Archivio Tag: Speciale Liturgia

Le sfumature di un’aurora

“O Astro che sorgi/ splendore della luce eterna,/ sole di giustizia:/ vieni, illumina chi giace nelle tenebre/ e nell’ombra di morte.” Nel giorno più corto dell’anno, il 21 dicembre, nel grande buio del cosmo, la Chiesa canta durante la celebrazione dei Vespri, al Magnificat, l’antifona “O Oriens”, ribadendo il nesso di meravigliosa potenza simbolica tra il sole cosmico e il Sole Cristo. E come sapevano fare gli antichi rinvia anche implicitamente alla natività del Battista, che si celebra il 24 giugno, nel momento del Solstizio d’estate, proprio quando le ore di luce cominciano a calare. “Io devo diminuire, mentre lui deve crescere” (Gv 3,30), dichiara Giovanni riferendosi al Signore. La Liturgia colloca in corrispondenza del Solstizio d’estate la nascita di colui che decresce, che annuncia sparendo il Sole che sorge.

Innumerevoli sono le esperienze per cui la nostra esistenza si trova avvolta nella tenebra: dolori che riguardano sia noi che le persone che ci sono care. E dentro al mysterium iniquitatis, la notte delle notti: la morte, falce che ci angoscia e ci getta nella confusione. Nell’antica Roma agli agonizzanti veniva addirittura posta sulla faccia una maschera di rame con un grande sorriso, una bocca larga e volgare, per nascondere gli spasmi della morte e l’angoscia insita in quel venir meno della vita. Eppure, ancor prima del passo della fede, l’assunzione della serietà dell’essere uomini passa dal guardare in faccia tale realtà.

Nell’ombra della morte, l’uomo è posto davanti alla più grande tentazione, quella di dire a Dio: Tu non sei Padre. Dopo che Giuda lascia il Cenacolo, Giovanni chiude il racconto con una chiosa: “Ed era notte” (13,30), e chi canta la Passione del Signore al Venerdì Santo conosce bene la potenza di quell’apparente dettaglio.

L’amore trinitario ha voluto che il Verbo assumesse su di sé lo stato umbratile della vita dell’uomo; non a caso la Passione si consuma nella notte e mentre Gesù è inchiodato alla croce si fa buio su tutta la terra. C’è uno splendore della luce eterna che è venuto a illuminare la nostra tenebra, ma questa potenza ha in Cristo un modo particolare di soccorrerci. Esistenzialmente, noi non riusciamo a percepirne la vittoria in tutto il suo fulgore. Il 26 dicembre, giorno che segue al Santo Natale, il mondo continuerà a languire nei dolori, nelle sofferenze, nella fame, nelle guerre, nei cataclismi, negli ospedali. Perché un sole che sorge non è un faro che immediatamente si accende: c’è una gradualità, una progressione, per cui solo un po’ alla volta le tenebre cedono il posto al chiarore.

Questa dimensione crepuscolare richiama la notissima parabola del grano e della zizzania. All’irruenza di coloro che propongono di strappare la zizzania, il Maestro oppone il suo no. Ma così vale anche per le altre parabole del Regno. Il Regno di Dio è come un minuscolo seme; il contadino lo pianta e poi aspetta, non ha la pretesa che la mattina dopo abbia già il fusto con i rami e i frutti. Lo innaffia, lo pota, gli zappa la terra intorno, e un po’ alla volta la pianta cresce fino a diventare un grande albero dove si posano gli uccelli del cielo per proteggersi alla sua ombra (cfr. Mt 13,31-32). Gesù ha costituito la Chiesa attorno a dodici uomini, rimasti addirittura in undici dopo il tradimento di Giuda. Nascosto nella Scrittura, c’è il mistero della pazienza di Dio, della gradualità della sua economia di salvezza, di un Regno, una vittoria sul male e sulla morte, sulla tenebra, che entrano nella storia degli uomini trasformandola dall’interno così come il lievito trasforma la pasta. Lo stile di Dio non è quello di un grande faro che si accende, ma è simile alle sfumature di un’aurora. La luce entra nella vita degli uomini con una modalità esprimibile nella metafora di una tenebra che viene rischiarata piano piano. Il Signore non ci impone, accecandoci, la redenzione, ma la lascia germogliare come un sole al mattino, con quella misura. Che mistero!…

