sacrosanctum Concilium: “Nella Liturgia, infatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera” (n. 33). Non manca tuttavia di opportunità la scelta, in certi contesti celebrativi, di rinunciare a tale forma a favore di quella direttanea, senza ritornello.

Sarebbe necessario che almeno nelle Domeniche alcuni salmisti – ben preparati nella non improvvisabile arte del salmodiare – si adoperassero per far sì che risuonasse ancora con forza il salmo davidico, poesia che la Bibbia ci affida perché possiamo cantare con le parole della Scrittura la fede che la Parola della Scrittura, il Verbo fatto carne, ci ha rivelato. Questo prodigio divino, con il quale Dio si comunica a noi, accende al cuore della Chiesa la sempre nuova nostalgia di dire la fede con arte sublime, di cantare senza fine l’amore di una Sposa per lo Sposo celeste.

Va evitato il più possibile l’impoverimento del salmo. Se non viene cantato, almeno si cambi il lettore rispetto alla prima lettura e si provi a eliminare la forma responsoriale, che appare squallida nella recitazione. Da evitare sempre l’espediente di cantare il ritornello e recitare le strofe, che sono la vera sostanza del salmo, e ancor più inopportuno è il sottofondo musicale: mai nel rito cristiano è bene cedere alla paura del silenzio sacro.

Di solito il salmo si trae dal Lezionario, perché il suo testo è connesso con le letture del giorno. Tuttavia, perché il popolo possa più facilmente cantare il ritornello, si possono scegliere alcuni responsori e salmi per i diversi tempi dell’anno e ordini dei Santi da usare in luogo del testo prefissato.

Il canto al vangelo

Al canto dell’“alleluia” e del versetto prima del Vangelo tutti devono stare in piedi, in modo che non il solo cantore o il coro che lo intona, ma tutto il popolo unisca nel canto le sue voci.” (Ordinamento delle letture della Messa n. 23)

Prima della lettura o della cantillazione del Vangelo, è previsto un canto dominato dall’esultanza dell’Alleluja, anche se certi momenti dell’anno (il Tempo di Quaresima) o circostanze particolari (il Rito delle Esequie) chiedono di sostituirlo con altre formule, come: “Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!”, “Lode e onore a te, Signore Gesù!”, “Gloria e lode a te, o Cristo!” “Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!”.

Il canto al Vangelo canta il Vangelo. Se Alleluja è la parola-palpito che ha in sé la facoltà di riassumere la mirabile sproporzione e paradossalità della speranza cristiana, in questo canto la funzione principale la svolge il versus, il versetto che viene intonato. Come una perla, una pietra preziosissima, splende della luce del Logos e ci invita a comprendere la vocazione pasquale e unitaria dei testi ispirati che si stanno celebrando. Anche quando non è facile riconoscere il nesso con le letture appena ascoltate o il Vangelo del giorno, il versetto è la chiave per entrare nel mistero della Parola di un Dio che vuole rivelarsi alla creatura più bella e amata – l’uomo – preservandone la libertà, suggerendo, invitando, chiamando, chinandosi, non imponendosi.

Dal punto di vista pratico, tanta della virtù insita in questa formula viene meno se non è cantata o se – peggio ancora – si fa la scelta di cantare l’Alleluja e recitare il versetto. Nell’eventualità che manchi un cantore in grado di intonare il versus, meglio recitare tutto quanto, oppure ometterlo.

La sequenza

Il canto della sequenza è obbligatorio a Pasqua e a Pentecoste, con le stupende Victimae paschali laudes(di cui non si può non ricordare la strofa che celebra la vittoria del Salvatore nel prodigioso duello: “mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus regnat vivus”) e Veni Sancte Spiritus. Si tratta di un componimento che dilata il senso di ciò che si sta celebrando nel giorno, il cui testo ha un timbro molto musicale, con rime, ritmo e assonanze. Delle moltissime sequenze composte nel Medioevo, il Messale di Pio V ce ne ha trasmesse solo cinque. Oltre alle due già citate, le tre facoltative sono: Lauda Sion Salvatorem per il Corpus Domini, Stabat Mater per il 15 settembre (memoria della Beata Vergine Maria Addolorata) e Dies irae per le Messe esequiali.

