Archivi della categoria: Speciale Liturgia

Sorgente inesauribile di luce nel nostro essere: il battesimo

Una pagina importante del programma della rassegna culturale “Gennaio alla Liturgia 2026” è quella dedicata al Battesimo come “fonte” di una Chiesa ministeriale e tesoro da cui attingere risorse per il rinnovamento della vita delle Parrocchie prospettato dal recente Sinodo diocesano. Il 17 gennaio, dalle ore 9.30 alle 12.30, si potrà ragionare di questo a Villa Immacolata con Monsignor Riccardo Battocchio. La sua esperienza di Pastore della Chiesa di Vittorio Veneto e il ruolo di Segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità gli permetteranno certamente di suggerirci intelligenti spunti pratici.

Di fronte alle obiezioni del mondo di oggi capita spesso di chiedersi dove trovare l’energia per camminare con il Signore. Eppure nella sostanza del nostro essere c’è una sorgente inesauribile di luce: il Battesimo, la grazia di essere stati uniti a Cristo nella sua morte e risurrezione. È su di essa che si fonda la speranza che si ridesti nei laici la vocazione a contribuire alle necessità pratiche e spirituali delle loro Parrocchie, mettendo a disposizione il tempo e le energie migliori. Nel mistero del sacramento che ci rende cristiani le verità eterne fanno udire la propria voce, immensamente più significativa del brusio a volte amaro delle contingenze; una voce che rincuora, dà pace, e insieme accende il desiderio della santità, della perfetta adesione al Vangelo, spingendoci a operare in modo appassionato per stabilire relazioni armoniose con i fratelli e riportare gli uomini a Dio. Non sarà allora impossibile sentire quasi come un esercizio spirituale il molto lavoro concreto che ci ritroveremo a fare, sapendo fin d’ora che dovremo essere tenaci, pazienti, disponibili a tener conto delle diverse sensibilità, comprensivi con le debolezze, senza coltivare polemiche o farci tentare dal gusto di imporre a tutti i costi il nostro punto di vista, oppure, al contrario, di ritrarci in un isolamento poco generoso. Il Battesimo ci ha uniti inscindibilmente al Signore, dal cui cuore trafitto è straripato un fiume traboccante di carità, modello e misura di tutti i nostri “sì”.

Anna Valerio

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Le dimensioni del celebrare cristiano

Come passare dalla condizione di “muti spettatori” delle celebrazioni liturgiche all’acquisire una vera familiarità con esse? Gli strumenti sono molti, ma a volte richiedono un’impegnativa formazione storico-teologica. Don Giuliano Zanchi – che venerdì 23 gennaio, alle 20.45, terrà una conferenza a Casa Madonnina sul rapporto tra Liturgia e Carità – ha dato invece alle stampe un libro, dal titolo Preghiera e Liturgia (edizioni San Paolo, pp. 143), agile nel formato e nello stile, di eccezionale utilità per chi voglia cominciare a capire le dimensioni del celebrare cristiano. La sua scrittura ha il dono di una stupenda chiarezza, pur se non abbandona mai un rigore autorevole e pieno di eleganza. Zanchi riannoda la recente riforma della Liturgia con gli albori della storia della nostra fede e risale a prima ancora, mostrando il legame tra la poesia della Chiesa e le preghiere rituali ebraiche. Esempi tratti dalla quotidianità rendono vivo l’argomentare e immediato il nesso con il presente, mentre, pagina dopo pagina, scorrono i riferimenti che ci introducono al mistero. Innanzitutto i passi biblici: quell’imperioso paragrafo della Lettera agli Ebrei sul sacerdozio eterno di Gesù Cristo, che ha aperto gli occhi a Pio XII e ispirato la prima enciclica della storia tutta dedicata alla Liturgia: la Mediator Dei del 1947. È con il pronunciamento di Papa Pacelli, pieno di genio e di coraggio pastorale, che la Chiesa prende consapevolezza della natura dei sacramenti, dove ad agire da protagonista è il Signore, che ci associa al proprio eterno offrirsi al Padre. Da qui verrà ai Padri conciliari la forza per affermare, nella costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium, che le azioni liturgiche hanno il potere di innestarci nella Pasqua del nostro Salvatore immolato e vincitore sul peccato e la morte.

A.V.