La gradualità è il modo concreto con cui noi facciamo esperienza della salvezza, perché ci sperimentiamo salvati eppure fragili, redenti e peccatori, sani e malati, in una perpetua condizione di pellegrini. Certi però, nella fede, della “beata speranza”, come afferma l’eucologia dell’Eucaristia: nell’attesa del “nostro Salvatore Gesù Cristo”.

 

 don Gianandrea Di Donna 

 

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Al via un corso per i nuovi candidati ministri straordinari della comunione

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Ricomincerà sabato 10 gennaio, a Casa Madre Teresa di Calcutta (via Mazzini 93, Sarmeola di Rubano), il corso per i nuovi candidati al Ministero straordinario della Comunione. Quattro pomeriggi, dalle ore 15 alle 17, a cura di Don Gianandrea Di Donna, Elide Siviero e del camilliano Padre Adriano Moro, dedicati ad approfondire le caratteristiche di questo ruolo prezioso che la Chiesa mette nelle mani dei cristiani di buona volontà. Il primo appuntamento avrà per tema “I ministeri nella Chiesa”, argomento molto attuale anche nell’ottica della “sensibilizzazione” ai ministeri battesimali. Il secondo sarà dedicato al centro della vita cristiana: il sacramento dell’Eucaristia, contemplato in tutte le sue implicazioni teologiche ed etiche. Il terzo sabato si immergerà in un altro mistero: quello del dolore, della carne degli uomini provata dalle malattie. Elide Siviero e Padre Adriano Moro sottolineeranno la particolare attenzione che si deve avere nell’accostarsi a persone che sono nella prova. Gli infermi necessitano infatti di una “cura pastorale” adeguata alla complessa ed estrema sensibilità che li abita.

Infine, il ciclo di appuntamenti si concluderà con una lezione sui riti propri del ministero straordinario della Comunione. L’azione di portare ai fratelli e alle sorelle più fragili il conforto del Pane celeste dev’essere svolta nel rispetto del linguaggio della Liturgia, caratterizzato da un alfabeto simbolico che va compreso e interpretato in modo maturo.

Per iscrizioni e informazioni, scrivere a iscrizioniliturgia@diocesipadova.it.

Suor Maria Ferro

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Sorgente inesauribile di luce nel nostro essere: il battesimo

Una pagina importante del programma della rassegna culturale “Gennaio alla Liturgia 2026” è quella dedicata al Battesimo come “fonte” di una Chiesa ministeriale e tesoro da cui attingere risorse per il rinnovamento della vita delle Parrocchie prospettato dal recente Sinodo diocesano. Il 17 gennaio, dalle ore 9.30 alle 12.30, si potrà ragionare di questo a Villa Immacolata con Monsignor Riccardo Battocchio. La sua esperienza di Pastore della Chiesa di Vittorio Veneto e il ruolo di Segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità gli permetteranno certamente di suggerirci intelligenti spunti pratici.