La sede della sequenza è dopo la seconda lettura e prima del canto al Vangelo.

 

Noveritis, exultet, kalenda

Il Noveritis (dall’incipit latino, che in italiano significa: “Voi sapete…”) è il canto dell’annuncio della data della Pasqua e descrive, con un testo pieno di lirismo, il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto quale centro dell’anno liturgico. Secondo un’antica consuetudine, la data della Pasqua e delle altre feste che da essa conseguono viene cantata all’ambone, durante la celebrazione eucaristica dell’Epifania del Signore, da un diacono, o in sua assenza dal presbitero o da un cantore (debitamente preparato), al termine della proclamazione del Vangelo. L’“epifania”, la piena manifestazione di Gesù Cristo come Verbo di Dio e Salvatore del mondo, adombrata nell’Epifania ai santi Magi, si svela infatti e si realizza compiutamente con la sua Pasqua di morte, sepoltura e risurrezione.

È bene che il Noveritis sia cantato, di modo che il testo venga così elevato a vero e proprio elemento rituale, acquistando una risonanza molto più ampia rispetto a quella che gli verrebbe data da una semplice lettura.

L’Exultet, o Preconio pasquale, è il lunghissimo inno che, nella Veglia Pasquale, dice l’incontenibile esultanza del cielo e della terra di fronte alla vittoria della Luce (simboleggiata dalla fiammella del Cero) sulle tenebre, al “trionfo del Signore risorto”. La melodia riprende quella dei prefazi più antichi e anche il testo è molto arcaico, di matrice ambrosiana. L’Exultet ripercorre lo svolgersi della storia della salvezza, dalla “felice colpa” di Adamo, “che meritò di avere un così grande redentore”, fino alla “notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore”. Un tempo le immagini e gli episodi evocati nel canto scivolavano da un rotolo di pergamena giù dall’ambone e sfilavano così davanti agli occhi dell’assemblea.

Il canto della Kalenda, nella notte santa del Natale, viene oggi collocato dopo il saluto trinitario e la breve introduzione alla Messa del celebrante, ma il luogo originario sarebbe al termine dell’Ufficio delle Letture che può precedere la Messa della notte. Il cantore, all’ambone, invita a contemplare l’istante beato della storia in cui, in Betlemme di Giudea, “mentre su tutta la terra regnava la pace”, il Verbo eterno si è fatto carne.

 

OMELIA E PROFESSIONE DI FEDE

Il mistero pasquale di Gesù è presente nella Liturgia della Parola anche quando la Chiesa rende viva e attuale la Parola di Dio attraverso l’omelia e la professione di fede. Il Credo è la preghiera con cui ogni cristiano dovrebbe avere dimestichezza, per la meravigliosa efficacia della sintesi di tutto ciò in cui crediamo e per l’eroismo di chi, nel IV secolo, si è battuto fino allo stremo anche solo per precisare uno degli aggettivi che vi sono contenuti. Questo compendio teologico-catechetico della rivelazione intende significare che la fede va tenuta insieme nella sua interezza. Non possiamo mai estrapolare dal Vangelo qualcosa e assolutizzarlo; c’è sempre bisogno che le verità evangeliche vengano rituffate nella totalità della fede cristiana.

L’assemblea prega il Credo nei giorni di Domenica e nelle solennità, anche scegliendo di cantarlo secondo la nota melodia gregoriana. Quando è prescritto, si può alternare il Simbolo niceno-costantinopolitano con quello detto “degli Apostoli”, proclamando con diverse formule l’unico mistero. Questa preghiera richiama la professione di fede fatta nella celebrazione del Battesimo e si inserisce opportunamente nel Tempo di Quaresima e di Pasqua, nel contesto catecumenale e mistagogico dell’Iniziazione cristiana.