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Il ministero di lettore

Nella celebrazione della Parola di Dio ogni gesto, suono, movimento si fa segno vivo di Gesù Cristo che, attraverso la voce umana, continua a parlare al suo popolo. Il lettore è il Signore risorto, che trasfigura i più disparati brani tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento e li rende pagine di risurrezione. Certo, è faticoso crederlo, vederlo, capirlo, eppure la più grande norma rituale è proprio la consapevolezza che Mario, Eleonora, Francesco che svolgono il proprio servizio all’ambone sono Cristo stesso che parla alla sua Chiesa. Da ciò dipendono tutte le rigorose prescrizioni liturgiche, ed è a partire dall’immensità di un simile mistero che dovremmo sentirci chiamati a rispettarle con arte, impegno ed entusiasmo. Risulta molto meno fruttuoso, nella preparazione remota dei lettori, sbilanciarsi sulla semplice erudizione, permettendo che si dimentichi la folgorante realtà teologica e spirituale che sta alla base del loro “ufficio”.

In chi svolge nella Liturgia il ministero di lettore è in opera una dinamica divina e proprio per questo è bene che il suo stile sia composto, impersonale, privo di vanità, dignitoso; non impettito o rigido, ma con movenze sobrie, calme, pacate. Bisogna prendere possesso dell’ambone con eleganza, senza gesti nervosi o teatrali, ed evitare al contempo di cercare di passare inosservati aggirando forzosamente la struttura di lato per mostrare una sorta di atteggiamento umile. Salire a leggere la Parola di Dio è un’azione che necessita di visibilità.

In alcune parrocchie, i lettori della prima e seconda lettura e del salmo sono abituati a salire sul presbiterio e a ritornare al posto tutti e tre insieme. Non c’è una regola precisa, tuttavia, dal punto di vista rituale, risultano più eleganti le alternanze. Molte chiese, in base alla disposizione degli spazi, impongono che per raggiungere l’ambone si salga dal centro; in questo caso, il banco va lasciato solo dopo l’“Amen” che chiude l’orazione colletta. Nel momento in cui si giunge in corrispondenza dell’altare – che nella celebrazione è Cristo –, è bene rivolgersi a esso e piegare leggermente il capo (non la schiena) sia all’andata che al ritorno. Lo schema è dunque: centro, salita, inchino di fronte all’altare, ambone, ritorno al centro, ancora inchino per venerare l’altare, discesa. Chi sale lateralmente può invece muoversi già prima che sia conclusa la Colletta e non occorre che faccia inchini rivolti all’altare o alla croce.

I moderni microfoni non richiedono grandi manovre. Se serve regolarli, ci si limiti a un movimento morbido e contenuto, non secco e scattoso. Le mani non vanno tenute giunte, come nel caso dei ministri ordinati, ma posate con naturalezza sull’ambone o sul libro, mai con rigidità o una presa da “Formula 1”. Non si creano pseudorituali personali, non si indugia a sbirciare la pagina prima o quella dopo, non si segue il testo con il dito. Occorre ascoltare il ritorno di ciò che si legge, in modo da calibrare il tono: la Cattedrale è un ambiente ben diverso dalla cappellina delle suore o da una chiesa parrocchiale. Avere l’elasticità di adattare la lettura al contesto è una dote enorme che il lettore dovrebbe maturare.

Rispetto ai foglietti, ai messalini e alle app, si scelga di usare sempre il Lezionario, che offre alcuni aiuti preziosi: sono segnati gli accenti dei termini difficili, ampi spazi bianchi indicano le pause, i capoversi suggeriscono il respiro da dare al brano. Prima di iniziare, è opportuno fare una breve pausa dopo l’annuncio (“Dal libro del profeta Isaia…”), che renda percepibile il passaggio alla proclamazione della Scrittura. Le premesse del Lezionario precisano che la relazione del lettore con l’assemblea avviene attraverso la sua voce e non lo sguardo. Gli occhi si alzano solo per proclamare “Parola di Dio”, e qui si deve avere cura di non allontanarsi subito: il lettore attenderà la risposta dell’assemblea, ascolterà il suo “Rendiamo grazie a Dio”.

L’ambone, elemento eminente nel celebrare, merita un particolare rispetto. Non è un porta-lezionario o un comodo mobiletto, ma il sepolcro spalancato da cui esce l’annuncio della risurrezione. Evitiamo di decorarlo con “presepi pasquali”, allegorie del deserto (con tanto di sabbia e sassi), drappi colorati, immagini della “Madonna di Medjugorie”. Meglio un segno sobrio che ricordi il giardino pasquale, come un piccolo vaso di fiori freschi, con la sua bellezza discreta.