Di fronte alle obiezioni del mondo di oggi capita spesso di chiedersi dove trovare l’energia per camminare con il Signore. Eppure nella sostanza del nostro essere c’è una sorgente inesauribile di luce: il Battesimo, la grazia di essere stati uniti a Cristo nella sua morte e risurrezione. È su di essa che si fonda la speranza che si ridesti nei laici la vocazione a contribuire alle necessità pratiche e spirituali delle loro Parrocchie, mettendo a disposizione il tempo e le energie migliori. Nel mistero del sacramento che ci rende cristiani le verità eterne fanno udire la propria voce, immensamente più significativa del brusio a volte amaro delle contingenze; una voce che rincuora, dà pace, e insieme accende il desiderio della santità, della perfetta adesione al Vangelo, spingendoci a operare in modo appassionato per stabilire relazioni armoniose con i fratelli e riportare gli uomini a Dio. Non sarà allora impossibile sentire quasi come un esercizio spirituale il molto lavoro concreto che ci ritroveremo a fare, sapendo fin d’ora che dovremo essere tenaci, pazienti, disponibili a tener conto delle diverse sensibilità, comprensivi con le debolezze, senza coltivare polemiche o farci tentare dal gusto di imporre a tutti i costi il nostro punto di vista, oppure, al contrario, di ritrarci in un isolamento poco generoso. Il Battesimo ci ha uniti inscindibilmente al Signore, dal cui cuore trafitto è straripato un fiume traboccante di carità, modello e misura di tutti i nostri “sì”.

Anna Valerio

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Le dimensioni del celebrare cristiano

Come passare dalla condizione di “muti spettatori” delle celebrazioni liturgiche all’acquisire una vera familiarità con esse? Gli strumenti sono molti, ma a volte richiedono un’impegnativa formazione storico-teologica. Don Giuliano Zanchi – che venerdì 23 gennaio, alle 20.45, terrà una conferenza a Casa Madonnina sul rapporto tra Liturgia e Carità – ha dato invece alle stampe un libro, dal titolo Preghiera e Liturgia (edizioni San Paolo, pp. 143), agile nel formato e nello stile, di eccezionale utilità per chi voglia cominciare a capire le dimensioni del celebrare cristiano. La sua scrittura ha il dono di una stupenda chiarezza, pur se non abbandona mai un rigore autorevole e pieno di eleganza. Zanchi riannoda la recente riforma della Liturgia con gli albori della storia della nostra fede e risale a prima ancora, mostrando il legame tra la poesia della Chiesa e le preghiere rituali ebraiche. Esempi tratti dalla quotidianità rendono vivo l’argomentare e immediato il nesso con il presente, mentre, pagina dopo pagina, scorrono i riferimenti che ci introducono al mistero. Innanzitutto i passi biblici: quell’imperioso paragrafo della Lettera agli Ebrei sul sacerdozio eterno di Gesù Cristo, che ha aperto gli occhi a Pio XII e ispirato la prima enciclica della storia tutta dedicata alla Liturgia: la Mediator Dei del 1947. È con il pronunciamento di Papa Pacelli, pieno di genio e di coraggio pastorale, che la Chiesa prende consapevolezza della natura dei sacramenti, dove ad agire da protagonista è il Signore, che ci associa al proprio eterno offrirsi al Padre. Da qui verrà ai Padri conciliari la forza per affermare, nella costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium, che le azioni liturgiche hanno il potere di innestarci nella Pasqua del nostro Salvatore immolato e vincitore sul peccato e la morte.

A.V.

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Il ministero di lettore

Nella celebrazione della Parola di Dio ogni gesto, suono, movimento si fa segno vivo di Gesù Cristo che, attraverso la voce umana, continua a parlare al suo popolo. Il lettore è il Signore risorto, che trasfigura i più disparati brani tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento e li rende pagine di risurrezione. Certo, è faticoso crederlo, vederlo, capirlo, eppure la più grande norma rituale è proprio la consapevolezza che Mario, Eleonora, Francesco che svolgono il proprio servizio all’ambone sono Cristo stesso che parla alla sua Chiesa. Da ciò dipendono tutte le rigorose prescrizioni liturgiche, ed è a partire dall’immensità di un simile mistero che dovremmo sentirci chiamati a rispettarle con arte, impegno ed entusiasmo. Risulta molto meno fruttuoso, nella preparazione remota dei lettori, sbilanciarsi sulla semplice erudizione, permettendo che si dimentichi la folgorante realtà teologica e spirituale che sta alla base del loro “ufficio”.