 

LA PREGHIERA UNIVERSALE

Lo Spirito Santo, dono del Risorto, sorregge e illumina la fede della Chiesa e spinge i suoi figli a viverla concretamente nel mondo e nella storia. Effuso nei nostri cuori, con la preghiera universale o dei fedeli ci fa gridare al Padre (cfr. Rm 8,15) le necessità dei fratelli e del mondo intero. Agli albori della Cristianità, l’orazione universale separava la Messa dei catecumeni, congedati al termine dell’omelia, da quella dei battezzati ed era la risposta della Chiesa a quel Dio che si era chinato a parlare agli uomini con la voce delle Scritture ispirate. Nel VI secolo, questo gemito levato verso il cielo cominciò a non farsi più udire e per millecinquecento anni tacque. È stato il Concilio Vaticano II a recuperare l’orazione universale, sottolineando la dimensione ecclesiologica dell’attiva partecipazione dei fedeli alla Liturgia.Il popolo esercita la sua funzione sacerdotale mentre innalza al Padre una supplica per tutti gli uomini.

La macrostruttura rituale della preghiera dei fedeli prevede che chi presiede l’Eucaristia la diriga, inviti con una breve ammonizione l’assemblea a supplicare il Padre e la concluda con l’orazione finale. Le intenzioni sono proferite da un lettore, dal cantore, o dal diacono (in assenza dei lettori). Tutta l’assemblea, poi, esprime la propria preghiera o con un ritornello comune (come “Ascoltaci, Signore” o “Kyrie, eleison”…), dopo che sono state annunciate le intenzioni, o con la preghiera silenziosa. Non sempre infatti la risposta è da affidarsi a una formula: è possibile anche – e sarebbe talvolta prezioso – lasciare spazio a uno scultoreo silenzio.

La riforma liturgica congiunge al Messale l’Orazionale, volumetto che propone testi da intendersi come modello. Nonostante ciò, lo spazio lasciato alla creatività fa sì che l’orazione universale risulti spesso, nelle nostre chiese, deformata, inutilmente verbosa (quasi si dovessero dare spiegazioni a Dio), incapace di raccogliere la verità delle croci che portiamo.

La preghiera dei fedeli non solo manifesta quali siano in noi gli effetti della Liturgia della Parola, ma ci conduce anche a partecipare con maggiore disponibilità alla Liturgia eucaristica, nella quale Gesù Cristo, come Agnello immolato, continua a offrirsi per noi e intercede come nostro avvocato. Chiamata a prolungare nel tempo la missione del suo Capo e Sposo, elevando questa preghiera, la Chiesa adunata, credendo con fede sicura nella comunione dei santi e nella sua vocazione universale, si presenta come la grande intercedente e avvocata per gli uomini.” (Premessa dell’Orazionale n.1)

A torto si crede, gonfiandole di tante parole, di donare alle suppliche più pathos, eppure niente è più accorato dell’immediatezza di una forma litanica: un’intenzione breve, seguita dal grido “Kyrie eleison”. L’Orazionale ripropone anche questo “genere letterario”, tipico dei Padri d’Oriente, che risulta paradossalmente molto pastorale, perché permette che si componga la preghiera ad hoc ogni settimana con rapidità e verità, raccogliendo le urgenze reali di chi è nella prova. “La forma litanica, composta da diverse intenzioni di preghiera, che siano «sobrie, formulate con una sapiente libertà e con poche parole», e da un’invocazione comune ripetuta dai fedeli, conduce l’assemblea ad assumere un atteggiamento orante che la distoglie dai propri interessi particolari e la apre piuttosto alle necessità di ogni persona, favorendo un affidamento fiducioso al Dio della vita. Si tenga presente che nella cura della buona forma della «Preghiera universale» e della sua sintonia con il Vangelo del Regno trova spazio l’azione formatrice dello Spirito Santo, che ci assimila sempre più a Cristo e al suo pregare.” (n. 3)

Sarebbe importante che fossero i diaconi a predisporne il testo, alla luce dei bisogni e dei drammi delle persone che incontrano mentre esercitano il loro ministero della carità.

Il genere della preghiera “romana” – con un succedersi di intenzione, preghiera in silenzio, orazione del celebrante – ricorre ormai quasi solo il Venerdì santo, ma essa andrebbe scelta più spesso per sottolineare il clima di certi giorni dell’anno liturgico, come per esempio il Mercoledì delle ceneri o le Domeniche Gaudete e Lætare (III di Avvento e IV di Quaresima)

La struttura della preghiera dei fedeli è definita nella premessa dell’Orazionale:

La successione delle intenzioni sia ordinariamente questa:

a ) per le necessità della Chiesa;

b ) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;

c ) per quelli che si trovano in difficoltà;

d ) per la comunità locale.