Gianandrea Di Donna

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Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di liturgia

È appena stato stampato l’opuscolo che raccoglie il programma delle iniziative culturali promosse dall’Ufficio per la Liturgia, che si concentreranno in modo particolare tra il 7 gennaio e l’8 febbraio 2026. Il mese che di consueto è dedicato alla formazione quest’anno avrà per titolo “Dal nuovo volto di Chiesa un nuovo volto di Liturgia” e offrirà varie esperienze tese a far comprendere l’unità necessaria tra le anime fondamentali dell’agire pastorale della Chiesa: Liturgia, Annuncio e Carità. Riuscire a far sì che esse dialoghino e operino in accordo è uno degli obiettivi prospettati dal recente Sinodo diocesano.

La rassegna “Gennaio alla Liturgia 2026” darà modo di contemplare la “sinfonia ecclesiale” tra Catechesi, Carità e Liturgia attraverso un ciclo di appuntamenti teologici, a Casa Madonnina, con Suor Elena Bosetti, biblista (il 9 gennaio, alle ore 20.45), Don Giuliano Zanchi, direttore della “Rivista del Clero italiano” (il 23 gennaio), e il Vescovo di Novara Monsignor Franco Giulio Brambilla (il 6 febbraio).

L’attenzione non può non essere puntata anche sui ministeri battesimali, chiedendoci di sentire il Battesimo come la fonte del nostro servire il Signore: lì ci è dato l’amore con cui dobbiamo trattare i fratelli. Su questo tema insisteranno, nelle mattine del 10 e del 24 gennaio, Don Gianandrea Di Donna, ad Asiago e a Cittadella, e Don Sebastiano Bertin, a Este e alla chiesa del Sacro Cuore in Padova. Ospite graditissimo sarà Monsignor Riccardo Battocchio, Vescovo di Vittorio Veneto e già segretario speciale del Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità, che sabato 17 gennaio, a Villa Immacolata, dalle 9.30 alle 12.30, analizzerà come dal Battesimo nasca una Chiesa ministeriale.

Non mancheranno poi, giovedì 8, 15, 22 e 29 gennaio, alle 20.45, una serie di lezioni pratiche presso le nuove Collaborazioni pastorali, a cura di un’équipe dei collaboratori dell’Ufficio per la Liturgia, e, nelle sere dei mercoledì, quattro conferenze online sulla vocazione dell’Eucaristia all’Annuncio e alla Carità.

Il programma completo di “Gennaio alla Liturgia 2026” lo si può trovare sul sito dell’Ufficio per la Liturgia: https://liturgia.diocesipadova.it/gennaio-alla-liturgia/.

Anna Valerio

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Incontri per i lettori parrocchiali

Comincerà sabato 29 novembre, presso la chiesa parrocchiale di Prozzolo, il ciclo di incontri di preghiera per i lettori parrocchiali proposto dalla Casa di spiritualità “La Madonnina” di Fiesso d’Artico (in collaborazione con l’Ufficio per la Liturgia). Le altre due date saranno il 14 febbraio e il 18 aprile 2026, rispettivamente a Cazzago e a Vigonovo. Gli incontri dureranno dalle 14.45 alle 17 e vorrebbero essere un’occasione per imparare a celebrare… celebrando. Si tratta di quella “formazione dalla Liturgia” tanto raccomandata come strumento di crescita nella vita di fede e supporto per irrobustire la vocazione ministeriale di chi si pone a servizio della Chiesa.

La Casa di spiritualità animata da Marzia Filippetto ospiterà anche tre giornate in cui i lettori saranno chiamati a compiere un percorso spirituale che partirà dalla riscoperta del proprio Battesimo e approderà a un laboratorio pratico in cui verranno dati suggerimenti, indicazioni, risposte a eventuali dubbi, e ci sarà spazio per provare insieme a migliorarsi. In ognuna di queste giornate intensive verrà invitato un biblista a illustrare il senso e il contesto delle letture del tempo liturgico cui ci si dovrà preparare. Nel primo sabato, il 13 dicembre, Don Marcello Milani si soffermerà sul clima dell’Avvento e del Natale. Il 28 febbraio, la professoressa Roberta Ronchiato prenderà in considerazione la Quaresima e il Tempo di Pasqua. Il 23 maggio, infine, Don Carlo Broccardo aiuterà a entrare nel mistero della Pentecoste e sintetizzerà le caratteristiche dei tre Vangeli sinottici nel Lezionario delle Domeniche del Tempo ordinario.

