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La Quaresima è sacramento

Sant’Ambrogio e sant’Agostino sono tra i primi testimoni autorevoli della celebrazione, nel corso dell’anno liturgico, di un Triduo santo di Cristo crocifisso, sepolto e risuscitato, che emergeva come il più solenne dei giorni del Signore. Fu allora che, contemporaneamente al profilarsi della Pasqua annuale, cominciò a prendere forma anche un itinerario di preparazione a essa: la Quaresima. La si fece iniziare il mercoledì delle Ceneri, perché alcuni Padri sostenevano che non fosse opportuno digiunare nelle domeniche, sottratte infatti al computo dei giorni.

Uno dei modi più antichi di chiamare la Quaresima è “sacramento”. A dire che questo tempo santo rinvia sì al clima della penitenza, ma le sue specificità rituali sono sempre rimando all’intero mistero di Cristo. Prova ne è il fatto che la Chiesa non smette di celebrare l’Eucaristia anche mentre usa un certo tipo di colore, sostituisce alcuni canti con altri e sospende quelli di lode, modifica le formule rituali. L’anno liturgico non va interpretato in senso storicistico, come una vicenda a puntate. Non è questa la sua logica. La Quaresima va celebrata bene perché vi si possa incontrare l’opera del Salvatore crocifisso, sepolto e risorto, senza logiche di contrapposizione troppo accentuate tra prima della Pasqua e dopo.

Il termine latino Quadragesima ha una chiara assonanza con il numero quaranta: gli anni di Israele nel deserto, i giorni di Noè nell’arca, di Mosè sull’Oreb; i giorni che Gesù stesso trascorre, languidamente solo, tentato da Satana, nel deserto di Giuda. La Chiesa ha inteso la Quaresima come legata alla storia della salvezza in modo del tutto singolare e ne ha fatto la metafora del passaggio (è questo il significato del vocabolo Pesach, Pasqua) dal faraone alla terra dove scorre latte e miele, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Adonai, matrice teologica di tutto l’Antico Testamento. I profeti, l’esilio a Babilonia, perfino la regalità di Davide e la creazione vanno letti in chiave esodica.

La Pasqua – centro dell’anno liturgico e della nostra vita – aveva bisogno di un tempo simbolico che aiutasse i cristiani a fare questo passaggio. Ciò valeva per i già battezzati che erano caduti nel “peccato che conduce alla morte” (cfr. 1Gv 5,16). Essi dovevano fare un esodo, una penitenza, per essere assolti dalle colpe e riammessi nella Chiesa. Anticamente non c’era infatti, come per noi, la possibilità di un accesso frequente a un presbitero per il sacramento della Penitenza. Si confessavano i peccati all’inizio di un itinerario di quaranta giorni di digiuno (cioè di uso molto moderato del cibo e soli pane e acqua il mercoledì e il venerdì), che culminava proprio nella mattina del Giovedì Santo, dove si celebrava una Messa penitenziale.

L’altro canale attraverso il quale la Quaresima è andata formandosi è il Battesimo dei non-cristiani. I gentili, con il grande sacramento dell’Iniziazione cristiana celebrato nella notte di Pasqua, passavano dall’empietà (come dicevano i Padri), dall’ignoranza, alla pietas, alla fede, all’adesione a Cristo. Per varie ragioni, anche di opportunità politica, dopo Costantino il numero di coloro che chiedevano il Battesimo si era fatto enorme. Ecco che la Quaresima diventa la sede più opportuna per il catecumenato, che si essenzializza rispetto all’originaria durata triennale e prende la forma di una sorta di corso accelerato in cui i catecumeni venivano aiutati a conoscere il Vangelo, la Chiesa, la sua dottrina, i libri principali delle Scritture, e nel contempo ricevevano una cura materna attraverso consegne e restituzioni delle preghiere del Padre nostro e del Credo, scrutini per illuminare le coscienze, unzioni che li rendevano lottatori forti contro le tentazioni, pronti ad accogliere la novità di Cristo. Fioriscono così le grandi catechesi mistagogiche di un Agostino, di un Ambrogio, di un Cirillo di Gerusalemme, tesori stupendi di teologia e pastorale, testi capaci di una semplicità e un’efficacia catechetica ineguagliabili. Ci prendono per mano e ci svegliano dal torpore, invitandoci ad accorgerci che il Cristo crocifisso, sepolto e risorto è la meta non dei quaranta giorni ma dell’esistenza dell’uomo; è la meta della fede, è il senso del celebrare, della Chiesa, dei sacramenti, della preghiera, delle opere buone. Tutto ruota attorno all’amore divino, di cui la Pasqua è la manifestazione piena nella carne di Gesù di Nazareth.