L’articolata struttura della Preghiera dei fedeli mostra come il cuore degli oranti si dilata sulla misura del cuore di Cristo, superando ogni confine.” (n. 2)

In qualche celebrazione particolare, come per la Cresima, il Matrimonio, le Esequie, l’ordine delle intenzioni può riguardare più da vicino l’occasione specifica.

Nel formulare l’introduzione, le invocazioni e la conclusione, è bene curare di rispettare l’antico canone della preghiera liturgica: “Quando si sta all’altare, la preghiera sia sempre rivolta al Padre”.

 

LA VOCE

La lettura di un testo che non abbia semplicemente la funzione di informare è sempre un’arte difficile e non è raro sentire attori famosi declamare poesie con troppa enfasi, scoprire che le trattano con grossolanità, centrando l’attenzione su di sé e le proprie prodezze piuttosto che sul significato e il carattere del brano. La grande letteratura è tale perché al di sotto delle parole è riconoscibile la “voce” dell’autore, un timbro fatto di sottintesi, del premere di un orizzonte di cose taciute, impossibili da definire, affidate al lettore perché le indovini. Dante lo dichiara: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando” (Pg XXIV 52-54); e non è raro trovare poeti che confessano di scrivere “sotto dettatura” e ammettono che il loro genio è obbedire a una voce misteriosissima.

L’analogia con i testi ispirati della Scrittura è evidente. C’è una “voce” da cercare dentro i racconti di Genesi, il parlare di Mosè nel Deuteronomio, il lirismo del Siracide, l’impeto di Amos, il tono oscuro di Giobbe, l’esultanza di un salmo, in Matteo, in Luca, in Marco, in Giovanni, nell’arabesco simbolico dell’Apocalisse. Chi ne dà lettura dovrebbe almeno un po’ intuirla e, certo, a questo giovano la conoscenza del testo biblico e la competenza teologica. Sapere quale ricchezza di significati è racchiusa nel capitolo 9 della Lettera agli Ebrei – cui ha attinto papa Pio XII per la Mediator Dei – farà sì che, all’ambone, il suono dell’avverbio “ephapax” (tradotto da CEI 2008 con “una volta per sempre”) sgorghi dal cuore stesso della nostra fede. Perfino conoscere la storia dei rotoli di Qumran può arricchire il leggere di un arcano riguardo.

Le dolcissime apostrofi di Osea. Le immagini tremende della Lettera di Giacomo. Gesù che piange guardando Gerusalemme, guardando la nostra morte in Lazzaro. La sua Passione, con quel grido che taglia il cielo e la terra. La Sapienza di Salomone. Il salmo 64. “Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!»” (2 Sam 19,1). “Dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (Mc 14,9). “Viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5,25). “Ho sete” (Gv 19,38).

Poi, certo, andare all’ambone significa conoscere la differenza tra proclamare e declamare e, per l’assemblea, “partecipare attivamente” comporta il conoscere la mistagogia dei segni di omaggio, come la signatio crucis prima del Vangelo, che dice il marchio per le pecore del mistico gregge dell’inscindibile alleanza con il nostro buon Pastore.

Ci sono errori da evitare nella pronuncia dei nomi dai suoni inusuali (per esempio “Filèmone”), ma perfino dei testi più noti (l’accento è “Gàlati” e non “Galàti”). Occorre sapere che le sezioni in rosso (le “rubriche”, appunto) del Lezionario non si leggono e che non si deve dire “È Parola di Dio”, lasciando che sia Dio a ripeterci (come già con i profeti, “Oracolo del Signore”) che è la sua Parola, ed evitando di apporre con il nostro “è” una convalida di cui Dio non ha bisogno. Nel caso di un diacono che celebra il Vangelo, questi deve saper integrare le pericopi con gli incipit liturgici e la giusta chiusa, qualora il brano fosse scelto ad hoc e non fosse presente nel Lezionario.