Per informazioni e iscrizioni, scrivere a casamadonninapd@gmail.com.

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Invito rivolto ai cori delle parrocchie

Ogni anno “Gennaio alla Liturgia” si chiude con una Messa in Cattedrale alla quale sono invitati i partecipanti ai vari appuntamenti culturali, e in particolare i membri dei cori parrocchiali che nelle mattine dei quattro sabati di gennaio hanno frequentato gli stage di perfezionamento con i maestri Alessio Randon e Francesco Cavagna. Le voci che si accordano in armonia, la valorizzazione dei talenti, la melodiosa fraternità che si percepisce rendono la celebrazione commovente, esemplare.

Anche quest’anno i cori parrocchiali della nostra Diocesi potranno scegliere di seguire gratuitamente un percorso di formazione nei giorni 10, 17, 24, 31 gennaio 2026, dalle ore 9.00 alle 12.00, presso la chiesa padovana della Sacra Famiglia. Il maestro Cavagna li aiuterà a preparare l’Eucaristia che si celebrerà l’8 febbraio alle 11.30 in Cattedrale, senza essere troppo esigente nella scelta del repertorio, ma insegnando anche solo le accortezze che trasformano in arte l’esecuzione di un brano, ed educando così la voce, l’orecchio, il gusto, lo spirito. Sarà possibile affrontare con naturalezza le meraviglie del canto gregoriano – di cui la tradizione offre anche melodie semplici, pur nella forza e nobiltà di una simile forma musicale –, e intervallare i gioielli della Chiesa di sempre con canti di nuova composizione, o di appena qualche stagione fa, in cui palpita la verità della nostra fede. Un’opportunità per scoprire l’apporto che hanno dato alla musica sacra compositori come Lorenzo Perosi, Domenico Bartolucci, Luigi Picchi, Gianfranco Poma, Giuseppe Liberto, Alessio Randon e altri che ci hanno lasciato opere di qualità mirabile, dal carattere vividissimo, attualissimo. Capolavori grazie ai quali l’annuncio della salvezza può riuscire a toccare la sensibilità anche di chi è tentato di allontanarsi da Dio.

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La messa inizia nella fraternità

L’anno pastorale che ci attende sarà dedicato alla “sensibilizzazione” rispetto ai ministeri battesimali, che prenderanno l’avvio intorno al 2027. Non si tratta di un’iniziativa per “addetti ai lavori”, ma di un’opportunità per riconoscere come ognuno sia chiamato a servire la Chiesa. In questa prospettiva si inseriscono quattro proposte per valorizzare le nostre Liturgie: la cura più consapevole del fonte battesimale, la celebrazione comunitaria dei Battesimi, la valorizzazione di alcune domeniche, la riscoperta del senso ecclesiale della processione d’ingresso nell’Eucaristia.

L’introito è tutt’altro che una solenne parata démodé. È un segno di grande rilievo teologico e un’occasione perché la Messa prenda l’avvio in un clima di fraternità. Immediatamente in esso ci è data la manifestazione dei ministeri battesimali e ordinati. Ecco i ministranti o gli accoliti nella loro veste candida, che rimanda proprio all’illuminazione ricevuta nel Battesimo, dove gli occhi del cristiano si sono aperti alla luce della verità. E poi il diacono, il presbitero, la Croce, l’Evangeliario, spada che taglia l’assemblea. Tutto diventa immagine della sequela, del camminare dietro al Signore, ma di più: delle mistiche nozze tra lo Sposo divino e la sua Sposa, la Chiesa. Il Risorto irrompe, attraversa il corpo mistico, lo inabita, lo trapassa con la sua Croce e la sua Parola, come lui stesso è trapassato. L’introito ha il dinamismo dello scoccare di una freccia, è carico della forza antropologica dell’andare verso una meta. Ci dice che siamo convocati, vigilanti, perché il Signore ci raggiunga come quando è apparso “a porte chiuse” nel cenacolo: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!.” (cfr. Gv 20,19).