Gianandrea Di Donna

 

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Sgorghi la memoria del battesimo

Chi entra in chiesa durante il tempo di Quaresima dovrebbe vedere il deserto che sono questi giorni. Per tutto il periodo andrebbero tolti i fiori, tranne in quell’eccezione soave che è la domenica “Laetare”, in cui il clima si ingentilisce come il rosaceo che riveste i ministri ordinati. Negli altri giorni, feriali o festivi, sarebbe bene rimanesse solo un mazzo di fiori recisi accanto al tabernacolo, a indicare la presenza reale del Signore. La durezza del marmo spoglio ha la capacità di suggerire in modo viscerale qual è la condizione dell’uomo lontano da Dio, ponendoci di fronte al nostro bisogno di salvezza. L’eloquenza della pietra nuda non riusciremo mai a imitarla con l’aiuto di discorsi, cartelloni, o sassi e sabbia sparsi nell’aula liturgica nel tentativo di creare una “scenografia”.

Analogamente, in Quaresima tace la parola che sale dal nostro cuore – alleluja –, non si intona più il Gloria e anche la voce dell’organo e degli altri strumenti musicali deve prendere un tono dimesso o addirittura restare muta. Il colore cupo delle vesti del celebrante, il silenzio, la spoliazione dello spazio sacro dicono che stiamo camminando verso la meta sperata: la Pasqua. Che tutta la vita, senza il Signore, non è che un deserto arido, sterile. E un segno fondamentale potrebbe allora emergere dalla nudità delle chiese, quasi sgorgarne: la memoria del Battesimo. L’aspersione dell’assemblea – magari in occasione della terza domenica, quella della Samaritana – ci riporterebbe al sacramento che è fonte della nostra fede, su cui ha scelto di fondarsi l’attuale stagione ecclesiale che guarda alle vocazioni ai ministeri battesimali.

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Il Catecumenato porta oltre la “tristezza” quaresimale

L’orazione della Prima Domenica di Quaresima dichiara: «O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero pasquale di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita». Per coloro che sono già stati battezzati, questo tempo liturgico porta a rinnovare l’atteggiamento di conversione a Gesù Cristo per aderire al suo Mistero Pasquale. In essa, i catecumeni, insieme ad ogni battezzato, incontrano il Signore scoprendolo nella Sacra Scrittura e nei riti che si celebrano.

Se in quella Domenica si celebra il Rito della Elezione dei catecumeni che riceveranno i sacramenti nella Veglia Pasquale, l’orazione di colletta è diversa: «O Dio, che operi sempre per la salvezza degli uomini e ora allieti il tuo popolo con una più larga effusione di grazia, guarda con bontà e accompagna con la tua protezione questi tuoi eletti nel loro cammino verso la rigenerazione e quando saranno rinati nel Battesimo». Prima ancora della richiesta di sostegno per gli eletti, l’accento è posto sulla letizia della Chiesa, quasi a dirci che l’itinerario di conversione che il catecumenato ci rivela è quello verso una gioia possibile e reale in Gesù Cristo.