In chi svolge nella Liturgia il ministero di lettore è in opera una dinamica divina e proprio per questo è bene che il suo stile sia composto, impersonale, privo di vanità, dignitoso; non impettito o rigido, ma con movenze sobrie, calme, pacate. Bisogna prendere possesso dell’ambone con eleganza, senza gesti nervosi o teatrali, ed evitare al contempo di cercare di passare inosservati aggirando forzosamente la struttura di lato per mostrare una sorta di atteggiamento umile. Salire a leggere la Parola di Dio è un’azione che necessita di visibilità.

In alcune parrocchie, i lettori della prima e seconda lettura e del salmo sono abituati a salire sul presbiterio e a ritornare al posto tutti e tre insieme. Non c’è una regola precisa, tuttavia, dal punto di vista rituale, risultano più eleganti le alternanze. Molte chiese, in base alla disposizione degli spazi, impongono che per raggiungere l’ambone si salga dal centro; in questo caso, il banco va lasciato solo dopo l’“Amen” che chiude l’orazione colletta. Nel momento in cui si giunge in corrispondenza dell’altare – che nella celebrazione è Cristo –, è bene rivolgersi a esso e piegare leggermente il capo (non la schiena) sia all’andata che al ritorno. Lo schema è dunque: centro, salita, inchino di fronte all’altare, ambone, ritorno al centro, ancora inchino per venerare l’altare, discesa. Chi sale lateralmente può invece muoversi già prima che sia conclusa la Colletta e non occorre che faccia inchini rivolti all’altare o alla croce.

I moderni microfoni non richiedono grandi manovre. Se serve regolarli, ci si limiti a un movimento morbido e contenuto, non secco e scattoso. Le mani non vanno tenute giunte, come nel caso dei ministri ordinati, ma posate con naturalezza sull’ambone o sul libro, mai con rigidità o una presa da “Formula 1”. Non si creano pseudorituali personali, non si indugia a sbirciare la pagina prima o quella dopo, non si segue il testo con il dito. Occorre ascoltare il ritorno di ciò che si legge, in modo da calibrare il tono: la Cattedrale è un ambiente ben diverso dalla cappellina delle suore o da una chiesa parrocchiale. Avere l’elasticità di adattare la lettura al contesto è una dote enorme che il lettore dovrebbe maturare.

Rispetto ai foglietti, ai messalini e alle app, si scelga di usare sempre il Lezionario, che offre alcuni aiuti preziosi: sono segnati gli accenti dei termini difficili, ampi spazi bianchi indicano le pause, i capoversi suggeriscono il respiro da dare al brano. Prima di iniziare, è opportuno fare una breve pausa dopo l’annuncio (“Dal libro del profeta Isaia…”), che renda percepibile il passaggio alla proclamazione della Scrittura. Le premesse del Lezionario precisano che la relazione del lettore con l’assemblea avviene attraverso la sua voce e non lo sguardo. Gli occhi si alzano solo per proclamare “Parola di Dio”, e qui si deve avere cura di non allontanarsi subito: il lettore attenderà la risposta dell’assemblea, ascolterà il suo “Rendiamo grazie a Dio”.

L’ambone, elemento eminente nel celebrare, merita un particolare rispetto. Non è un porta-lezionario o un comodo mobiletto, ma il sepolcro spalancato da cui esce l’annuncio della risurrezione. Evitiamo di decorarlo con “presepi pasquali”, allegorie del deserto (con tanto di sabbia e sassi), drappi colorati, immagini della “Madonna di Medjugorie”. Meglio un segno sobrio che ricordi il giardino pasquale, come un piccolo vaso di fiori freschi, con la sua bellezza discreta.