È necessario che il ritmo della processione sia pacato e la forma risulti composta e simmetrica, senza ostentazione e autocompiacimento. L’Ordinamento Generale del Messale Romano, al numero 20, scrive: “Quando il popolo è radunato, il sacerdote e i ministri, rivestiti delle vesti sacre, si avviano all’altare, in quest’ordine: il turiferario con il turibolo fumigante, se si usa l’incenso; i ministri che portano i ceri accesi e, in mezzo a loro, l’accolito o un altro ministro con la croce; gli accoliti e gli altri ministri; il lettore, che può portare l’Evangeliario un po’ elevato, ma non il Lezionario; il sacerdote che celebra la Messa”. [n. 120 O.G.M.R.] Nel caso in cui sia presente anche il diacono, il Messale precisa che egli “precede il sacerdote nella processione verso l’altare portando l’Evangeliario un po’ elevato; altrimenti incede al suo fianco” [n. 172].

La processione andrebbe preparata in un luogo idoneo, come la sacrestia, ma non si deve poi imboccare una scorciatoia con cui raggiungere immediatamente l’altare. È importante che i ministri ordinati passino in mezzo al popolo riunito, facendo percepire la loro prossimità. Ben diversa è l’impressione che dà un parroco che appare sull’altare quasi fosse un attore che sale sul palcoscenico da dietro le quinte, o che invece attraversa la navata e saluta i parrocchiani, così come fanno il Papa stesso e i vescovi. Questo passaggio ha qualcosa di molto umano; è il momento in cui ci vediamo in faccia, ci riconosciamo, sappiamo chi c’è, ci accorgiamo che manca quella persona, perché ci vogliamo bene, siamo l’assemblea del Risorto, la sua Chiesa, il suo popolo.

Piuttosto che la parata o il corteo, l’introito ricorda l’ingresso di Gesù nei villaggi, nelle sinagoghe, nelle case, quando guariva i malati, convertiva i pagani, i peccatori, si intratteneva a conversare con i piccoli, gli ultimi. Il clima è quello della prossimità, che tante volte i Vangeli hanno rappresentato. La Liturgia dovrebbe allora dare all’introito un geniale equilibrio tra la solennità, l’importanza del gesto, l’autorevolezza, e la semplice, quasi dimessa familiarità del curvarsi del Signore sulle nostre ferite e debolezze. Il Verbo incarnato colma la distanza tra lui e noi; unisce a sé la sua Sposa, la Chiesa, con un vincolo che non è valoriale, ma carnale. Ci invita a mangiare il suo corpo e a bere il suo sangue perché possiamo divenire “concorporei e consanguinei” (cfr. Ef 3,6) “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4). L’eschaton, il compimento, è allora già qui: al suono del campanello, è Pasqua.

Gianandrea Di Donna

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Maggiore visibilità al battesimo

C’è stato un periodo non breve, fino a una ventina di anni fa, in cui i Battesimi venivano celebrati quasi solo nelle domeniche durante la Messa parrocchiale, per evidenziare la loro connessione teologica con l’Eucaristia, evocando l’unità dei tre sacramenti dell’Iniziazione cristiana (dove però la Cresima risultava sempre penalizzata), e sottolinearne la dimensione ecclesiale, per cui la persona che veniva unita al mistero pasquale del Signore Gesù era anche misticamente aggregata alla Chiesa, ne diventava membro. Oggi una simile prassi è in crisi, essendo diminuito considerevolmente il numero dei bambini da battezzare e cambiata la natura delle famiglie che li presentano, spesso prive di un rapporto stabile con la Chiesa, cosa che genera, nel rito, un grande imbarazzo, visto che padre e madre sono molto coinvolti anche fisicamente, attraverso gesti, dialoghi, risposte sollecitate dallo schema liturgico.

Per conservare la preziosa unità dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana e dare una visibilità maggiore alla grazia battesimale, varrebbe la pena destinare il Tempo di Pasqua all’innesto dei Battesimi nell’Eucaristia domenicale, adottando invece nel resto dell’anno altre modalità. Una proposta innovativa potrebbe essere quella di celebrare il Battesimo nel tardo pomeriggio del sabato, sostituendo la catechesi ordinaria dei bambini con la loro partecipazione al rito. Ecco che l’ecclesialità si renderebbe percepibile con forza immediata, in modo più efficace che tramite le mediazioni razionalistiche, etiche e pedagogiche, e i bambini sarebbero la Chiesa che accoglie festante, con il canto e l’innocenza, la famiglia che presenta il proprio figlio perché entri a far parte del Corpo di Cristo.