La pagina del Lezionario va decodificata nella sua struttura grafico-estetica, che dà alcune indicazioni distile, come l’accortezza di staccare la formula “Parola di Dio” dal brano appena letto. Non devono mancare, in genere, le pause, per quanto la lettura non vada nemmeno rallentata in cerca di spiritualismi forzati. Il ritmo andrebbe disciplinato in relazione al significato del brano e così il volume della voce, che tuttavia è bene non oscilli troppo e rimanga piano e composto, mai teatrale. Il microfono va trattato con una almeno minima competenza tecnica. I movimenti nello spazio dovrebbero obbedire allo stile “romano”, che non indulge a curve, camminate serpeggianti e passaggi furtivi, ma ha un carattere schietto, lineare, semplice, remotamente marziale, sospeso tra la gravitas e la pietas.

Non è il caso, giunti all’ambone, di fare un inchino verso il crocifisso: un cenno di riverenza con il capo ha senso solo se si deve passare davanti all’altare, che è il centro della celebrazione; si può notare infatti che il presbitero, quando è lui a leggere il Vangelo, fa prima un inchino profondo all’altare. Terminata la lettura, mentre il lettore torna verso il centro del presbiterio e incrocia il salmista, abbiano cura di fare l’inchino all’altare insieme; lo stesso vale per il salmista e chi proclama la seconda lettura e, ancora, per questi e chi intona il canto al Vangelo.

Gli Alleluja in voga spesso hanno dei versetti allelujatici cliché. Bisognerebbe invece non perdere mai di vista la funzione esegetica della perla che è il versus, recuperando l’uso di cantarlo. Poiché si tratta di Parola di Dio, questo canto non si fa dal coro bensì dall’ambone. L’essere poca cosa non limita la valenza epifanica del canto al Vangelo, che infatti è intonato mentre il presbitero infonde l’incenso, il diacono chiede la benedizione, prende l’Evangeliario (si dovrebbe farne un uso sereno, non solennizzante ma familiare), va all’ambone.

L’irruzione del Risorto non si spiega con abbondanza di discorsi: essa avviene celebrando. Ecco che diventa fondamentale anche l’arredo dell’ambone, che non deve apparire come “pseudo-tabernacolo” delle Scritture, né confondersi con un presepio pasquale – scenografia risibile –, né avere intorno “giardini” senza cura. Gli stessi fiori vanno rispettati e amati. Un ministero prezioso è anche smontare le ceste portate in occasione delle esequie e recuperarne i migliori, anche pochi ma assortiti bene e compresi nel loro senso. Essi disegnano, nello spazio del santuario, intorno alla tomba che è l’ambone, il giardino del Risorto. Non decorano l’altare facendo di esso un tavolo o un mobile dei nostri salotti. Il fiore non arreda ma epifanizza, manifesta; canta con l’Alleluja il Risorto.

 

POSTILLA SCORTESE: DELLE DUE MUTILAZIONI PASQUALI

Una grave mutilazione pasquale è avvenuta quando, a partire dal XIV secolo, il pulpito per la predica si è sostituito all’ambone, che ormai non doveva accogliere più alcun Evangeliario (il quale si era ritirato nel Messale plenario). Questa esclusione ha avuto una sua ragion d’essere fino alla teologia della “duplice mensa” di Dei Verbum 21 (“tam Verbi Dei quam Corporis Christi”). Il paradosso nasce dopo: la costruzione delle nuove chiese o il cosiddetto “adeguamento liturgico” – divenuto spesso uno “stravolgimento liturgico” –, anziché ispirarsi a una poiesis pasquale dell’ambone della Parola di Dio, ha prodotto una quantità smisurata di leggii gravidi di “insignificanza simbolica”[1]. Aggeggi funzionali, asserviti alle peculiarità dell’impianto di amplificazione, non sono riusciti nemmeno a imitare l’intelligenza del pulpito tardo-rinascimentale, che pur non essendo più ambone ne mantiene la forza della monumentalità e l’autorevolezza dell’elevazione. Al primato del Logos rivelato e della sua irruzione pasquale nel mondo, si sono sostituite una serie di allegorie senza fine, appiccicate sul fronte del “leggio”, come gli straccetti del “colore-proprio-liturgicamente-adeguato”, iconizzati fumettisticamente con candele, X[ι]P[ό] – confusi con la pax latina –, libri aperti, tetramorfi infantili, raggi, “semi-che-germogliano”, bandiere [anche della pace], volti-icone-di-Gesù, “slogan” sulla Parola [di Dio], Annunciazioni alla Vergine, immagini della pietà popolare mariana…

Analoga sorte è toccata agli Evangeliari.