È proprio il catecumenato a sgomberare il campo dalla tristezza “quaresimale”, per manifestarci che, come gli eletti daranno un nome ai loro peccati durante gli Scrutini, per ricevere sostegno nella lotta contro il male, così ciascuno di noi, che conosce da tempo la propria fragilità, potrà gustare la salvezza promessa: bere l’acqua viva con la Samaritana, scoprire la luce con il cieco nato, ritrovare la vita con Lazzaro.

Le parole della colletta del Secondo Scrutinio (IV Domenica di Quaresima) ci conducono con gli eletti alla gioia promessa: «Dio onnipotente ed eterno, colma di spirituale letizia la tua Chiesa: coloro che per nascita appartengono alla terra, con la rigenerazione battesimale rinascano alla vita del cielo».

Elide Siviero

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Nell’acqua… ha inizio una vita nuova

Uno dei gesti più evocativi della Veglia pasquale è l’immersione (triplice) del cero pasquale nel fonte battesimale durante la preghiera di benedizione, che ripercorre tutta la teologica biblica dell’acqua, dallo spirito che si librava sulle acque della creazione, alla prefigurazione nel diluvio, alla liberazione dalla schiavitù dei figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati, fino alla santificazione delle acque del Giordano col Battesimo di Gesù, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.

Il cero, simbolo del Risorto, prefigurato dalla colonna di fuoco che guidava Israele, immerso nell’acqua del fonte, la trasforma e la santifica. Come la colonna di fuoco mutò il mare minaccioso e favorì la bonaccia e dunque la salvezza, così il cero-Cristo santifica e trasforma il mare del peccato e della morte in acqua che libera e purifica coloro che vi rinasceranno nel sacramento del Battesimo. È la fecondità della Chiesa-sposa che nasce dal costato trafitto del suo Sposo e Signore.

L’Ordo lectionum Missae in questo ciclo liturgico anno A riprende i temi battesimali dell’antico Lezionario romano e può essere seguito ogni anno, secondo le esigenze pastorali, in special modo se in una comunità ci sono catecumeni. La Chiesa partecipa nella fede-conversione al mistero di Cristo che entra nei quaranta giorni sospinto dallo Spirito nel deserto, digiuna, è vittorioso nella tentazione, fu trasfigurato e il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce (le prime due domeniche del Tempo di Quaresima di ogni ciclo liturgico ci offrono questi due episodi), si manifesta alla Samaritana al pozzo di Giacobbe come sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (III domenica), si rivela quale luce del mondo al cieco nato (IV domenica) e, infine, è la risurrezione e la vita di fronte alla morte dell’amico Lazzaro (V domenica).

Don Angelo Passarotto

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La dignità del celebrare

Tra gli obiettivi dei laboratori della rassegna “Gennaio alla Liturgia” proposti alle Collaborazioni pastorali della nostra Diocesi c’è la riscoperta dell’Ordinamento Generale del Messale Romano. L’introduzione al grande libro per l’Eucaristia è un praticissimo manuale pronto all’uso, che parte dal riconoscimento della straordinaria importanza della Messa fino ad arrivare a prenderne in considerazione le declinazioni più minute, relative ai movimenti, al canto, alle varie ministerialità coinvolte, allo spazio, alle suppellettili. In appendice sono riportate alcune importanti precisazioni (a firma della Conferenza Episcopale Italiana), pensate per rispondere ai dubbi che possono sorgere rispetto ai gesti e agli atteggiamenti da tenere durante le celebrazioni.

La lettura di questa introduzione va suggerita a chiunque dia il suo contributo alla cura dell’Eucaristia, dai sacristi ai lettori, dai cantori agli artisti e artigiani che offrono i propri manufatti per arredare la chiesa, ai fedeli che desiderano diventare più consapevoli del significato e dei linguaggi del “Sacramento dei sacramenti”. Fondamentale strumento di studio, l’OGMR merita di essere la principale guida dei gruppi liturgici, che in esso troveranno una fonte sicura di ispirazione.