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Restituire centralità simbolica al fonte battesimale

Nelle chiese di San Giuseppe e di San Paolo a Padova, sulla parete a sinistra, non c’è un semplice altare laterale con il fonte battesimale, ma è stata edificata una struttura ottagonale con un’apertura sul soffitto da cui scende la luce dall’alto sulla vasca. Erano gli anni ’50-’60, in cui si meditavano i testi di Romano Guardini con la loro profonda teologia dello spazio liturgico, e, pur nell’ostentato razionalismo delle forme e nell’estemporaneità dei materiali, la ianua Ecclesiæ, la “porta d’ingresso nella Chiesa”, c’era e si mostrava in tutta la sua potenza di luogo di illuminazione, di rinascita pasquale.

Mentre chiediamo al Signore di irrobustire nella nostra Diocesi i carismi battesimali, sarebbe importante riprendere coscienza del fatto che una chiesa parrocchiale ha un proprio fonte, troppo spesso destinato a rimanere ai margini. Prendersene cura significherebbe non solo mantenerlo pulito e accessibile, ma restituirgli una centralità simbolica, liberandolo da riviste, cartelloni, foto dei bambini battezzati (che possono trovare una collocazione più adeguata in un altro spazio) e mostrando che ciò che lo impreziosisce è la luce, che può essere anche artificiale: un faretto che in modo “epicletico”, nella penombra della chiesa, lo mette in evidenza. E poi occorrerebbe trovare il modo di iconizzarlo con una tela del Battista, o anche dei murales del battesimo del Signore al Giordano o di una discesa dello Spirito Santo sulle acque. Fuori dal Tempo di Pasqua, dovrebbe avere accanto il candelabro con il cero pasquale e lì vicino andrebbe posto un piccolo forziere, con una porticina incassata nel muro, dove collocare i santi olii.

Il fonte andrebbe usato sempre quando si celebra il rito del Battesimo dei bambini e in quell’occasione lo si potrebbe valorizzare aprendolo – se ha un ciborio di copertura – e illuminandolo, o cingendo il perimetro della vasca con una delicata ghirlanda di fiori che evochino il giardino pasquale dove passeggiava il Risorto nel chiarore dell’alba.

Anna Valerio

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Valorizzare il carisma battesimale

Nel corso dell’anno liturgico, ci sono alcuni momenti, come la festa del Battesimo del Signore o la domenica in albis (II di Pasqua), che risultano particolarmente adatti a meditare la grazia del Battesimo. In questi giorni, sarebbe importante valorizzare il rito dell’aspersione all’inizio della Messa, oppure invitare la comunità a rinnovare le promesse battesimali, sostituendo al Credo la formula interrogativa. Segni semplici, ma capaci di riaccendere la consapevolezza del dono ricevuto, ricordando che ogni Eucaristia è un ritorno alla sorgente del nostro essere cristiani.

La memoria Baptysmi, “memoria del Battesimo”, che prende il posto dell’atto penitenziale, è molto in uso nel Tempo di Quaresima, con l’intenzione di sottolineare la dimensione della purificazione, ma di per sé non avrebbe questa valenza. Il rito chiede piuttosto di fare memoria della partecipazione al mistero pasquale, per cui le domeniche più indicate per prevederlo sarebbero quelle del Tempo di Pasqua.

Un’occasione preziosa per valorizzare il carisma battesimale del popolo di Dio è la preparazione della Preghiera dei fedeli. I parroci potrebbero individuare qualcuno che si incarichi di scrivere le litanie o le preghiere e si senta libero di spaziare oltre le formule predefinite dell’Orazionale. L’unica accortezza è che tenga presente il tempo liturgico, il Vangelo del giorno, le urgenze del mondo contemporaneo, le giornate mondiali stabilite dal Santo Padre, e consideri in modo accorato le gioie e i dolori dei fratelli, le fatiche e le necessità del prossimo, la realtà concreta, fatta di siccità e inondazioni, calamità e crimini, speranze e sete di giustizia. Ricordare queste intenzioni e trasformarle nella voce del Chiesa che invoca “Ascoltaci, Signore” è un modo esemplare di esercitare il sacerdozio comune di tutti i battezzati.

Per il testo in alto: “Io saluto nel sangue di Gesù Cristo questa Chiesa, che è mia gioia eterna e indefettibile, soprattutto se sono uniti tutti i suoi membri con il vescovo, con i presbiteri e con i diaconi, scelti secondo il pensiero di Gesù Cristo, e da lui resi forti e saldi, secondo la sua volontà, mediante il suo Santo Spirito.” Sant’Ignazio di Antiochia

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