Nel non lontano 1987, grazie all’impareggiabile genio di Crispino Valenziano, la Chiesa italiana aveva annunciato il ritorno dell’Evangeliario (detto Evangeliario delle Chiese d’Italia). Da quel giorno aveva potuto affermare nuovamente (e visibilmente) che omnes Ecclesiæ ritus ac preces ex evangelica fonte profluunt. La sua diffusione era stata capillare nelle Cattedrali d’Italia, meno (perché inteso solo come strumento “cerimoniale” e non come segno di Cristo) nelle chiese minori; è stato usato volentieri nei pontificali dei vescovi italiani, ma senza diventare presenza costante sugli altari parrocchiali, come è da sempre nelle Chiese d’Oriente.

Dopo l’irruzione, nel 2008, della nuova versione ufficiale della Bibbia in lingua italiana, la Conferenza Episcopale Italiana si è adoperata per l’adeguamento e la realizzazione dei nuovi Lezionari: nove corposi volumi del Lezionario romano, risultato di una lunga e complessa operazione che ha consegnato alla Chiesa italiana una versione più adeguata e fedele al testo originale – ebraico e greco – delle Sante Scritture. È però incontrovertibile il fatto che tale scelta di teologia del rito cristiano, e quindi pastorale, sia divenuta un’operazione mutila: questi libri santi sono stati pubblicati senza Evangelo: l’Evangeliario delle Chiese d’Italia del 1987 (coraggiosa operazione di dialogo e collaborazione con gli artisti, in obbedienza ai desiderata dell’assise conciliare; riscoperta di un sano mecenatismo della Chiesa romana) si è trovato costretto al pensionamento anticipato, dopo soli ventun anni di vita, tempo insignificante per accantonare una traduzione delle Scritture, addirittura l’Evangeliario di una Chiesa… Questo trionfo del pragmatismo ha sancito la vittoria dell’uso delle Scritture nella Liturgia, anziché come Crucifixi, Sepulti et Suscitati sacramentum, come pericopi asservite al didatticismo omiletico, pronte a essere commentate ma non a essere celebrate. I Lezionari senza Evangeliario, i libri liturgici senza il Vangelo sono privati dell’origo librorum. Ogni prex, ogni ritus non derivano infatti da inventive letterarie o cerimoniali. Esse ex evangelica fonte profluunt: sgorgano dalla fonte evangelica, inscindibilmente – per analogia al Verbo incarnato –,  in senso invisibile quanto visibile: come il Logos preesistente è uscito dal seno del Padre e ha posto la sua tenda in mezzo a noi, così il Logos rivelato, il Vangelo di Cristo, è uscito dalle labbra del Redentore e si è manifestato nella Chiesa nella quadriforme luce di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

Ma cos’è accaduto? Un discutibile estetismo liturgico ha messo in moto un’operazione pericolosissima e ambigua: le case editrici (non i Vescovi) si sono attivate per realizzare un’insipiente operazione commerciale con la quale produrre – con un’estetica molle e presuntuosa – degli Evangeliari (più spesso, in realtà, degli Evangelistari a pericopi pronte) con la nuova traduzione della Bibbia, dovendo pensionare l’Evangeliario delle Chiese d’Italia del 1987 (1989). Il risultato è stato quello di una manovra poco riuscita, che, sostituendosi a quella dei Vescovi, ha prodotto tali presunti Evangeliari (o Evangelistari) come dei semplici libri, mutili del quadriforme Evangelo, di dimensione ordinaria equivalente al Lezionario, con un’immaginetta incollata in copertina simil-bizantineggiante (quasi che la Chiesa di Roma non avesse di meglio da fare che appropriarsi dello pseudo-bizantinismo, dimenticando di parlare con gli artisti del suo tempo e della sua cultura), con un segnalino dorato di stoffa sintetica, assenti i legacci del libro (i sigilli di apocalittica memoria, che non si aprono più), con il taglio finto-oro, la copertina finta-pelle di un bianco ottico, assenti le quattro pietre-evangelisti, assente ogni riferimento iconico pasquale, e con un costo notevole. Così, mentre gli storici del rito cristiano indagano l’uso del rotolo nella sinagoga ebraica e gli studiosi dei riti orientali ammirano l’Euanghelion posato sulla santa Mensa, i romani continuano ad accontentarsi dei “foglietti delle letture” o di libri ordinari…