Gianandrea Di Donna

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Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di liturgia

È appena stato stampato l’opuscolo che raccoglie il programma delle iniziative culturali promosse dall’Ufficio per la Liturgia, che si concentreranno in modo particolare tra il 7 gennaio e l’8 febbraio 2026. Il mese che di consueto è dedicato alla formazione quest’anno avrà per titolo “Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di Liturgia” e offrirà varie esperienze tese a far comprendere l’unità necessaria tra le anime fondamentali dell’agire pastorale della Chiesa: Liturgia, Annuncio e Carità. Riuscire a far sì che esse dialoghino e operino in accordo è uno degli obiettivi prospettati dal recente Sinodo diocesano.

La rassegna “Gennaio alla Liturgia 2026” darà modo di contemplare la “sinfonia ecclesiale” tra Catechesi, Carità e Liturgia attraverso un ciclo di appuntamenti teologici, a Casa Madonnina, con Suor Elena Bosetti, biblista (il 9 gennaio, alle ore 20.45), Don Giuliano Zanchi, direttore della “Rivista del Clero italiano” (il 23 gennaio), e il Vescovo di Novara Monsignor Franco Giulio Brambilla (il 6 febbraio).

L’attenzione non può non essere puntata anche sui ministeri battesimali, chiedendoci di sentire il Battesimo come la fonte del nostro servire il Signore: lì ci è dato l’amore con cui dobbiamo trattare i fratelli. Su questo tema insisteranno, nelle mattine del 10 e del 24 gennaio, Don Gianandrea Di Donna, ad Asiago e a Cittadella, e Don Sebastiano Bertin, a Este e alla chiesa del Sacro Cuore in Padova. Ospite graditissimo sarà Monsignor Riccardo Battocchio, Vescovo di Vittorio Veneto e già segretario speciale del Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità, che sabato 17 gennaio, a Villa Immacolata, dalle 9.30 alle 12.30, analizzerà come dal Battesimo nasca una Chiesa ministeriale.

Non mancheranno poi, giovedì 8, 15, 22 e 29 gennaio, alle 20.45, una serie di lezioni pratiche presso le nuove Collaborazioni pastorali, a cura di un’équipe dei collaboratori dell’Ufficio per la Liturgia, e, nelle sere dei mercoledì, quattro conferenze online sulla vocazione dell’Eucaristia all’Annuncio e alla Carità.

Il programma completo di “Gennaio alla Liturgia 2026” lo si può trovare sul sito dell’Ufficio per la Liturgia: https://liturgia.diocesipadova.it/gennaio-alla-liturgia/.

Anna Valerio

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Invito rivolto ai cori delle parrocchie

Ogni anno “Gennaio alla Liturgia” si chiude con una Messa in Cattedrale alla quale sono invitati i partecipanti ai vari appuntamenti culturali, e in particolare i membri dei cori parrocchiali che nelle mattine dei quattro sabati di gennaio hanno frequentato gli stage di perfezionamento con i maestri Alessio Randon e Francesco Cavagna. Le voci che si accordano in armonia, la valorizzazione dei talenti, la melodiosa fraternità che si percepisce rendono la celebrazione commovente, esemplare.

Anche quest’anno i cori parrocchiali della nostra Diocesi potranno scegliere di seguire gratuitamente un percorso di formazione nei giorni 10, 17, 24, 31 gennaio 2026, dalle ore 9.00 alle 12.00, presso la chiesa padovana della Sacra Famiglia. Il maestro Cavagna li aiuterà a preparare l’Eucaristia che si celebrerà l’8 febbraio alle 11.30 in Cattedrale, senza essere troppo esigente nella scelta del repertorio, ma insegnando anche solo le accortezze che trasformano in arte l’esecuzione di un brano, ed educando così la voce, l’orecchio, il gusto, lo spirito. Sarà possibile affrontare con naturalezza le meraviglie del canto gregoriano – di cui la tradizione offre anche melodie semplici, pur nella forza e nobiltà di una simile forma musicale –, e intervallare i gioielli della Chiesa di sempre con canti di nuova composizione, o di appena qualche stagione fa, in cui palpita la verità della nostra fede. Un’opportunità per scoprire l’apporto che hanno dato alla musica sacra compositori come Lorenzo Perosi, Domenico Bartolucci, Luigi Picchi, Gianfranco Poma, Giuseppe Liberto, Alessio Randon e altri che ci hanno lasciato opere di qualità mirabile, dal carattere vividissimo, attualissimo. Capolavori grazie ai quali l’annuncio della salvezza può riuscire a toccare la sensibilità anche di chi è tentato di allontanarsi da Dio.