Il proemio esordisce con la spiegazione di come si è arrivati, dopo la riflessione del Concilio Vaticano II, alla composizione di un nuovo Messale. La forma del celebrare è mutata sulla base di esigenze che erano non semplicemente partecipative, ma ecclesiologiche, senza creare fratture nella tradizione, che viene definita “continua e ininterrotta, nonostante siano state introdotte alcune novità” [n. 1]. Il nuovo Messale viene presentato come il “compimento” dei desideri dei Padri conciliari riuniti a Trento, che non avevano mancato di raccomandare ai Pastori di rivolgere ai fedeli un’attenzione che li facilitasse nella “piena intelligenza del mistero celebrato” [n.12], lasciando intendere che poteva essere opportuno introdurre le lingue nazionali dove il latino risultava incomprensibile. La riforma concepita dal Concilio Vaticano II, aperto alle “cose nuove” evocate da Matteo (13,52), cerca di usare in ogni passaggio una soave prudenza, custodendo l’“armonia” tra il passato e il presente e mantenendosi pienamente rispettosa del “venerabile tesoro della tradizione” [n.15].

I capitoli dell’OGMR sono disposti in modo gerarchico, secondo una precisa struttura teologica, che sottolinea l’“importanza” dell’Eucaristia e la necessità che venga rivestita di una somma “dignità”. Non ci è chiesto di confezionare un abito sontuoso come quelli degli scribi, “che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze” (Lc 20,46). Non è tale la logica del celebrare cristiano. Non ricerchiamo il fasto, ma la “nobile semplicità”, l’autorevolezza, la limpida essenzialità di quella tunica di Gesù cucita da cima a fondo, che nemmeno dei rozzi soldati romani stracciano.

Il Messale ci mette in guardia su quanto sia pericolosa la tendenza a ricercare la semplicità senza la nobiltà, la povertà senza la santità. Il primo fondamentale atto pastorale è allora lavorare per la dignità di una celebrazione, cominciando dall’aula liturgica, che va liberata dai troppi oggetti e decori che la colonizzano, memori di quel “Non fate della casa del Padre mio un mercato!” che Giovanni riporta nel suo Vangelo (2,16). Tutto è da pensare perché dia luce all’atto glorioso che è l’Eucaristia.

Presupposto fondamentale è evitare l’intromissione dei gusti personali. L’introduzione al Messale insiste a lungo su come la Liturgia abbia un proprio “senso autentico”, che andrebbe accolto senza cedere all’insofferenza per l’eventuale fatica che la sua corretta interpretazione richiede, dato che non si tratta di altro che di quel “giogo soave” di cui ci si deve sempre caricare per seguire il Signore e camminare sulla beata via della verità e della carità.

Conoscere l’architettura del rituale dell’Eucaristia è anche capirne la vocazione. Le sue singole “parti” vanno cucite insieme nel rispetto del loro senso proprio, in modo che possano infine realizzare quel prodigio che è l’evento celebrativo, dove l’insieme di una miriade di dettagli genera il simbolo del Salvatore presente in mezzo a noi.

Gianandrea Di Donna

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L’arte di “tenere in ordine” la chiesa

Per Crispino Valenziano tre sono gli elementi fondamentali nell’architettura di una chiesa: l’altare, l’ambone, il fonte battesimale. Tutto il resto ha la semplice funzione di coprirli e illuminarli.

L’arte sacra – sia architettonica, pittorica, scultorea, tessile o legata all’arredo – è fatta di rinuncia alla creatività arbitraria e perfino, talvolta, alla soddisfazione di vedersi compiuta entro l’arco di un’esistenza umana. I capolavori che ammiriamo sono spesso opere anonime, nate da sacrifici (Girolamo che si trasferisce nella grotta di Betlemme e traduce di notte, in segreto, i rotoli ebraici della Bibbia), straordinari atti di coraggio (Bernardo che fonda un’abbazia in mezzo alle paludi), scelte di vita estreme (il monaco Hartker che si chiude in una cella con il soffitto più basso della sua statura, per poter copiare l’Antifonario di San Gallo in un continuo inchino, e ne esce dopo un anno e mezzo con la schiena ormai definitivamente piegata), ascesi implacabili (i maestri vetrai di Chartres, che sulle finestre più alte della Cattedrale non fanno mancare l’ombreggiatura sulle unghie delle figure ritratte, pur sapendo che nessun fedele avrà modo di accorgersi di quell’invisibile particolare).