La questione che oggi attanaglia liturgisti e pastori è questa: la Liturgia della Chiesa, anche dopo la benedetta riforma di Sacrosanctum Concilium, il grande culto che la tradizione ci ha consegnato riesce a intercettare gli uomini del XXI secolo? Le difficoltà sono risolvibili semplicemente in termini di “conservazione” o “progresso”, “tradizione” o “adattamento”? Oppure gli uomini della nostra epoca, come “extranei vel muti spectatores” (cfr. SC 48), ancora si sentono lontani dall’evento simbolico-rituale che è la grazia della celebrazione della Pasqua di Cristo?

Basterebbe passare in rassegna un manipolo di parrocchie per far proprie le espressioni con cui Giulio Bevilacqua già nel 1961 introduceva la IV edizione de “Lo spirito della Liturgia”, testo di Romano Guardini del 1918, tradotto per i tipi della Morcelliana nel 1930:

Così in ambiente turbato e polemico – tra archeologi immobilisti e innovatori ignari del punto di arrivo delle loro riforme – tra giocolieri e dilettanti del divino e spiriti sprezzanti e diffidenti d’ogni gesto esteriore – tra individualisti che guardano al divino solo per mezzificarlo al servizio del proprio egoismo, e gregaristi solo assertori di un’assemblea ove ogni slancio personale a Dio è eliminato, tra materialisti del rito e spiritualisti che non scoprono che impurità in ogni incarnazione – in tale ambiente problematico e arroventato appare quest’opera di Guardini[2].

Se Guardini mette in guardia dal pericolo di un rito parenetico-illuminista, senza signa sensibilia, noi siamo tenuti ad amplificare questa vigilanza, comprendendo che dietro la banalizzazione e i piccoli (o grandi) abusi si nasconde spesso l’insidia perniciosa di un rito non sollecitato a farsi evento pasquale ma solo ethos esistenziale. E appare evidente quanto sia invece necessario “aprire lo spazio” del simbolo rituale attraverso l’uso di tutte le forme e del “fare”: la via di una “incarnatissima” ritualità umana, che ponga l’iniziato sub lumine Verbi e non in facie Verbi.

È bene comprendere come la forza, la fecondità e la fruttuosità della Liturgia o si realizza nel suo radicarci nella Pasqua o svanisce nel nulla. Scrive Valenziano: «Per restaurare l’altare, per riappropriarci del battistero, per ricostruire l’ambone è necessario reculturare il mistero della Pasqua nella mistagogia e nella spiritualità: la Pasqua unico orientamento della cristianità; la diaconia evangelizzatrice della Pasqua primo criterio per tutti e singoli i ministeri e i carismi della Chiesa. Nella nostra congiuntura ecclesiale e culturale l’ambone sarà il segnale liturgico di cristianità e di Chiesa rinnovata»[3].

La Pasqua è, in questo senso, specie in tempo di secolarità, la vera risorsa pastorale, perché se gli uomini e le donne del nostro tempo, se giovani, adolescenti e ragazzi guarderanno alla Chiesa e ai suoi sacramenti, questo sarà possibile solo se percepiranno che attraverso di essi hanno accesso a colui che, unico, può dare loro la Vita che non conosce tramonto.

 

 


 

[1] Valenziano C., L’ambone: aspetti storici, in Aa. Vv., L’ambone. Tavola della parola di Dio, Magnano (Biella), 2006, 98.

[2] Bevilacqua G., Prefazione alla quarta edizione italiana, in Guardini R., Lo spirito della liturgia, Brescia 19967, 12.

[3] Valenziano, L’ambone: aspetti storici, 99.

 

IL MINISTERO DEL LETTORE – Versione PDF

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