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La messa inizia nella fraternità

L’anno pastorale che ci attende sarà dedicato alla “sensibilizzazione” rispetto ai ministeri battesimali, che prenderanno l’avvio intorno al 2027. Non si tratta di un’iniziativa per “addetti ai lavori”, ma di un’opportunità per riconoscere come ognuno sia chiamato a servire la Chiesa. In questa prospettiva si inseriscono quattro proposte per valorizzare le nostre Liturgie: la cura più consapevole del fonte battesimale, la celebrazione comunitaria dei Battesimi, la valorizzazione di alcune domeniche, la riscoperta del senso ecclesiale della processione d’ingresso nell’Eucaristia.

L’introito è tutt’altro che una solenne parata démodé. È un segno di grande rilievo teologico e un’occasione perché la Messa prenda l’avvio in un clima di fraternità. Immediatamente in esso ci è data la manifestazione dei ministeri battesimali e ordinati. Ecco i ministranti o gli accoliti nella loro veste candida, che rimanda proprio all’illuminazione ricevuta nel Battesimo, dove gli occhi del cristiano si sono aperti alla luce della verità. E poi il diacono, il presbitero, la Croce, l’Evangeliario, spada che taglia l’assemblea. Tutto diventa immagine della sequela, del camminare dietro al Signore, ma di più: delle mistiche nozze tra lo Sposo divino e la sua Sposa, la Chiesa. Il Risorto irrompe, attraversa il corpo mistico, lo inabita, lo trapassa con la sua Croce e la sua Parola, come lui stesso è trapassato. L’introito ha il dinamismo dello scoccare di una freccia, è carico della forza antropologica dell’andare verso una meta. Ci dice che siamo convocati, vigilanti, perché il Signore ci raggiunga come quando è apparso “a porte chiuse” nel cenacolo: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!.” (cfr. Gv 20,19).

È necessario che il ritmo della processione sia pacato e la forma risulti composta e simmetrica, senza ostentazione e autocompiacimento. L’Ordinamento Generale del Messale Romano, al numero 20, scrive: “Quando il popolo è radunato, il sacerdote e i ministri, rivestiti delle vesti sacre, si avviano all’altare, in quest’ordine: il turiferario con il turibolo fumigante, se si usa l’incenso; i ministri che portano i ceri accesi e, in mezzo a loro, l’accolito o un altro ministro con la croce; gli accoliti e gli altri ministri; il lettore, che può portare l’Evangeliario un po’ elevato, ma non il Lezionario; il sacerdote che celebra la Messa”. [n. 120 O.G.M.R.] Nel caso in cui sia presente anche il diacono, il Messale precisa che egli “precede il sacerdote nella processione verso l’altare portando l’Evangeliario un po’ elevato; altrimenti incede al suo fianco” [n. 172].

La processione andrebbe preparata in un luogo idoneo, come la sacrestia, ma non si deve poi imboccare una scorciatoia con cui raggiungere immediatamente l’altare. È importante che i ministri ordinati passino in mezzo al popolo riunito, facendo percepire la loro prossimità. Ben diversa è l’impressione che dà un parroco che appare sull’altare quasi fosse un attore che sale sul palcoscenico da dietro le quinte, o che invece attraversa la navata e saluta i parrocchiani, così come fanno il Papa stesso e i vescovi. Questo passaggio ha qualcosa di molto umano; è il momento in cui ci vediamo in faccia, ci riconosciamo, sappiamo chi c’è, ci accorgiamo che manca quella persona, perché ci vogliamo bene, siamo l’assemblea del Risorto, la sua Chiesa, il suo popolo.