Quando progettiamo le nostre chiese e ci prendiamo cura di esse perché vi si possa celebrare in modo adeguato la santa Liturgia, non possiamo dimenticarci di questi meravigliosi servi di Dio e non cercare almeno un po’ di imitarli nell’appassionata radicalità con cui hanno svolto il loro ministero. Facciamo sì che la forma entri anche nell’ultimo armadio, dove le stoffe non vanno riposte alla rinfusa, con purificatoi e manutergi irriconoscibili. Il Parroco non manchi di istruire i propri collaboratori. C’è un’arte perfino nel modo in cui si tiene in ordine i cassetti della sacrestia.

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Le celebrazioni declinano un atto divino con azioni umane

Agli inizi del secolo scorso il Movimento liturgico ha avviato la riscoperta, il rinnovamento e la promozione del rito cristiano, ma il culmine della coscienza teologica di che cos’è la Liturgia si è avuto quando si è arrivati a interpretarla non tanto come un servizio cultuale reso a Dio dai fedeli, quanto come un’azione di Cristo stesso eternamente congiunto al suo “mistico corpo”, la sua “sposa”: la Chiesa. Traendo ispirazione dall’enciclica di Pio XII Mediator Dei, il paragrafo 7 della Sacrosanctum Conciliumdescrive il rito cristiano come l’opera mirabile del Signore in cui egli, Sommo Sacerdote della nuova alleanza, offre se stesso all’eterno Padre associando a sé la Chiesa, amata sposa, perché per mezzo dei segni sensibili essa impari, nell’obbedienza della fede, a unirsi al sacrificio di lode per la gloria di Dio e la santificazione dell’uomo.

Questo decisivo passaggio della prima costituzione del Concilio Ecumenico Vaticano II è l’“ermeneuta”, l’interprete necessario, di tutta la teologia liturgica. Solo una volta acquisita una simile consapevolezza si potrà considerare in modo opportuno la complessa storia del celebrare cristiano, esaminando correttamente le sue dinamiche legate al tempo e allo spazio, con le vicende che hanno portato allo sviluppo di nuove forme rituali e il differenziarsi dei riti a livello geografico e la nascita di diverse famiglie liturgiche, orientali e occidentali.

La Liturgia è dunque il luogo in cui si esprime l’“ufficio” sacerdotale di Cristo nell’atto eterno (cioè metastorico e capace di raggiungere ogni angolo dell’universo) di offrirsi al Padre. Questo fondamento cristologico enunciato dalla Sacrosanctum Concilium trova visibilità nelle celebrazioni della Chiesa, che altro non fanno che declinare un atto divino che si manifesta con azioni umane. Esse “funzionano” appunto quando aiutano il popolo di Dio, “per ritus et preces”, per mezzo delle azioni rituali e dei testi poetici delle preghiere, a cogliere nella Liturgia i segni dell’agire di Cristo (cfr. SC 48).

Anna Valerio

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Condurli all’esperienza del mistero

Nell’ambito della pastorale dei giovani ci si chiede come convincere ragazzi e ragazze a frequentare i riti religiosi, tanto che nei campiscuola la messa sembra una sorta di “post-it” appiccicato al termine delle attività compiute insieme. Eppure la liturgia che permette la percezione della presenza di Dio, in una società dominata dall’efficienza restituisce la dimensione del dono gratuito, dell’incontro che trasforma. Romano Guardini, in Lo spirito della liturgia, riteneva che il rito cristiano fosse un “gioco serio”, ossia spazio in cui l’uomo sperimenta la libertà di stare davanti a Dio con gratuità e in relazione, non semplicemente per dottrina o dovere. I giovani hanno un’acuta sensibilità su questo tema, il rito può essere occasione di relazione, non soltanto di acquisizioni dottrinali o per assolvere doveri morali.