Piuttosto che la parata o il corteo, l’introito ricorda l’ingresso di Gesù nei villaggi, nelle sinagoghe, nelle case, quando guariva i malati, convertiva i pagani, i peccatori, si intratteneva a conversare con i piccoli, gli ultimi. Il clima è quello della prossimità, che tante volte i Vangeli hanno rappresentato. La Liturgia dovrebbe allora dare all’introito un geniale equilibrio tra la solennità, l’importanza del gesto, l’autorevolezza, e la semplice, quasi dimessa familiarità del curvarsi del Signore sulle nostre ferite e debolezze. Il Verbo incarnato colma la distanza tra lui e noi; unisce a sé la sua Sposa, la Chiesa, con un vincolo che non è valoriale, ma carnale. Ci invita a mangiare il suo corpo e a bere il suo sangue perché possiamo divenire “concorporei e consanguinei” (cfr. Ef 3,6) “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4). L’eschaton, il compimento, è allora già qui: al suono del campanello, è Pasqua.

Gianandrea Di Donna

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Restituire centralità simbolica al fonte battesimale

Nelle chiese di San Giuseppe e di San Paolo a Padova, sulla parete a sinistra, non c’è un semplice altare laterale con il fonte battesimale, ma è stata edificata una struttura ottagonale con un’apertura sul soffitto da cui scende la luce dall’alto sulla vasca. Erano gli anni ’50-’60, in cui si meditavano i testi di Romano Guardini con la loro profonda teologia dello spazio liturgico, e, pur nell’ostentato razionalismo delle forme e nell’estemporaneità dei materiali, la ianua Ecclesiæ, la “porta d’ingresso nella Chiesa”, c’era e si mostrava in tutta la sua potenza di luogo di illuminazione, di rinascita pasquale.

Mentre chiediamo al Signore di irrobustire nella nostra Diocesi i carismi battesimali, sarebbe importante riprendere coscienza del fatto che una chiesa parrocchiale ha un proprio fonte, troppo spesso destinato a rimanere ai margini. Prendersene cura significherebbe non solo mantenerlo pulito e accessibile, ma restituirgli una centralità simbolica, liberandolo da riviste, cartelloni, foto dei bambini battezzati (che possono trovare una collocazione più adeguata in un altro spazio) e mostrando che ciò che lo impreziosisce è la luce, che può essere anche artificiale: un faretto che in modo “epicletico”, nella penombra della chiesa, lo mette in evidenza. E poi occorrerebbe trovare il modo di iconizzarlo con una tela del Battista, o anche dei murales del battesimo del Signore al Giordano o di una discesa dello Spirito Santo sulle acque. Fuori dal Tempo di Pasqua, dovrebbe avere accanto il candelabro con il cero pasquale e lì vicino andrebbe posto un piccolo forziere, con una porticina incassata nel muro, dove collocare i santi olii.

Il fonte andrebbe usato sempre quando si celebra il rito del Battesimo dei bambini e in quell’occasione lo si potrebbe valorizzare aprendolo – se ha un ciborio di copertura – e illuminandolo, o cingendo il perimetro della vasca con una delicata ghirlanda di fiori che evochino il giardino pasquale dove passeggiava il Risorto nel chiarore dell’alba.

Anna Valerio

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Il cantare è di chi ama

Per chi canta in un coro parrocchiale o suona l’organo, per i seminaristi e i ministri ordinati – presbiteri e diaconi –, ma anche per chi ha il desiderio, da credente, di capire di più la grandezza dei Misteri che celebriamo, la Chiesa di Padova mette a disposizione una scuola dove poter frequentare corsi che consentono di acquisire tecniche musicali ai più vari livelli. È l’Istituto di canto e musica per la Liturgia “San Pio X”, sito nei locali della Parrocchia di Sant’Andrea, in centro a Padova.

Quest’anno le attività cominceranno sabato 4 ottobre, con l’open day della scuola, dalle ore 9 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.30. Sarà possibile assistere alle lezioni, incontrare i maestri e la dirigenza, dialogare con gli allievi, scoprire il programma previsto per il 2025/26 e le proposte di stage intensivi. L’offerta è molto varia, proprio per andare incontro alle diverse esigenze, competenze e sensibilità, con moduli didattici per i principianti assoluti come per chi cerca un’alta specializzazione. Si va dallo studio del pianoforte e dell’organo, con la possibilità di lezioni anche individuali, al solfeggio per coristi, alla lettura della partitura per direttori di coro, alla preziosa arte della cantillazione del Salmo, alla teoria e storia della musica (in particolare liturgica). Viene data un’attenzione speciale al canto per eccellenza della Chiesa, il Gregoriano, ma non mancano corsi per chi ha bisogno di acquisire una dimestichezza di base con il latino liturgico o con la teologia e la storia della Liturgia. Gli studenti che vogliono invece assumere un impegno più organico possono intraprendere un itinerario articolato in tre anni (con un eventuale quarto, se c’è bisogno di una preparazione propedeutica), che si chiude con un esame davanti a una commissione didattica e il conseguimento di un diploma.

Di grande attualità è il nuovo corso che viene proposto per i Lettori parrocchiali, ministero che merita di essere promosso e valorizzato, soprattutto pensando al rinnovamento della nostra Chiesa in base alle indicazioni del Sinodo diocesano, con un coinvolgimento forte dei laici nell’agire ecclesiale. Il numero 101 dei praenotanda del Messale raccomanda che coloro che salgono all’ambone “siano adatti a svolgere questo compito e ben preparati, […] affinché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore alla sacra Scrittura”.

È sempre il Messale a ricordare, con parole perentorie e ispirate, l’importanza della musica nella celebrazione eucaristica: “I fedeli che si radunano nell’attesa della venuta del loro Signore sono esortati […] a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali (Cf. Col 3,16). Infatti il canto è segno della gioia del cuore (Cf. At 2,46). Perciò dice molto bene sant’Agostino: «Il cantare è proprio di chi ama», e già dall’antichità si formò il detto: «Chi canta bene, prega due volte».” [n. 39]. Poco oltre si precisa: “Anche se non è sempre necessario, per esempio nelle Messe feriali, cantare tutti i testi che per loro natura sono destinati al canto, si deve comunque fare in modo che non manchi il canto dei ministri e del popolo nelle celebrazioni domenicali e nelle feste di precetto.” [n. 40]. Il motivo è delicatamente umano. Abbiamo bisogno della bellezza e dell’arte per far sì che le nostre celebrazioni siano un anticipo della beatitudine che ci è stata promessa, ma anche per annunciare il Vangelo ai fratelli lontani, che spesso vengono presi dalla meraviglia e da un presagio di infinito quando entrano come semplici turisti in una chiesa e sentono le note dell’organo, o un coro che intona un inno a Maria di Lorenzo Perosi o in gregoriano, oppure un cantore che cantilla con vera competenza un Salmo. Dal punto di vista etico, la musica è anche una splendida palestra di fraternità: cantare o suonare insieme permette di vivere un’esperienza importante di accordo e armonia.

L’anno scorso è uscito un saggio di matrice sociologica con un titolo che era una provocazione: “La Messa è sbiadita”. Evitando di cedere alla pigrizia e al disincanto, dovremmo porci come obiettivo quello di smentirlo. Se rendiamo le Eucaristie domenicali sempre più palpitanti di carità e luminose di bellezza artistica, esse manterranno tutto il loro colore.

Francesco Cavagna

Vicedirettore Istituto di canto e musica per la Liturgia “San Pio X”

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