Il tempo postmoderno non ha perso la sua esigenza di spiritualità e in assenza di una buona pratica liturgica i giovani ricorrono a yoga o pratiche di benessere psicofisico che rappresentano nuove vie di ricerca interiore. La liturgia potrebbe quindi cogliere questo desiderio, mostrandosi come il vero afflato spirituale della Chiesa.

I giovani sono fortemente sensibili all’ambiente, secondo il linguaggio visivo e uditivo. Per tale motivo è essenziale una particolare cura per il rito. L’ars celebrandi non è un semplice vezzo; è la risorsa spirituale per scoprire la profondità del rito, che intreccia la vita di Cristo con il cammino dell’uomo. A chi celebra è richiesta la saggezza di poter adeguare i linguaggi del rito alle condizioni dell’assemblea che celebra, conducendo anche i giovani all’esperienza del mistero. “Liturgia e giovani” non è tanto, allora, un problema da risolvere, quanto un invito a rinnovare la fiducia nel tesoro più caro alla Chiesa.

Don Sebastiano Bertin

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Le sfumature di un’aurora

“O Astro che sorgi/ splendore della luce eterna,/ sole di giustizia:/ vieni, illumina chi giace nelle tenebre/ e nell’ombra di morte.” Nel giorno più corto dell’anno, il 21 dicembre, nel grande buio del cosmo, la Chiesa canta durante la celebrazione dei Vespri, al Magnificat, l’antifona “O Oriens”, ribadendo il nesso di meravigliosa potenza simbolica tra il sole cosmico e il Sole Cristo. E come sapevano fare gli antichi rinvia anche implicitamente alla natività del Battista, che si celebra il 24 giugno, nel momento del Solstizio d’estate, proprio quando le ore di luce cominciano a calare. “Io devo diminuire, mentre lui deve crescere” (Gv 3,30), dichiara Giovanni riferendosi al Signore. La Liturgia colloca in corrispondenza del Solstizio d’estate la nascita di colui che decresce, che annuncia sparendo il Sole che sorge.

Innumerevoli sono le esperienze per cui la nostra esistenza si trova avvolta nella tenebra: dolori che riguardano sia noi che le persone che ci sono care. E dentro al mysterium iniquitatis, la notte delle notti: la morte, falce che ci angoscia e ci getta nella confusione. Nell’antica Roma agli agonizzanti veniva addirittura posta sulla faccia una maschera di rame con un grande sorriso, una bocca larga e volgare, per nascondere gli spasmi della morte e l’angoscia insita in quel venir meno della vita. Eppure, ancor prima del passo della fede, l’assunzione della serietà dell’essere uomini passa dal guardare in faccia tale realtà.

Nell’ombra della morte, l’uomo è posto davanti alla più grande tentazione, quella di dire a Dio: Tu non sei Padre. Dopo che Giuda lascia il Cenacolo, Giovanni chiude il racconto con una chiosa: “Ed era notte” (13,30), e chi canta la Passione del Signore al Venerdì Santo conosce bene la potenza di quell’apparente dettaglio.

L’amore trinitario ha voluto che il Verbo assumesse su di sé lo stato umbratile della vita dell’uomo; non a caso la Passione si consuma nella notte e mentre Gesù è inchiodato alla croce si fa buio su tutta la terra. C’è uno splendore della luce eterna che è venuto a illuminare la nostra tenebra, ma questa potenza ha in Cristo un modo particolare di soccorrerci. Esistenzialmente, noi non riusciamo a percepirne la vittoria in tutto il suo fulgore. Il 26 dicembre, giorno che segue al Santo Natale, il mondo continuerà a languire nei dolori, nelle sofferenze, nella fame, nelle guerre, nei cataclismi, negli ospedali. Perché un sole che sorge non è un faro che immediatamente si accende: c’è una gradualità, una progressione, per cui solo un po’ alla volta le tenebre cedono il posto al chiarore.

Questa dimensione crepuscolare richiama la notissima parabola del grano e della zizzania. All’irruenza di coloro che propongono di strappare la zizzania, il Maestro oppone il suo no. Ma così vale anche per le altre parabole del Regno. Il Regno di Dio è come un minuscolo seme; il contadino lo pianta e poi aspetta, non ha la pretesa che la mattina dopo abbia già il fusto con i rami e i frutti. Lo innaffia, lo pota, gli zappa la terra intorno, e un po’ alla volta la pianta cresce fino a diventare un grande albero dove si posano gli uccelli del cielo per proteggersi alla sua ombra (cfr. Mt 13,31-32). Gesù ha costituito la Chiesa attorno a dodici uomini, rimasti addirittura in undici dopo il tradimento di Giuda. Nascosto nella Scrittura, c’è il mistero della pazienza di Dio, della gradualità della sua economia di salvezza, di un Regno, una vittoria sul male e sulla morte, sulla tenebra, che entrano nella storia degli uomini trasformandola dall’interno così come il lievito trasforma la pasta. Lo stile di Dio non è quello di un grande faro che si accende, ma è simile alle sfumature di un’aurora. La luce entra nella vita degli uomini con una modalità esprimibile nella metafora di una tenebra che viene rischiarata piano piano. Il Signore non ci impone, accecandoci, la redenzione, ma la lascia germogliare come un sole al mattino, con quella misura. Che mistero!…

La gradualità è il modo concreto con cui noi facciamo esperienza della salvezza, perché ci sperimentiamo salvati eppure fragili, redenti e peccatori, sani e malati, in una perpetua condizione di pellegrini. Certi però, nella fede, della “beata speranza”, come afferma l’eucologia dell’Eucaristia: nell’attesa del “nostro Salvatore Gesù Cristo”.

 

 don Gianandrea Di Donna 

 

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Al via un corso per i nuovi candidati ministri straordinari della comunione

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Ricomincerà sabato 10 gennaio, a Casa Madre Teresa di Calcutta (via Mazzini 93, Sarmeola di Rubano), il corso per i nuovi candidati al Ministero straordinario della Comunione. Quattro pomeriggi, dalle ore 15 alle 17, a cura di Don Gianandrea Di Donna, Elide Siviero e del camilliano Padre Adriano Moro, dedicati ad approfondire le caratteristiche di questo ruolo prezioso che la Chiesa mette nelle mani dei cristiani di buona volontà. Il primo appuntamento avrà per tema “I ministeri nella Chiesa”, argomento molto attuale anche nell’ottica della “sensibilizzazione” ai ministeri battesimali. Il secondo sarà dedicato al centro della vita cristiana: il sacramento dell’Eucaristia, contemplato in tutte le sue implicazioni teologiche ed etiche. Il terzo sabato si immergerà in un altro mistero: quello del dolore, della carne degli uomini provata dalle malattie. Elide Siviero e Padre Adriano Moro sottolineeranno la particolare attenzione che si deve avere nell’accostarsi a persone che sono nella prova. Gli infermi necessitano infatti di una “cura pastorale” adeguata alla complessa ed estrema sensibilità che li abita.

Infine, il ciclo di appuntamenti si concluderà con una lezione sui riti propri del ministero straordinario della Comunione. L’azione di portare ai fratelli e alle sorelle più fragili il conforto del Pane celeste dev’essere svolta nel rispetto del linguaggio della Liturgia, caratterizzato da un alfabeto simbolico che va compreso e interpretato in modo maturo.

Per iscrizioni e informazioni, scrivere a iscrizioniliturgia@diocesipadova.it.

Suor Maria Ferro

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